venerdì, Maggio 14

Fra luci e ombre, Singapore festeggia i suoi 49 anni Benessere economico e diritti umani, le due facce del leone asiatico

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Il 9 agosto Lee Hsien Loong, il primo ministro di Singapore, ha rivolto un messaggio ai cittadini della città-stato per festeggiare il 49º anniversario dell’Indipendenza Nazionale. Nel suo discorso, egli si è richiamato ai valori di Singapore, e ha ricordato i sacrifici compiuti e i successi ottenuti dalle generazioni che hanno costruito il miracolo singaporiano. «Sono qui all’Alexandra Park Connector vicino Dawson. In questa zona un tempo vi erano villaggi e paludi. Oggi questo quartiere include case, negozi e ristoranti meravigliosamente integrati con la natura, fontane e spazi verdi,» ha dichiarato. «Dawson è un esempio di come stiamo costantemente migliorando Singapore, anno per anno. Stiamo lavorando insieme per migliorare le nostre vite, costruire una casa più accogliente, e per consegnare ai nostri figli una Singapore migliore di quella che abbiamo ereditato».

Il primo ministro ha omaggiato le generazioni che hanno fondato lo stato singaporiano sulle rovine dell’Impero britannico e lo hanno trasformato in un paese moderno e dinamico. «Questo era lo spirito dei nostri pionieri. Hanno lavorato sodo per portare Singapore dal terzo al primo mondo», ha detto. La frase «dal terzo al primo mondo» non è un’invenzione di Lee Hsien Loong, ma di suo padre, Lee Kuan Yew, che fu primo ministro di Singapore dal 1959 al 1990. Egli è un simbolo vivente dell’ascesa del giovane paese da povera ex colonia ad uno dei paesi più ricchi del mondo. Durante la parata  del 9 agosto, i 27,000 spettatori si sono alzati in piedi e hanno applaudito quando Lee Kuan Yew ha fatto il suo ingresso nella piattaforma galleggiante di Marina Bay, l’auditorium galleggiante più grande del mondo, dove si sono tenute le celebrazioni. Il pubblico ha mostrato il proprio affetto sincero per il politico che più di ogni altro ha fatto di Singapore la grande metropoli che è adesso.

Lee Hsien Loong ha poi ripreso il tema, caro ai politici del paese, dell’orgoglio nazionale, un orgoglio giustificato dai successi economici e sociali della Repubblica. «Dall’indipendenza ad oggi abbiamo fatto molta strada,» ha detto. «I singaporiani camminano a testa alta dovunque vanno. Gli stranieri che vengono qui sono favorevolmente colpiti da ciò che vedono. Ma non abbiamo ancora raggiunto i nostri limiti. Non ci sono limiti a ciò che possiamo raggiungere».

Il discorso di Lee Hsien Loong non è solo una celebrazione di ciò che Singapore ha saputo creare nei suoi cinquant’anni di indipendenza. E’ anche un modo per forgiare e rafforzare l’identità nazionale, per ricordare a tutti di dare il massimo per migliorare il Paese; un Paese che, quando fu fondato, sembrava dovesse fallire e piombare nel caos.

«Poiché l’indipendenza e la libertà sono diritti inalienabili di un popolo, io, Lee Kuan Yew, primo ministro di Singapore, proclamo e dichiaro in nome del popolo e del governo di Singapore che a partire da oggi, il 9 di agosto dell’anno 1965, Singapore sarà per sempre una nazione sovrana, democratica e indipendente, fondata sui principi di libertà e giustizia, e impegnata nel conseguire il benessere e la felicità del proprio popolo in una società più giusta e uguale».

Con queste parole, la Repubblica di Singapore veniva fondata dal «padre della patria», Lee Kuan Yew, eletto nel 1959. Ma, come scrisse Kishore Mahbubani nel suo libro ‘Can Asians Think?‘, quando Singapore divenne indipendente, «i suoi leader piansero invece di gioire. L’idea che una piccola isola-stato di due milioni di abitanti, senza entroterra, potesse sopravvivere in quella che allora era una regione difficile sembrava assurda». Con 1.886,9 abitanti e una superficie di 716.1 km², la nuova nazione doveva affrontare non solo enormi difficoltà socio-economiche, ma anche geopolitiche.

Singapore fu «scoperta» nel 1819 dal britannico Sir Stamford Raffles, la cui statua al centro di Singapore continua a simbolizzarne la vocazione commerciale. Membro della East India Company (EIC), Sir Raffles era stato incaricato di trovare un porto strategico che potesse proteggere lo Stretto di Malacca dalle interferenze degli olandesi, i quali possedevano colonie nella vicina Indonesia. Il territorio scelto da Raffles era poco abitato. Il primo censo (del 1824) contava solo 11,000 abitanti, quasi tutti malesiani. Raffles sfruttò le divisioni interne del Sultanato di Johor per ottenere diritti speciali nel territorio, in particolare il diritto di creare un porto commerciale. Nel 1824 il Sultano cedette definitivamente il porto e l’area circostante alla EIC. I britannici battezzarono la colonia «Singapore», dal malesiano «Singapura», che significa «città del leone». Amministrativamente, essa fu unita alle colonie di Malacca e Penang per costituire gli «Straits Settlements». Ben presto, immigrati cinesi si riversarono nella colonia, attratti dalle opportunità commerciali dell’impero britannico. Già nel 1869, Singapore contava 80,000 abitanti, di cui 50,000 erano cinesi, 13,000 indiani e 11,000 malesi. Fino ad oggi i cinesi costituiscono circa il 77% della popolazione di Singapore.

La Seconda guerra mondiale e la decolonizzazione portarono alla fine della presenza britannica e delle altre potenze europee nella regione, con tutte le tensioni politiche, economiche, ed etnico-religiose che essa comportò. Negli anni cinquanta, Lee Kuan Yew, un giovane avvocato, membro dell’elite coloniale e laureato in Gran Bretagna, formò con altri professionisti ed intelletuali il PPA (Partito Popolare d’Azione). Il partito si proponeva di sviluppare l’economia del territorio e promuovere l’uguaglianza sociale. Esso, però, non voleva fondare una Singapore indipendente, ma voleva che  essa entrasse a far parte della Federazione della Malesia, creata nel 1948 all’interno dell’Impero britannico e divenuta indipendente nel 1957.

Lee Kuan Yew era convinto che Singapore potesse sopravvivere solo come parte di uno stato più grande, sia per motivi economici che di sicurezza militare. Ma mentre egli voleva una Malesia multiculturale, Kuala Lumpur considerava i malesi come l’etnia principale e l’islam la religione di stato ufficiale. Ben presto, le contraddizioni fra il programma del PPA e quello dei leader malesi sfociarono in conflitti etnico-religiosi, soprattutto perché Singapore era in prevalenza etnicamente cinese. Nel 1965 Singapore, a solo due anni dalla sua entrata, fu espulsa dalla Federazione e costretta a proclamarsi indipendente.

Questa fu una debacle per Lee Kuan Yew e il PPA. La situazione sembrava disperata. Isolata diplomaticamente, tagliata fuori dal suo entroterra geografico, e con un’economia in crisi, i leader singaporiani dovettero porsi il problema di come costruire una nuova nazione e ristrutturarne l’economia. Le sfide per Singapore erano molteplici. L’espulsione dalla Malesia aveva reso la strategia di sostituzione delle importazioni obsoleta a causa del piccolo mercato interno singaporiano. La disoccupazione era al 10%. Il ritiro delle truppe britanniche comportò la perdita di 40,000 posti di lavoro legati alla marina, l’esercito, la burocrazia e i servizi, e pose un rischio per la sicurezza nazionale a causa delle fortissime tensioni con la Malesia e l’Indonesia. La fine dell’impero britannico minacciava il ruolo internazionale del porto da cui Singapore dipendeva. La sua industria era pari solo al 14% del PIL. Inoltre, bisognava scongiurare il pericolo del comunismo e ridurre le tensioni etnico-religiose.

Il PPD, guidato dal leader carismatico Lee Kuan Yew, realizzò ciò che sembrava impossibile. Il partito sviluppò uno stile unico, basato sul pragmatismo, sul talento, e su un’efficienza quasi ossessiva. Con un atteggiamento non ideologico e un desiderio di sperimentare, il PPD creò un modello di sviluppo economico singaporiano che fonde i migliori elementi del libero mercato e dell’intervento statale. Lo stato attirò investimenti esteri, promosse le esportazioni, sviluppò il settore manifatturiero e della finanza, represse i sindacati ma allo stesso tempo promosse il benessere dei lavoratori attraverso misure corporativiste quali l’Employment Act (Legge sull’occupazione), il National Trades Union Congress (Congresso nazionale dei sindacati) e il National Wages Council (Consiglio nazionale dei salari), migliorò le infrastrutture e investì nell’istruzione. Inoltre, fondò agenzie statali che coordinano l’economia nazionale, nonché aziende statali come Singapore Airlines e Sembawang Shipyard. Il «capitalismo singaporiano» (a cui l’Indro ha già dedicato un articolo) è diventato un modello studiato in vari paesi del mondo. I risultati furono straordinari. Fra il 1965 e il 1978, l’economia di Singapore crebbe di circa il 10% annuo, il settore manifatturiero quasi raddoppiò, dal 14% al 24% del PIL, e la disoccupazione scese al 3.6%.  Oggi, Singapore è una delle economie più ricche del mondo, con un reddito pro capite pari a 55,182 dollari (contro i 53,143 dollari degli Stati Uniti e i 34,619 dollari dell’Italia) nel 2013.

Ma mentre dal punto di vista economico la performance del PPA non può essere messa in discussione, in ambito politico il partito ha costruito un sistema che, benché abbia molti elementi democratici, mantiene un fermo controllo sulla società, sui media e sull’orientamento ideologico del Paese.

Le politiche del PPA nei confronti dei diritti universali dell’uomo hanno molto a che fare con le opinioni personali del suo ex leader Lee Kuan Yew il quale, soprattutto negli ultimi decenni, ha con sempre più forza propugnato concezioni antiuniversalistiche. Secondo Lee Kuan Yew, infatti, le virtù «asiatiche», e in particolare quelle confuciane, hanno fatto dell’Asia la regione con la maggiore crescita economica del mondo. Mentre l’Occidente propagava le proprie idee sui diritti umani, Lee e i suoi seguaci hanno creato un sistema particolaristico. In un’ intervista al Foreign Policy, Lee Kuan Yew ha dichiarato, «Il diritto dell’individuo di agire bene o male secondo la propria inclinazione ha danneggiato l’ordine della società. Nell’est asiatico, noi vogliamo una società ordinata così che ognuno possa godere del massimo delle proprie libertà».  Questa concezione dello stato ha portato il governo del PPA a promulgare delle leggi che, almeno in occidente, sono molto controverse. Ad esempio, a causa di fenomeni di vandalismo, soprattutto nella metro, nel 1992 la vendita e importazione di gomme da masticare è stata bandita. Persone che si recavano nella vicina Malesia e portavano con sé gomme da masticare venivano pubblicamente punite e i loro nomi fatti pubblici. Gettare rifiuti per terra, attraversare la strada col rosso o al di là delle striscie pedonali, e sputare per terra sono considerati azioni criminali. Coloro che buttano rifiuti per terra rischiano una multa, ma in certi casi anche 12 ore di servizi sociali, durante i quali sono costretti a indossare una tenuta arancione che li identifica come persone che hanno sporcato luoghi pubblici. Chi attraversa col rosso, invece, rischia fino a 3 mesi di carcere.

Una delle politiche più controverse del PPA fu il «Graduate Mother Scheme», un piano che concedeva incentivi alle madri con un’alto livello di istruzione. Il piano rifletteva le opinioni di Lee Kuan Yew, il quale è un sostenitore dei principi dell’eugenetica. Secondo l’ex primo ministro, l’intelligenza è ereditaria, e il fatto che le donne con un’istruzione inferiore avessero più figli avrebbe, secondo lui, messo in pericolo la prosperità futura di Singapore.

Inoltre, il governo singaporiano mantiene uno stretto controllo sui media attraverso varie autorità e leggi. L’Autorità sviluppo media (Media Development Authority) ha un ruolo di supervisione e regolamentazione di tutte le attività mediatiche. Secondo la Legge sulle pubblicazioni indesiderate, ad esempio, il ministro dell’informazione e delle comunicazioni può «proibire l’importazione, la vendita o la circolazione» di pubblicazioni prodotte dentro o fuori Singapore, le quali siano «contrarie all’interesse pubblico».

Secondo nuove regolamentazioni introdotte nel 2013, tutti i siti web che contengono almeno un articolo la settimana su Singapore e che hanno 50,000 visitatori unici di Singapore ogni mese, devono ottenere una licenza statale da rinnovare annualmente. Ciò permette alle autorità di filtrare i contenuti considerati nocivi «all’interesse pubblico, alla pubblica sicurezza e all’armonia nazionale». I siti web che pubblicano materiale che viola questi criteri hanno 24 ore di tempo dalla notifica delle autorità per rimuovere i contenuti in questione.

Non a caso, nell’Indice mondiale della libertà di stampa del 2014 Singapore è al 150° posto (l’Italia è al 49°). Molti sono i casi di individui arrestati o indagati per la pubblicazione di contenuti considerati nocivi per l’interesse pubblico. Nel 2010 Alan Shadrake, un giornalista britannico che aveva scritto un libro sulla pena di morte a Singapore, fu arrestato per aver oltraggiato il sistema giudiziario singaporiano. Kinokuniya, la casa editrice che aveva pubblicato il libro a Singapore, fu contattata dall’Autorità sviluppo media e costretta a ritirare tutte le copie del libro. Secondo le autorità, Shadrake era colpevole di aver cercato di danneggiare la fiducia della popolazione nel buon funzionamento del sistema giudiziario. Dopo essere arrivato a Singapore per presentare il suo libro, Shadrake fu svegliato alle 6:30 del mattino dalla polizia, portato in questura e interrogato dieci ore al giorno per cinque giorni. Nonostante i suoi 76 anni, fu condannato e imprigionato per quasi 6 settimane, costretto a condividere la cella con condannati a morte.

Nel 2013 Leslie Chew, fumettista di Demon-cratic Singapore, una pagina Facebook che regolarmente critica il governo e il sistema giudiziario, fu arrestato per sedizione. La polizia gli confiscò il computer, il cellulare, un hard disk e il passaporto. Sempre nel 2013 Alex Au, blogger difensore dei diritti degli omosessuali, fu indagato per la seconda volta per oltraggio alla corte. Questi sono solo alcuni dei diversi casi di giornalisti e blogger finiti nei guai per aver espresso le proprie opinioni.

Anche politici dell’opposizione hanno subito la durezza dello stato-partito del PPA. J. B. Jeyaretnam, lo storico leader del Partito dei lavoratori, fu condannato per aver falsificato i conti del partito. Fu imprigionato e perse il seggio in parlamento, ma il Consiglio privato britannico definì le accuse false e ribaltò il verdetto. Negli anni successivi, J.B. Jeyaretnam fu denunciato per diffamazione da Lee Kuan Yew e altri membri del PPA e condannato diverse volte. Schiacciato dai debiti a causa dei risarcimenti da pagare, il politico morì nel 2008 in povertà.

Singapore può, nel suo 49° anniversario, essere fiera della sua ricchezza e del suo ordine. Lee Kuan Yew e il PPA hanno creato un sistema la cui efficienza e standard sono quasi impossibili da criticare. Già nel lontano 1973, Richard Nixon diceva, citando un suo ministro, che Singapore era «il Paese meglio governato del mondo». Forse questa è un’esagerazione, ma è certo che la città-stato fa parte dell’elite dei paesi meglio governati, e può esserne fiero. Ma il prezzo della perfezione quasi meccanica del governo singaporiano è un controllo quasi ossessivo sull’individuo, al limite del dittatoriale, un’ombra che si nasconde fra le luci e lo splendore della città del leone.

 

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