domenica, Aprile 18

Fotografia: terapia per i bambini palestinesi

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Asmaa Seba El Mourabiti, nata in Algeria, classe 1977, si definisce una fotografa-artista che esprime con le immagini e i sentimenti ciò che non riesce a far emergere con le parole e la scrittura. Seba possiede la doppia nazionalità, belga e algerina. Dopo aver studiato filosofia a Bruxelles, ha conseguito un master in Lingue e letterature orientali all’Università di Granada in Spagna.
Nel corso degli anni Asmaa si è specializzata nell’ambito della fotografia, intesa come strumento utile a sostenere la causa palestinese. La sua ultima mostra dal titolo ‘Fishermen of Gaza, a trade in danger’, dedicata ai pescatori di Gaza, è stata allestita nella Maison de la Culture Ibn Rachiq a Tunisi, dove Asmaa si è recata per partecipare al Forum Sociale Mondiale, in qualità di membro del gruppo di artisti Artists for Palestine.

Asmaa, perché hai deciso di diventare un’artista-fotografa?

Finiti gli studi ho deciso di studiare fotografia. Al di là del suo significato estetico, sono convinta che un’immagine possa aiutare a pensare in un’altra prospettiva. Questo è il mio approccio personale alla fotografia, che aiuta a esprimere attraverso le immagini ciò che le parole e la scrittura non sono in grado di dire.

Dalle tue foto appare evidente che sei interessata ai temi di impegno civile e politico. Perché?

Sono interessata alla causa palestinese, nel 2009 sono entrata a Gaza per la prima volta e ho potuto testimoniare con la mia macchina fotografica la situazione disastrosa dei bambini nel campo profughi di Khan Younis, immortalando le case e le scuole distrutte. A causa dell’operazione israeliana “Piombo fuso”, che ha provocato la morte di oltre 450 ragazzini, le persone più giovani hanno perso un genitore o un membro della famiglia. Sono soprattutto i danni psicologici della guerra ciò che ho potuto testimoniare.

Puoi descrivere le tue esposizioni “Fisherman of Gaza. A trade in danger”, “Gaza seen by its children, Therapy through Photography” e “Une Vie Suspendue – A Suspended Life”? Perché hai scelto come soggetti i pescatori, i bambini e le ex detenute palestinesi?

Dopo il primo viaggio a Gaza ho deciso di lavorare con un’equipe di psicologi sull’uso della fotografia come terapia per i bambini traumatizzati. L’idea era che i ragazzi scattassero foto del loro ambiente, dei campi profughi dove vivono e dove hanno perso la propria innocenza. Ciò ha consentito loro di esprimere la propria interiorità e di mostrare all’esterno cosa significa per un bambino crescere sotto i bombardamenti, in un luogo dove i massacri sono all’ordine del giorno. La fotografia li ha aiutati a sfogarsi e a far uscire la rabbia e la frustrazione. Li ha obbligati a condividere le paure ma anche le speranze e i sogni. Da questo lavoro è nata la mostra “Gaza seen by its children, Therapy through photography”, allestita in numerosi paesi. Tra il 2012 e il 2014 sono tornata a Gaza diverse volte e ho deciso di mostrare le difficoltà dei pescatori locali causate dal blocco marittimo attuato dalla marina israeliana. Inoltre ho rivolto la mia attenzione alla questione delle ex detenute. Grazie alle mostre “Fisherman of Gaza. A trade in danger” e “Une Vie Suspendue – A Suspended Life”, ho partecipato a tanti festival e gallerie d’arte.

Che cosa esprimono queste ultime due esposizioni?

Questi soggetti si focalizzano sulla lotta per la libertà. Nonostante il mare non abbia confini, i pescatori di Gaza vengono presi a fucilate dai soldati israeliani. L’unica loro colpa è prendere il largo per portare a casa un po’ di cibo per le proprie famiglie. Israele ha deciso che i pescatori devono rimanere nell’arco di sei miglia dalla costa, ciò rende impossibile la pesca e provoca una catastrofe ecologica vicino alla spiaggia. Mi sono dedicata anche alle ex detenute palestinesi per rendere omaggio a queste donne incredibilmente forti, imprigionate nelle carceri israeliane e torturate perché coinvolte nella lotta contro l’occupazione. Israele le tratta come terroriste ma la verità è che loro non sono diverse dalle eroine che si sono distinte durante la seconda guerra mondiale nella resistenza al nazismo e alla barbarie.

In tutto questo quale ruolo ha la fotografia?

Come artista, la macchina fotografica è la mia unica arma per denunciare l’occupazione di Israele e i crimini contro la popolazione civile. Attraverso l’arte posso fare in modo che il pubblico diventi più consapevole delle ingiustizie del mondo. La mia attività come fotografa è un omaggio alla dignità e alla libertà per le quali i palestinesi stanno lottando in quella grande prigione a cielo aperto che è Gaza.

Che cosa hai imparato dai tuoi viaggi in Palestina?

Ho imparato che gli europei non possono rimanere in silenzio di fronte a un’ingiustizia storica. La Palestina è una delle ultime colonie dell’Occidente e i crimini che Israele commette contro i civili devono cessare. La resistenza dei palestinesi è un esempio da seguire per tutti i popoli che lottano per vivere in pace e in libertà. I palestinesi ci insegnano quanto sia preziosa la vita.

Quando avremo la possibilità di ammirare i tuoi scatti?

Le mostre sui pescatori e sulle ex detenute possono ancora essere visitate, spero che il pubblico italiano, che è particolarmente sensibile rispetto alla situazione dei palestinesi, possa vederle il prima possibile.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Il prossimo passo sarà lavorare con i rifugiati palestinesi in Libano. Chiederò loro come fanno a mantenere viva la propria identità e se sperano di tornare un giorno in Palestina.

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