sabato, Giugno 19

Forze dell'Ordine da suicidio Marco Cannavicci nel saggio ' il suicidio nelle forze di polizia ' descrive possibili cause e campanelli di allarme dello status di depressione di un agente delle forze dell'ordine.

0

image

A guardare i numeri c’è da rabbrividire. Più di cento suicidi tra i poliziotti negli ultimi quindici anni, quasi 250 i Carabinieri morti allo stesso modo dal 1996 a oggi. Non ci sono sparatorie, agguati, colluttazioni. Solo stress, pressioni, crisi psicologiche. Un virus invisibile e spietato che si infila nelle vite delle forze dell’ordine: nessun errore è permesso nell’esercizio del loro mestiere, nessuna debolezza, nessuna concessione. Uno stato di tensione perenne che può creare, a livello psicologico, enormi scompensi.

Il fenomeno non è nuovo, eppure nulla è stato fatto per arginarlo. Si viaggia a una media di dieci suicidi all’anno tra gli agenti della polizia penitenziaria: numero già raggiunto nel 2014, segno che alla tendenza, finora, non si è posto adeguato rimedio. L’ultimo caso lunedì scorso a Cisterna, in provincia di Latina: un agente penitenziario di 38 anni, Antonino Grasso, ha sparato alla moglie, uccidendola, e poi si è tolto la vita. “È un’altra terribile tragedia che coinvolge appartenenti alla polizia penitenziaria”, le parole di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe). “È il secondo suicidio di un poliziotto in soli tre giorni. Come può l’Amministrazione Penitenziaria, che è da mesi senza un Capo Dipartimento, assistere inerte a questi gravi fatti, che hanno ormai una cadenza mensile, visto che nulla fa per favorire il benessere dei poliziotti penitenziari?”. Già, ma cosa si potrebbe fare? “Bisogna intervenire con soluzioni concrete, con forme di aiuto e sostegno per quei colleghi che sono in difficoltà. Bisogna comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l’attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere. Ma il Dap, da mesi senza un Capo Dipartimento e da anni incapace di affrontare e risolvere il disagio lavorativo, non fa nulla di concreto per favorire il benessere dei nostri poliziotti: non fornisce neanche i dati ufficiali sul numero degli agenti suicidi, che raccogliamo noi attraverso i nostri dirigenti sindacali presenti in tutte le sedi d’Italia”. Capece poi ricorda che negli ultimi tre anni si sono suicidati più di 35 poliziotti. E denuncia: “Il corpo di polizia penitenziaria è lasciatici o in uno stato di abbandono. Siamo sotto organico di circa ottomila agenti e se uno sbaglia non glielo perdonano”.

Come viene sottolineato dai diretti interessati, le forze dell’ordine sono costrette ad affrontare giorno per giorno situazioni e circostanze che mettono a dura prova la solidità interiore. Lo evidenzia pure lo psichiatra Marco Cannavicci, nel suo saggio “Il suicidio nelle forze di polizia”: «L’attività delle forze di polizia prevede un intervento professionale in situazioni ad intenso coinvolgimento emotivo oppure a contatto con persone in situazioni drammatiche. L’ambiente operativo conduce ad un contatto continuativo con la violenza, la sofferenza, il crimine, la morte. Intervenire sempre in situazioni ad alto contenuto emotivo conduce, a lungo andare, ad uno stress cronico ed a un logoramento emotivo. Effetti di questo stress cronico sono la depersonalizzazione degli altri, visti non più come persone ma solo come problemi». Cannavicci, però, coglie anche un altro aspetto, utile a spiegare perché in questa categoria il fenomeno è così diffuso: «Diversi studi hanno messo in evidenza che è frequente il suicidio nelle istituzioni caratterizzate da peculiarità come un elevato grado di controllo sul personale, un basso grado di autonomia decisionale ed un basso grado di libertà di movimento. La polizia è un’istituzione di questo tipo. Molto spesso, l’agente vive verso se stesso un sentimento di scarsa autorealizzazione personale e questo conduce allo sviluppo di un deficit globale delle risorse emotive. Compaiono la critica continua su tutti e su tutto, un atteggiamento cinico verso gli altri ed un’autovalutazione negativa del proprio lavoro. Il suicidio, allora, spesso rappresenta la rivendicazione del proprio status di uomo libero e autodeterminato di fronte alle coercizioni subite e ritenute ingiuste. Diventa, per così dire, una fuga liberatoria».

Anche l’assillo della carriera può diventare un nemico da non sottovalutare: «Il successo professionale, la carriera brillante, l’avanzamento di grado, gli incarichi di prestigio divengono l’unico simbolo della compiuta realizzazione. Per ottenere tutto questo la persona si gioca tutto. Sacrifica il proprio tempo, la propria salute, gli affetti. Se la professione rappresenta in modo esclusivo il proprio progetto di vita, si rischia troppo».

Attenzione ai campanelli d’allarme. Le spie del disagio sono diverse: resistenza ad entrare in servizio ogni giorno, sentimenti di rabbia e risentimento, guardare frequentemente l’orologio, perdita di sentimenti positivi verso gli altri, rimandare il contatto con gli altri, negarsi al telefono, cinismo verso gli altri, atteggiamento colpevolizzante verso i problemi altrui, incapacità di ascoltare i problemi altrui, problemi di insonnia, conflitti coniugali e familiari, alto assenteismo. Cannavicci individua tre diverse fasi che conducono alla realizzazione del tragico intento. «La prima fase è quella dello stress lavorativo iniziale, con senso di inadeguatezza delle risorse disponibili rispetto alle richieste dell’ambiente lavorativo e sociale. Segue la fase dello stress cronico, con eccessiva tensione emotiva, senso di fatica mentale e facile irritabilità. Infine, la fase della crisi personale, con distacco emotivo, ritiro dalle relazioni sociali, cinismo affettivo e rigidità di pensiero».

In che modo si può arginare il fenomeno?Allo stato attuale tutte le attività di prevenzione, limitate alle visite di controllo all’atto della selezione psicoattitudinale, hanno dato risultati assolutamente insoddisfacenti. Per la prevenzione efficace nelle forze di polizia il primo passo da effettuare è organizzare una conoscenza del fenomeno in atto (come l’osservatorio epidemiologico) ed assicurare un miglioramento dell’habitat psicologico attraverso una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni e dei rapporti interpersonali. È importante il monitoraggio delle tensioni emotive e dello stress del servizio in quanto gli eventi connessi al servizio possono modificare, alterare, squilibrare lo stato psicologico iniziale. L’assenza di un supporto psicologico ha determinato nel personale la necessità di tenersi il malessere ed il disagio dentro di sé”.

 

 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->