mercoledì, Settembre 29

Forze armate, rischio paralisi field_506ffb1d3dbe2

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Il fronte nord è caduto. Fra i ricordi. «Non incombono più ipotetiche invasioni dalle Alpi», ha ricordato qualche giorno fa in un’intervista la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, interrogata su quali forze armate siano necessarie all’Italia; oggi la frontiera «è il Mediterraneo, dove le Primavere arabe e la Siria costituiscono focolai di instabilità» e «è lì che bisogna intervenire se vogliamo controllare i flussi migratori verso le nostre coste». Altre minacce vengono dal terrorismo internazionale e dai conflitti regionali come quello in Ucraina, «che potrebbero propagarsi»; situazioni che, ha aggiunto la ministra, si devono affrontare nel quadro delle alleanze di cui l’Italia è parte: Nato, Nazioni Unite e Unione europea. In Ue il governo italiano, ha detto ancora Pinotti, intende muovere il primo passo verso una politica di difesa comunitaria proponendo a Francia e Germania assetti operativi comuni; lo farà durante il suo semestre di presidenza dell’Unione, che inizierà a luglio.

L’esecutivo affiderà a un gruppo di esperti la stesura di un libro bianco che disegni le forze armate dei prossimi 20-30 anni, sul quale poi si pronuncerà il Parlamento e dal quale arriverà anche una «risposta ragionata» sul dibattuto acquisto dei velivoli F35, ha detto la ministra. Si sa già che le forze armate saranno più ridotte, con un taglio di 40mila militari (oggi sono 190mila) e 10mila civili (oggi 30mila) entro il 2024, accompagnato dalla dismissione di 385 siti militari sovradimensionati e dall’aumento dei servizi interforze. Anche la spesa per gli armamenti dovrebbe ridursi, come ha raccomandato la Commissione Difesa della Camera nella relazione finale della sua inchiesta conoscitiva sui sistemi d’arma in Italia, pubblicata il 7 maggio. Il libro bianco dovrà tenere conto di quel documento, hanno avvertito i commissari. La relazione, come vi abbiamo raccontato, rileva diversi problemi e propone alcune soluzioni. Ne abbiamo parlato con Gianandrea Gaiani, esperto di questioni militari e direttore del magazine online ‘Analisi Difesa’. Secondo Gaiani le forze armate rischiano la paralisi senza fondi certi, sono impiegate in missioni militari dietro le quali l’Italia nasconde la mancanza di una politica estera e sono inserite in un contesto europeo dove la difesa comune è “una presa in giro”.

Partiamo dall’Aeronautica. La Commissione Difesa della Camera sollecita a sospendere il programma di acquisto dei velivoli F35, per chiarirne punti critici e costi e rinegoziarlo con l’obiettivo di dimezzare la spesa. Promuove invece il programma Eurofighter Typhoon. Che ne pensa?

Sono contrario al programma F35, come ho già scritto in passato. Penso che questo aereo rovinerà la nostra industria, e renderà le nostre forze armate dipendenti da quelle statunitensi perché non potremo gestirlo da soli: la tecnologia del velivolo e i suoi segreti resteranno negli Stati Uniti, mentre noi potremo mettere le mani solo su qualche bullone che potremo produrre. Il programma dovrebbe essere cancellato, anche in nome della politica comune sulla difesa europea di cui tanto si blatera. Sono invece a favore del programma Eurofighter. La Germania prevede di comprare 160 di questi velivoli, che sono in grado anche di lanciare bombe e missili, e nessun F35; penso che l’Italia potrebbe acquistarne 120. Comunque sia, la decisione della Commissione riguardo al programma F35 mi sembra frutto di un gioco delle parti. Consentirà al Partito democratico, che l’ha proposta, di soddisfare gli elettori pacifisti e quelli a favore dei tagli alla spesa pubblica in vista delle prossime elezioni europee e amministrative. Vedremo se dimezzare i costi significherà anche dimezzare gli aerei comprati, ma ricordiamo che la decisione dei commissari non è vincolante per il governo. Nel suo libro bianco sulla difesa il governo potrebbe scrivere che servono 90 F35, o 70, o 65, e poi proseguire così nel programma, magari estendendone la durata per diluire la spesa.

A proposito del libro bianco, i commissari apprezzano l’intenzione di realizzarlo espressa dalla ministra della Difesa, Roberta Pinotti, puntualizzando che il testo dovrebbe rispettare la relazione finale della Commissione e basarsi sulla prospettiva di una difesa comune europea. Secondo lei?

Innanzitutto vorrei sapere chi lo scriverà: non ce l’hanno ancora detto. Se lo facciamo scrivere alle forze armate possiamo già prevedere il contenuto, perché loro vogliono le portaerei, gli F35 e Forza Nec. Io credo che dovrebbe essere un documento politico, come lo è ovunque nel mondo, per capire che cosa il governo vuole per le forze armate. Il testo dovrebbe dirci quanto personale e quanti mezzi sono ritenuti necessari e stabilire le risorse finanziare da investire in merito, in funzione delle ambizioni del Paese.

La Commissione ha rilevato un «deficit di collegialità» nella formazione delle decisioni sugli investimenti in sistemi d’arma. Per eliminarlo suggerisce, ad esempio, di modificare la normativa sui vertici militari per promuovere uno ‘spazio istituzionale’ in cui far maturare scelte importanti come quelle. Che ne dice?

Un organismo comune esiste già: è Segredifesa, che ha suddivisioni in armamenti terrestri e navali. Certo per ridurre la spesa in modo intelligente bisognerebbe creare più collaborazione interforze; se la Marina e l’Aeronautica prendono entrambe F35 in versione B, ad esempio, creino un centro comune per la manutenzione e la gestione dei ricambi. Ci sono anche tante funzioni amministrative che potrebbero essere rese davvero interforze, il che ridurrebbe il personale. Il problema serio è che, pur in presenza di questa riduzione, ogni forza armata cerca di salvaguardare la propria forza, così ad esempio intere brigate sono senza soldi per addestrarsi e non ci sono proiettili da sparare perché li abbiamo tutti in Afghanistan. Siamo alla paralisi.

A proposito di risorse, la Commissione critica l’assenza in Italia di un organismo che controlli la qualità degli investimenti per i sistemi d’arma -a controllare sono gli stessi vertici militari e industriali- e ha suggerito di crearne uno, autonomo e in grado di fornire informazioni esaurienti al Parlamento. Come giudica la proposta?

La Commissione Difesa dovrebbe strutturarsi come ha fatto il Congresso degli Stati Uniti, che ha esperti indipendenti incaricati di fare le pulci a ciò che dicono l’industria di settore e il Pentagono; questi esperti, però, non dovrebbero essere anche consulenti della controparte. Negli Stati Uniti inoltre il General account office, la loro Corte dei conti, svolge studi per capire se l’industria di settore e il Pentagono hanno detto la verità e per controllare come sono spesi i fondi, con accesso a tutti i documenti. Sarebbe il caso di fare tutto questo anche in Italia. Sarebbe anche necessario, tuttavia, che i parlamentari siano documentati in materia di armamenti e i membri della Commissione Difesa si specializzino. Nell’ultimo testo della Commissione relativo all’inchiesta sui sistemi d’arma -per la quale ho anche avuto il piacere di essere audito, l’anno scorso- si legge che il Rafale è la versione francese del Typhoon, il che non è corretto.

La Commissione è a favore di una politica comune di difesa nell’Unione europea, anche per ridurre la spesa militare, e sollecita il governo a promuoverla nel suo semestre di presidenza dell’Ue. Che ne pensa?

L’Unione europea ormai è come la Nato. Fino a ieri la Nato era garanzia di stabilità, ma dopo la guerra in Libia è diventata un fattore di destabilizzazione. Quella guerra è andata contro gli interessi italiani, provocando la caduta di un regime che comunque controllavamo e la sua sostituzione con la porcheria attuale. La Nato ha portato instabilità anche in Afghanistan, dove è stata sconfitta dai Talebani e dal quale si ritirerà. Per parte sua, l’Unione europea non riesce ad essere un fattore di stabilizzazione perché non è ancora un fattore. Guardiamo la realtà: l’Ue ha sostenuto una guerra, quella in Libia, che è stata un siluro contro l’Italia perché ha ridotto i flussi energetici e aumentato esageratamente quelli migratori, e l’Unione ci ha lasciati da soli a gestire l’emergenza. Intanto noi mandiamo 50 genieri in Centrafrica, al costo di 5 milioni di euro, per rispettare i nostri impegni verso l’Ue, come ha detto il ministro Pinotti; peccato che il resto dell’Ue non ci aiuti. Se c’è un valore nell’integrazione europea della difesa è in ambito industriale: le industrie dei singoli Stati membri dell’Unione non possono basarsi sul mercato domestico. Vogliamo creare un sistema di difesa comune? Compriamo solo equipaggiamenti europei, per dare più soldi alla nostra gente e alle nostre aziende, anziché comprare da altri, ad esempio dagli Stati Uniti. La ‘difesa europea’ oggi è una presa in giro.

La Commissione rileva che la spesa in armamenti è eccessiva e raccomanda di porre un tetto prefissato agli investimenti, in modo da concretizzare l’ipotesi dell’allora ministro della Difesa Giampaolo Di Paola: 50% delle spese di difesa per il personale, 25% per l’esercizio e 25% per gli armamenti. È d’accordo?

Penso si debba stabilire un tetto prefissato all’intero bilancio della difesa. Il taglio al personale per raggiungere l’obiettivo della riforma di Di Paola è un’altra presa in giro, di cui nessuno parla. Io lo dico fin dall’annuncio della riforma, perché ho fatto i conti. Il personale sarà tagliato da 183mila a 150mila unità nei prossimi dieci anni; non potendo prepensionare o licenziare, questo taglio si farà mandando in pensione chi avrà maturato gli anni ma anche riducendo al minimo gli arruolamenti dei giovani. Nel 2024, quindi, avremo sì forze armate di 150mila unità, ma con un’età media fra i 45 e i 49 anni. Pensiamo di mandare a combattere reggimenti di 48enni? E dobbiamo fissare risorse finanziarie certe per il prossimo decennio, senza che ogni anno qualcuno si svegli e dica di tagliare un miliardo di euro. Oggi il problema serio, a parte l’invecchiamento delle forze armate, non è solo l’acquisizione di armamenti ma l’esercizio, che finanzia l’addestramento del personale e la gestione degli armamenti. Questo ambito va a pezzi, perché non ci sono i soldi. Compriamo le armi ma non abbiamo le risorse per insegnare ai nostri soldati a usarle e per farle riparare. Di Paola si è ispirato ad altri paesi, ma servono risorse certe fino al 2024 e fissate per ciascun anno.

La Commissione invita alla prudenza sul programma dell’esercito Forza Nec, per il quale è previsto lo stanziamento di oltre 20 miliardi di euro: un ulteriore investimento è «da valutare» perché servono garanzie sulla compatibilità con i sistemi dei Paesi partner in ambito Nato e Ue. Che ne pensa?

Penso sia vero. Ogni Paese ha il suo programma, e peraltro negli ultimi anni si sono tutti molto rilassati: certe tecnologie avanzatissime, oltre che molto costose, sono anche esagerate contro i talebani o i libici. Dipende dal nemico: se affronti i marziani è un conto, se combatti contro beduini è un altro, e nel caso di questi ultimi tecnologia di vent’anni fa è già sufficiente. Comunque Forza Nec ha forti investimenti su tecnologie italiane, e invito a fare attenzione al fatto che in futuro potremmo avere l’esigenza di condurre operazioni di tipo nazionale: se i nostri alleati fanno finta di esser sordi, come sull’immigrazione, dovremmo avere tecnologie e know-how nazionali. Magari si potrebbero ridurre la portata e la lunghezza del programma, ma credo che non investire in tecnologie nazionali in nome dell’integrazione con i Paesi alleati possa essere anche rischioso. Potremmo magari arrivare tardi e dover comprare tecnologia da loro.

La Commissione parla anche della necessità di rinnovare la flotta della Marina militare, cogliendo l’occasione per contrastare le ridondanze, come la presenza di due portaerei.

La Marina vuole 25 miliardi per costruire nuove navi; ha già avuto 6 miliardi in prestito dalla legge di stabilità, e con questi soldi produrrà una dozzina d’imbarcazioni. In quanto alle portaerei, la Garibaldi è vecchia e forse sarà venduta, mentre la Cavour costa tantissimo e toglie risorse ad altre navi. Piuttosto che limitarci a eliminare le ridondanze stabiliamo nel libro bianco quali interessi marittimi abbiamo e che tipo di navi ci servono, e fissiamo finanziamenti adeguati. Il punto non è quanto costa rinnovare la flotta, ma capire a che ci serve.

I commissari scrivono fra l’altro che la risposta alle minacce esterne non può essere solo militare: servono anche politica estera, diplomazia, promozione dei diritti umani, aiuti umanitari e collaborazione allo sviluppo. Come valuta l’impegno dell’Italia da questo punto di vista?

Penso che l’Italia non abbia una politica estera e usi le missioni in altri Paesi delle sue forze militari per nascondere questa mancanza. Le prime missioni, vent’anni fa, erano uno strumento della politica estera mentre oggi non è così. Mandiamo 50 soldati in Centrafrica, non si sa a fare che, mentre il resto dell’Unione europea non ci va. Non riusciamo a fare un intervento in Libia. Manteniamo soldati in Afghanistan, in una guerra persa contro un nemico che non ci ha fatto niente, ma non perseguiamo gli scafisti che alimentano l’immigrazione illegale. Per la crisi in Ucraina seguiamo le indicazioni dell’Unione europea; siamo il secondo partner commerciale della Russia e appoggiamo le sanzioni, e il sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti è andato a discutere della questione a Parigi, Londra e Berlino ma non a Roma. L’Italia non riesce a incidere.

 

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