mercoledì, Ottobre 20

Forze Armate, grande risorsa per il Paese field_506ffb1d3dbe2

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Forze armate ita

La notizia, riportata con la giusta attenzione anche da L’Indro in un recente articolo, è che sono 27.800 le unità che saranno tagliate entro il 2024 nell’ambito della difesa italiana. A deciderlo è stato il Consiglio dei ministri, con l’approvazione di due decreti legislativi.  

Con l’approvazione dei due decreti ha preso il via il processo di revisione dello strumento militare nazionale che porterà alla sua razionalizzazione in chiave riduttiva. Al termine del processo di revisione previsto nel 2024, la Difesa dovrebbe disporre di uno strumento più sostenibile sotto il profilo finanziario, ma allo stesso tempo più efficiente e funzionale assicurando migliori condizioni di vita a tutto il personale.  Del resto la Difesa si regge soprattutto sugli uomini e le donne che tutti i giorni ci mettono cuore e passione per la patria e la bandiera.

Viene disegnata una nuova organizzazione orientata all’efficienza e alla sostenibilità, che negli obiettivi, permetterà di assicurare la piena integrabilità con il sistema di difesa e sicurezza europea dell’Alleanza Atlantica, valorizzando il fattore umano e tenendo conto della difficile situazione economico-finanziaria del Paese. Questo è almeno l’intento, poi sarà da vedere se veramente si porterà valore aggiunto e come tutto ciò potrà essere integrato in ambito di Nato.

Le Forze armate saranno fondamentalmente interessate comunque da un taglio di circa 20.000 militari e 7.800 civili del ministero della difesa. Si scenderà quindi a una consistenza numerica di 150.000 unità, tra Armi, Esercito e Aeronautica, contro le circa 170.000 unità oggi esistenti.  Un taglio considerevole non vi sono dubbi in merito. La revisione e riorganizzazione delle Forze armate mira a un ulteriore potenziale risparmio per la spesa pubblica, e prevede anche una riduzione del personale dirigente, in particolare 524 unità tra generali e colonnelli. È prevista una riduzione dei generali dagli attuali 443 a 310, con un taglio di 133 unità (-30%). I colonnelli, invece, passeranno da 1.957 a 1.566, e sarà anche soppresso l’incarico a pagamento di consigliere militare del ministro della difesa.

Qui immagino la facile valutazione dell’italiano medio: era ora di intervenire. Sono troppi. Bisogna mettere un limite. Analisi superficiali se non supportate da una conoscenza sufficiente di scenari attuali e rischi. Nel provvedimento citato, la Difesa ha assicurato che non ci saranno misure espulsive a danno dei dipendenti. Per i militari, infatti, sono previste riserve di posti nei concorsi pubblici e altre misure di favore per il transito nei ruoli di altre amministrazioni dello Stato. Il decreto prevede anche la dismissione, nei prossimi cinque anni, del 32% delle strutture militari come enti, caserme, basi e siti, e l’accorpamento e riorganizzazione di uffici.  Anche qui, immagino le congratulazioni alla politica sui risparmi e sui benefici a vantaggio del paese.  Poi bisogna capire se veramente si riuscirà ad efficentare e cosa rischiamo se si lavora male in questo processo.

Questa riforma è stata analizzata con intelligenza con una recente intervista su l’Indro anche dalla  Prof.ssa Carla Sodini, docente di storia moderna e storia militare dell’Università di Firenze “C.Alfieri”. La docente ha sottolineato la grande importanza diplomatica e di rappresentanza rivestita dai nostri militari, dando una visione più strategica e innovativa, e meno legata alle solite logiche della semplice e sterile spending review pure necessaria se fatta con criterio.

Un analisi da studiosa che legge tra le righe dei soliti luoghi comuni e disinformazioni. Ha dichiarato all’Indro che: «Saremo meno presenti e meno rappresentati da quelle che sono le forze migliori del Paese. Prima esisteva una misura di diplomazia diversa rispetto ad oggi. La diplomazia non è più sufficiente per mantenere rapporti internazionali e le nostre Forze armate ci hanno rappresentato benissimo in molte occasioni. Per fare solo un esempio, ancora non siamo riusciti a liberare i nostri due militari in India. Sappiamo da fonti certe che loro non hanno avuto un ruolo così funesto come sottolineato dalla stampa indiana, ma crediamo più alla stampa indiana rispetto a quello che è successo. Insegnando storia militare ho avuto occasione di invitare tanti rappresentanti delle Forze armate e tutti coloro che abbiamo invitato sono venuti a titolo gratuito, cosa che non accade nella realtà civile, e hanno avuto un atteggiamento molto positivo di comunicazione e di informazione nei confronti degli studenti, perché c’è il desiderio di spiegare e di informare i giovani su quella che è la loro realtà e il loro campo di azione. Sui giornali non si parla mai degli aspetti positivi di questo comparto, in cui si lavora con estremo interesse e dedizione. La riforma è già in atto con la nascita dell’esercito professionale, solo che non se ne parla. Si facesse nell’università una riforma sulla base del merito come è stata fatta nelle forze armate sarebbe un grande risultato. C’è da proseguire, sicuramente, e da migliorare la situazione, ma non esiste una realtà in cui è stata già messa in atto una riforma basata esclusivamente sul merito e sulle competenze. Quando viene formato un militare, lo Stato fa un grande investimento nella sua formazione scientifica e professionale. Emergono, così, dei giovani preparati e pronti ad affrontare il loro compito. Persone preparatissime che si ritrovano vittime di un paradosso che da un lato vede lo Stato investire sulla loro formazione, e poi rinnega se stesso con tagli come quelli previsti dal decreto».

Dalle parole della studiosa si coglie che la Difesa è un comparto importantissimo per l’Italia, ma non nel senso solo di una difesa delle frontiere. I settori di intervento dei militari sono tanti e qualificati. Il lavoro di professionisti formati è fondamentale, e va inteso in senso esteso e in continua evoluzione, nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. Se si ragiona solo di tagli che vanno a ridurre le capacità operative di questi esperti, evidentemente non si è ancora capito colto appieno il ruolo delle Forze armate in Italia.

Non si può più parlare solo di interesse nazionale. Bisogna riferirsi all’Europa, e quindi anche il mondo militare non deve confrontarsi solo con il proprio Paese ma con l’intera comunità europea. Per esempio, la partecipazione alle missioni internazionali, risulta essere uno dei tratti fondanti della politica estera e di sicurezza nazionale e consente al nostro paese di presidiare con efficacia gli interessi geo-strategici italiani nel quadro delle alleanze europea e transatlantica.

Pur in un contesto di crisi economica e limitazioni di budget statale, il nostro Paese deve mantenere un’adeguata presenza sullo scacchiere internazionale con particolare riguardo ai teatri direttamente legati alla propria sicurezza nazionale, ovvero il Mediterraneo allargato e il Corno d’Africa. Questa esigenza è ancora più sentita nell’attuale contesto di incertezza generale generato dagli sviluppi di guerre e Primavere arabe che stanno facendo sentire i loro effetti quotidianamente fino alle nostre coste.

Gli sforzi della politica italiana oltre ad interessare anche la cibersecurity e la cyberdefence devono saper essere naturalmente rivolti verso una valorizzazione dello strumento militare che non può vivere di soli tagli. Questi sforzi organizzativi ed economici devono essere correttamente incanalati verso gli strumenti e gli interessi di maggior rilevanza strategica per il paese che sono stati chiaramente individuati dall’Osservatorio di Politica Internazionale in un recente report del Dicembre 2013 dal titolo: “Una valutazione delle priorità strategiche per l’Italia” a cura del CeSi (Centro Studi Internazionali).

Per raggiungere gli obiettivi strategici dell’Italia, lo strumento militare è fondamentale e deve essere adeguatamente valorizzato e seguito. Gli uomini e le donne che lavorano nelle Forze Armate e che tutti i giorni ci mettono cuore e passione meritano di poter coltivare ed esprimere un lavoro d’eccellenza al servizio del Paese.

 

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