lunedì, Giugno 21

Forza Toro 40

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aereo

 

Coro di proteste  dopo l’inaugurazione del monumento dedicato al Grande Torino, in una piazza del capoluogo piemontese. Non piace a nessuno, lo trovano macabro, sgraziato, poco rispettoso della leggenda granata e del suo significato. Com’è fatto questo monumento? Presto detto. Da un muretto in mattoni simboleggiante la Basilica di Superga, fuoriesce la coda di un aereo forse d’epoca  eppur sorprendentemente intonso.

Ora, non mi sentirei di attribuire a questo manufatto la qualifica di monumento, e tantomeno quella di scultura. Lo definirei un oggetto senza qualità, non solo privo di qualsiasi potere evocativo, non solo  prosaico e infantile nella sua concezione progettuale, non solo semplicemente brutto.

E’ qualcosa di più. Nella sua brutalità quasi surreale assume una valenza simbolica.  E’ l’ennesimo di una lunga serie di realizzazioni autarchiche orrende, tra cui volentieri citiamo la statua di Giovanni Paolo II in piazza dei Cinquecento a Roma, che testimoniano il bassissimo livello culturale cui è giunto il Paese di Leonardo e Michelangelo.

Quanto tempo è che dal nostro talento che fu, artistico o almeno artigianale, non scaturisce un opera degna se non di essere ricordata almeno di  non suscitare risa sgangherate o profonda tristezza, a seconda della sensibilità dell’innocente osservatore o del semplice, distratto passante?

L’amministrazione comunale, a quanto pare, si difende sostenendo che l’obbrobrio non è stato messo in piedi tramite l’erogazione di fondi pubblici, e questo già la dice lunga sulla coda di paglia dei funzionari che, di riffa o di raffa, hanno dato il beneplacito alla nefasta installazione.  

Ma come dicevo, il discorso è ben più ampio, e riguarda il pauroso deficit di ispirazione che ha colpito architetti, scultori, artisti in generale formati negli ultimi trent’anni nel nostro Paese, con  eccezioni davvero rare che trovano terreno per esprimere il proprio talento solo in terra straniera.

O forse sono più di quello che si creda, chissà, ma sono già espatriati a Londra, New York o Berlino da anni e non hanno nessuna intenzione di tornare per mettersi a disposizione di un mercato che prevede per loro ventennali gavette  senza intascare il becco di un quattrino, per poi decidersi a cambiare lavoro e aprire una pizzeria, come peraltro consigliato dal solido Flavio Briatore, maestro di vita e punto di riferimento di una consistente fetta di cultura, giovanile e non.

Un Paese che non investe in cultura è un Paese morto.  Lo ripetiamo tutti da molto tempo, senza ben renderci conto del significato reale, pratico di una frase che suona astratta e quasi retorica, e che invece mostra i suoi effetti  in modo drammaticamente concreto.

I muri italiani, veri e virtuali, sono pieni di frasi sgrammaticate, le piazze ingombre di allestimenti e soluzioni architettoniche o di semplice decoro urbano degne del terzo mondo più  disgraziato,  faccio sincera fatica a ricordare un’idea artistica che è una, realizzata in Italia negli ultimi lustri, che mi abbia dato gioia e fierezza da senso d’ appartenenza nazionale.

In compenso, l’eredità dei grandi deperisce vistosamente sotto i colpi di ministri da operetta, nell’indifferenza più o meno generale.

Se il grottesco aereo di Torino potesse almeno suscitare in qualcuno di noi un moto di dignità ferita, un piccolo scatto d’orgoglio, avrebbe in fondo strappato un ruolo. Involontario,  ma importante.

 

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