lunedì, Ottobre 18

Forza Italia: ogni pazienza ha un limite? 40

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C’è una famosa gag di Totò, che fa parte della memoria collettiva degli italiani. Il principe dei comici riferisce a un amico di aver incontrato un energumeno che, scambiandolo per un certo Pasquale, lo ha riempito di schiaffi. Ma Totò, racconta, non ha reagito, anzi, più aumenta nel racconto la sequela di sganassoni ricevuti, più cresce la sua ilarità fino a scompisciarsi dalle risate. L’amico, indispettito, gli dice: «Ma tu stavi lì senza difenderti, senza fare nulla?» E Totò, quasi soffocando: «E certo, che mi chiamo Pasquale, io?».

Mi è tornata in mente questa macchietta leggendo le reazioni del gotha di Forza Italia alla fuga con arresto finale, nell’ovvio hotel pentastellato di Beirut, del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in Appello a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Un florilegio di esternazioni davvero rimarchevoli, espresse dai capi di questo partito, ciascuna caratterizzata dall’indole propria del personaggio chiamato in trincea.

C’è la consueta raffica astiosa, tristemente sarcastica dell’irriducibile capogruppo FI Renato Brunetta il quale, ben conscio che  ben pochi italiani si prenderanno la briga di perder tempo a ripercorrere la vicenda giudiziaria di Dell’Utri, vent’anni di accuse e condanne che sostanzialmente lo inchiodano al ruolo di  eccellente anello di congiunzione fra Silvio Berlusconi e la mafia, lo definisce «innocente qualsiasi sentenza ci sia nel prossimo futuro».

C’è la sortita del senatore Paolo Romani, che approfitta del trambusto generale per attaccare l’ex sodale Angelino Alfano che, dice, «poteva risparmiarsi i trionfalismi per la cattura di una persona in posizione di debolezza».

E qui, il Totò nel quale i potenti di Forza Italia identificano l’elettore medio del proprio partito, ride più rumorosamente, prendendo il secondo schiaffo.

Naturalmente, come in ogni comica che si rispetti, è il finale che riserva i fuochi d’artificio più fragorosi e abbaglianti, quelli che riempiono occhi e orecchie dell’allibito spettatore lasciandolo inebetito e frastornato, momentaneamente privato della capacità di intendere e volere.

Silvio Berlusconi in persona, a riprova dell’importanza cruciale del transfuga acciuffato in terra libanese, rilascia la dichiarazione che tramortisce il povero elettore -Totò con lo scapaccione definitivo, il colpo del ko che lo mette al tappeto mentre continua a rotolarsi dalle risate.
Secondo il cavaliere, Dell’Utri era in Libano non già per sfuggire al giudizio della Corte di Cassazione, figuriamoci, ma stava svolgendo un’importante missione per conto del Presidente russo Vladimir Putin, della quale lo aveva incaricato Berlusconi stesso, il favore dovuto a un amico fraterno a seguito di una proposta di quelle che non si possono rifiutare. «L’ho spedito a Beirut qualche giorno fa perché Vladimir Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Amin Gemayel», avrebbe detto Berlusconi a suoi fidatissimi.

A questo punto la domanda sorge spontanea. Quale opzione sceglierà la porzione di popolo che fu della libertà retrocessa inopinatamente a semplice tifosa del belpaese da una dolorosa scissione? Deciderà di continuare a ridere come la rimanente maggioranza del popolo italiano ma almeno evitando la gragnuola di manrovesci provenienti dall’anziano padrone, in procinto di intraprendere lo svolgimento coatto di servizi sociali a causa di un altro, ennesimo errore giudiziario? O persistere nell’immolarsi a vita nel ruolo di vittima del clown bianco, in nome di un’obbedienza pronta, cieca ed assoluta?

Lo vedremo alle elezioni europee.

D’altronde, lo diceva anche il maestro Totò, ‘ogni limite ha la sua pazienza‘.

 

 

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