lunedì, Settembre 27

Fortunati pensionati danesi field_506ffb1d3dbe2

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Le pensioni migliori si trovano in Nord Europa, e precisamente in Danimarca. Per dire questo, forse, non serviva uno studio di ricerca del rinomato gruppo assicurativo Mercer, ma probabilmente chiunque pensandoci avrebbe potuto arrivare ad una deduzione simile. La ricerca ha preso in considerazione i sistemi previdenziali di 20 Paesi in tutto il mondo e li ha analizzati in base al Melbourne Mercer Global Pension Index, l’indicatore realizzato dal gruppo assicurativo australiano. Per ottenere tale indicatore Mercer ha utilizzato svariati parametri riuniti in tre macro-categorie: adeguatezza, sostenibilità, integrità (regolamenti, costi, governance), che hanno dato vita a un rating dei sistemi previdenziali.

Dai risultati è emerso che il Nord Europa conquista le due su tre posizioni del podio mondiale con Danimarca, Olanda e Australia, rispettivamente prima, seconda e terza. La Danimarca è stato l’unico stato a raggiungere il grado di “eccellente” mentre per le altre, affiancate da Svezia, Cile, Canada, Regno Unito, Svizzera e Singapore, sono state segnalate aree di possibile miglioramento. Tutti i sistemi pensionistici di questi Paesi riescono a coniugare assieme adeguatezza e sostenibilità, cioè garantiscono agli anziani delle rendite abbastanza cospicue o più che dignitose, senza però gravare in maniera esagerata sui conti pubblici, anche in una prospettiva di medio e lungo termine.

La Danimarca ha potuto raggiungere questo primato in quanto il sistema danese è robusto, altamente remunerativo per i lavoratori, sostenibile e ha un alto livello di integrità. Per comprendere come ciò sia possibile, compito arduo se si viene da Paesi dove il sistema pensionistico non è così efficiente, va ricordato che il modello danese è composto da quattro schemi pensionistici differenti e complementari.

La prima tipologia di pensione è la Folkepension, finanziata dalle tasse, che assicura ad ognuno un reddito nell’età anziana. La piena fruizione di questa pensione è condizionata a quarant’anni di residenza in Danimarca tra i 15 ed i 65 anni (che gradualmente aumenterà fino a 67 anni per le persone nate a partire dal 1958), ovviamente chi ha trascorso in Danimarca un periodo di tempo inferiore, riceverà invece un assegno più basso. La folkepension consiste, per persona singola, di un ammontare base di 58.032Kr l’anno, pari a circa 7.790€, più un supplemento di 58.416Kr annui (circa 7.481 euro) ed infine un ulteriore benfit (introdotto per la prima volta nel 2004) che nel 2006 risultava essere 6.300Kr l’anno (846€). Il totale è quindi di 12.2748Kr/annue (16.476 euro) che si riduce a 91.608Kr/annue (12.296 euro) nel caso di persona sposata.

Il secondo pilastro pensionistico si basa poi su due tipi di pensione supplementare obbligatori, regolamentati dalla legge danese e applicabili agli impiegati che lavorano per più di nove ore la settimana. La prima è l’ATP (Arbejdsmarkedets Tillaegspension) mentre la seconda è la Special Pension (SP). L’ATP è pagata per due terzi dal datore di lavoro e per un terzo dal lavoratore ed è detratta direttamente dalla busta paga. In questo modo gli impiegati versano circa 976Kr/l’anno (130 euro), mentre il datore di lavoro contribuisce per un importo annuale massimo di 1.951Kr (262 euro circa). Questi dati possono variare in base al settore in cui si opera, alle ore lavorate e al tipo di contratto con il quale si è assunti, ma in generale questi contributi rappresentano l’1% del salario. L’ammontare della SP, invece, è un altro 1% della retribuzione ed è pagato unicamente dall’impiegato.

E’ poi possibile usufruire di un sistema pensionistico collettivo l’AMP, il terzo pilastro previdenziale pubblico danese, negoziato mediante contrattazione a livello settoriale. In questo caso il contributo versato nel settore privato corrisponde al 9% del salario lordo per gli operai e al 15% per gli impiegati. Va però specificato che nel caso di questi ultimi i 2/3 dell’ammontare sono pagati dal datore di lavoro mentre solo il restante 1/3 viene detratto dalla busta paga. Più fortunati ancora sono i lavoratori del settore pubblico, per loro il contributo è ridotto al 12% ma è totalmente sostenuto dallo Stato. Qualora il settore non sia coperto da contrattazione collettiva, esistono schemi pensionistici a livello aziendale, che seguono generalmente le stesse regole dello schema pensionistico collettivo.

Se tutto ciò non bastasse a far dormire ai futuri pensionati sonni tranquilli, va poi aggiunto che è possibile ricorrere ai fondi pensione privati, che sono un supplemento a quelli statali e sono gestibili singolarmente ed autonomamente da ogni individuo. In totale, il patrimonio oggi gestito dai fondi della previdenza complementare danesi è attorno al 50% del Pil contro il 7% circa dell’Italia. 

La ricerca della Mercer però ha evidenziato anche quali sono i Paesi che hanno bisogno di aggiustamenti. Tra i Paesi con sistemi previdenziali buoni, ma che presentano carenze che vanno risolte per mantenere la sostenibilità sul lungo periodo, sono inserite Germania, Francia, Brasile, Stati Uniti, Messico, Polonia. Fanalino di coda sono invece gli Stati in cui i sistemi previdenziali presentano grandi aree di debolezza che vanno affrontate, per non mettere in dubbio la loro efficacia e sostenibilità: Giappone, India, Corea, Cina e Indonesia. L’Italia non è stata presa in esame durante questo studio ma, secondo gli esperti di Assoprevidenza, se il Paese fosse stato considerato sarebbe stato inserito tra le nazioni che hanno bisogno di qualche aggiustamento, probabilmente nella terza categoria che è stata selezionata. Va ricordato infatti che secondo i dati del Codacons, le pensioni italiane sono le più povere d’Europa. Se in Germania, secondo i dati al 2011 del sistema pensionistico tedesco, la media per un pensionato con 45 anni di lavoro è di 1.236 euro, in Olanda di 1.070 euro, mentre in Spagna la pensione media mensile supera di poco i 917 euro, in Italia il 14,4% dei pensionati non supera i 500€ e la media nazionale è comunque inferiore ai 1.000€ mensili.  Dati poco rassicuranti per il bel Paese, che sicuramente dovrebbe prendere spunto dai colleghi danesi per risistemare la propria situazione.

 

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