domenica, Aprile 11

Forse il renzismo è un malattia field_506ffbaa4a8d4

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La notizia della voragine sul Lungarno Torrigiani la conosciamo tutti, una ventina di macchine inghiottite da un cedimento della strada. Una scena piuttosto drammatica che avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di peggio. Viene in mente che poteva lasciarci le penne il ragazzino innocente, la mamma che tornava dal lavoro, una coppietta di sposi in viaggio di nozze, e si tira un sospiro di sollievo.
Questo è ciò che in genere prova una persona comune e con un quoziente di intelligenza appena nei limiti. Un amministratore pubblico, a sua volta, se possiede anch’egli i requisiti predetti, si precipita sul posto, si compiace dello scampato pericolo, ringrazia gli operatori che si stanno impegnando per rimuovere le auto danneggiate e rimettere in sesto le cose, annuncia che farà luce sull’accaduto, magari promettendo che non succederà più, quindi torna a lavorare.  Zitto e mosca, visto che l’episodio è grave e il primo responsabile, per definizione, è il Sindaco, almeno fino a quando non sarà individuata la catena dei colpevoli.
In genere un primo cittadino con due dita di cervello e di saggezza, prova a spegnere i fuochi, usa l’arma della prudenza, osserva con umiltà, riflette su quanto è accaduto impegnandosi, prima di tutto con se stesso, affinché non si verifichi mai più.
Poi c’è Dario Nardella, il delfino di Matteo Renzi, promosso dal capo medesimo che, non potendosi portare la sedia a Roma, si è dato da fare perché finisse sotto glutei sicuri, e dalle parole pronunciate dal successore si è capito bene perché il Sindaco di Firenze non poteva essere altri che lui, un renziano nell’anima. La sua uscita dopo il crollo si è così sostanziata nell’applicazione rigida del metodo del leader, che per superare, come Demostene, un lieve difetto di pronuncia è diventato un funambolo della parola, preferibilmente vuota.
«Io detesto l’idea di un confronto politico all’insegna del tanto peggio tanto meglio. E il solo pensiero che qualcuno si sarebbe fregato le mani se ci fosse scappato il morto mi fa schifo». All’incirca così parlò il ragazzo che siede a Palazzo Vecchio.
Il filone è quello originale della casa madre, popolato di gufi, di rosiconi e di altre specie in via di apparizione. Un tale linguaggio, quello dei renziani, non descrive la realtà, bensì la cultura e il mondo interiore dei suoi utilizzatori, che si compiacciono di fare le vittime designate e attaccano alla cieca prima di essere attaccati, sapendo bene che in una fase precedente sono stati loro stessi a eccitare il risentimento presentandosi come il lavacro del mondo. Un concetto sempre pericoloso, in ogni epoca.

Sempre lo stesso, il loro linguaggio. Ciò che, invece, cambia è che da quando sono arrivati Matteo Renzi e la sua acritica corte dei miracoli, mediamente ci detestiamo di più tra cittadini, e la politica è diventata assai più coatta, nei toni e nelle azioni.
Eravamo messi male prima, con il debito pubblico che il Governo non riesce o non vuole fermare, perché incapace di fare scelte impopolari coi garantiti, mentre è bravissimo a comunicare ai prefetti  -che poi ribaltano le disposizioni sui sindaci- l’obbligo di sgomberare i migranti economici dai luoghi di accoglienza. Insomma, siamo messi male ancora adesso e sembriamo più individualisti. Vedremo cosa sopravvivrà agli stregoni in sedicesima.

Un Sindaco che si pone con le parole di Nardella, in presenza di un evento sciagurato, fa riflettere sul livello di patologia presente nella nuova politica, che invece di cospargersi il capo di cenere, parla d’altro, tira la palla in tribuna alludendo ai cattivi che avrebbero voluto il morto per fregarsi le mani. Una sospetta ipersensibilità, generata dalla consapevolezza, con annessa coda di paglia, che questo clima orrendo nel Pd e nella società è stato alimentato anche, se non soprattutto, dalla congrega di saputelli che gravitano intorno al Presidente del Consiglio. Un manipolo di piccoli uomini e donne animati dalla certezza, molto soggettiva, di essere il nuovo, ma che in realtà rappresentano soltanto la degenerazione del vecchio, con l’aggravante dell’insopportabile presunzione.

Non è che per fare politica bisogna essere per forza umili, ci mancherebbe, ma non sarebbe male se almeno intimamente ognuno conservasse un briciolo di senso della misura, perché quando ci sarà il botto, e ci sarà, almeno si possa uscire di scena senza fischi e pernacchie. Il grande Fortebraccio, autore di corsivi folgoranti su ‘L’Unità‘ dei tempi passati, sarebbe un’ottima lettura per costoro. Una volta sotterrò un politico dell’area di Governo: «Si ferma una macchina, si apre la portiera e non scende nessuno. Era Nicolazzi». Ecco, basterebbe cambiare il nome e, a turno, molti renziani, potrebbero entrare nella parte, senza difficoltà.

A proposito, Nicolazzi non se lo ricorda più nessuno.

 

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