lunedì, Aprile 19

Forme di vicinanza e di autoritarismo dei tutori dell’ordine field_506ffb1d3dbe2

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Marcia del popolo NoTav a Susa

Il bacio dato dalla ragazza al poliziotto a Torino, dopo che gli agenti si erano tolti i caschi, è un gesto che ci riempie di tenerezza e ci fa intravedere uno spiraglio di pace sociale tanto più prezioso in questo momento così difficile. I superiori dei tutori dell’ordine si sono affrettati a dire che non c’era niente di nuovo,  che anzi è stata l’applicazione di una collaudata tecnica di dissuasione nei confronti dei manifestanti. Ci immaginiamo anche esercitazioni basate sulla tecnica del bacio – sulla guancia, naturalmente – attuate tra militari di sesso maschile e reclute femminili per affrontare le situazioni più delicate

Ma siamo sicuri in cuor nostro che quei gesti non siano stati la semplice applicazione di un ordine, ma un gesto spontaneo di comprensione, di fraternizzazione. Tanto più importante in questa temperie sociale in cui le manifestazioni di piazza sono all’ordine del giorno e non sembrano destinate ad attenuarsi. Tutto ciò pone il problema del rapporto tra i cittadini e le forze dell’ordine. E a questo proposito abbiamo negli occhi tipi di immagine diametralmente opposti.

Da una parte, come abbiamo detto, vediamo il rispetto e la tolleranza. Dall’altra forme inquietanti di estraneità, d’intolleranza, di prevaricazione. La prima dimensione ha le sue radici, tra l’altro, nei famosi articoli scritti da Pier Paolo Pasolini addirittura a metà degli anni ’70, quando vedeva nei poliziotti quei “figli del proletariato”, quei figli dei ceti popolati che, nel rispetto della loro missione di tutori dell’ordine pubblico, soffrono in realtà le stesse situazioni di disagio non solo economico ma anche morale e culturale dei manifestanti che si trovano a fronteggiare.

E’ di questi giorni un episodio davanti a Montecitorio in cui un disoccupato interloquiva con un giovane agente per rappresentargli le ragioni della protesta. E, per varcare i nostri confini, questa stessa dinamica si sta producendo anche in Ucraina, pur nell’ambito dei gravi disordini di natura politica che travagliano quel Paese.

E ancor più rispetto, tolleranza, dialogo sono le parole-chiave dei nostri militari sui vari versanti delle cosiddette “missioni di pace” sui più travagliati fronti, parole che riescono persino a coniugarsi con lo stillicidio di caduti sul campo. Un atteggiamento profondamente umano e maturo che fa veramente onore alle nostre truppe e per il quale siamo di esempio anche per contingenti militari di altri Paesi. Diciamo pure: il meglio che la nostra tradizione e cultura militare riesce ad esprimere per un autentico obiettivo di pacificazione sui terreni più difficili del pianeta.

Ma c’è anche l’altra dimensione, purtroppo domestica, di intolleranza e soprattutto di estraneità di altri operatori dell’ordine pubblico. Senza giri di parole, mi riferisco alla gran parte dei vigili urbani, quegli agenti con cui dovremmo essere più a contatto quotidianamente e su cui dovremmo poter contare nelle vicende ordinarie della vita.

Qui la situazione, a mio avviso, è molto grave e segna una profonda carenza di fiducia difficile da recuperare. Basta un’immagine quotidiana. Come si muovono i vigili urbani,  almeno quelli di una grande città come Roma Capitale? Sono pressoché sempre isolati, a due a due, parlano tra loro, quasi mai si mescolano con la gente.

C’è una scienza precisa che si occupa di queste situazioni: si chiama “prossemica” e studia la disposizione degli esseri viventi in uno spazio, per esempio sotto la pensilina di una fermata d’autobus: stando vicini per chiacchierare o stando lontani per il timore di essere infastiditi o peggio ancora borseggiati. Se si applicassero le regole della prossemica ai vigili urbani si documenterebbe in modo oggettivo il loro voluto isolamento. E si documenterebbe anche il loro aspetto sostanzialmente minaccioso. Vogliono il revolver, ma il cittadino comune teme molto più l’arma di cui già dispongono e che esibiscono volutamente: il libretto delle multe. Un’arma unilaterale, perché la verbalizzazione non si traduce quasi mai in una contestazione personale, ma in una notifica accompagnata dalla insuperabile dichiarazione che non c’è stato modo di fermare l’automobilista, creando una situazione di “dispar condicio”, aggravata dal loro ruolo di pubblico ufficiale.

Ma è inutile farla lunga. Il sindaco Marino sta combattendo da mesi per la ristrutturazione di questo corpo, ma alla luce dei consolidati comportamenti, qualsiasi sia la soluzione, questo è destinato a rimanere un “corpo estraneo” rispetto al tessuto sociale. La direzione sarebbe diametralmente opposta. Chiunque ne sia il capo, quello su cui puntare sarebbe un sostanzioso progetto di formazione per un cambiamento radicale di mentalità, idoneo a far capire che il vigile è al servizio dei cittadini e non i cittadini vittime del suo arbitrio.

I poliziotti e i carabinieri impegnati in servizi d’ordine in cui rischiano anche l’incolumità dimostrano spesso un rispetto, un capacità di tenuta anche davanti alle provocazioni (ricordiamo tutti il “carabiniere pecorella” resistere strenuamente alla provocazione del black-block). I vigili, che dovrebbero lavorare gomito a gomito con i cittadini, autentico esempio dei “poliziotti di quartiere” mai istituiti, esprimono forme di estraneità e di autoritarismo inaccettabile di cui bisognerebbe cominciare a parlare per porvi rimedio. 

 

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