venerdì, Settembre 24

Sono 5.600 i foreign fighters che girano indisturbati nel mondo Il think tank statunitense Soufan Center fa una radiografia dei combattenti dello Stato Islamico rientrati in patria. In cima alla classifica Russia e Arabia Saudita

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Sono almeno 5.600 i foreign fighters del sedicente Stato Islamico (Is) rientrati nei Paesi d’origine dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq, dove erano andati a combattere e dove il gruppo jihadista ha ormai perso tutte le sue principali roccaforti.

Oltre 40mila sono i combattenti stranieri che erano presenti nello Stato Islamico, provenienti da 110 Paesi. E’ quanto sostiene il think tank statunitense Soufan Center, nel report ‘Beyond the Caliphate, Foreign Fighters and the Threat of Returnees’, spiegando che 33 Paesi hanno registrato il ritorno dei miliziani negli ultimi due anni. Il loro rientro, sottolinea il documento, rappresenta un grande pericolo per la sicurezza di questi Paesi.
Nel rapporto del Soufan Center si legge che il flusso di miliziani stranieri, nelle terre dell’autoproclamato ‘Califfato’ islamico, si è arrestato virtualmente alla fine del 2015, quando l’Is ha iniziato a subire pesanti sconfitte e i Paesi hanno messo in atto misure più restrittive per evitare questi viaggi.

I dati raccolti dopo la caduta di Raqqa hanno contribuito a confermare le identità di 19mila combattenti stranieri, ma non si hanno informazioni sul loro destino. Tra gli oltre 5.600 jihadisti che sarebbero rientrati in patria, ci sono 400 dei 3.417 militanti arrivati dalla Russia, 760 dei 3.244 provenienti dall’Arabia Saudita, 800 dei 2.926 provenienti dalla Tunisia, circa la metà degli 850 britannici e 271 dei 1.910 arrivati dalla Francia.

Ma chi sono i ‘foreign fighters’?

Sono coloro che, pur non appartenendo geograficamente ai Paesi nei quali è nato il ‘Califfato’, decidono di affiliarsi allo Stato Islamico, abbracciandone le ideologie e i metodi di combattimento con la promessa di poter vivere una vita migliore in uno Stato che promette giustizia sociale e benessere.

Questi combattenti, spesso, fuggono dai loro Paesi d’origine per ottenere quella libertà che non hanno mai avuto o per ribellarsi ad un Governo al quale non sentono più di appartenere. La maggior parte dei ‘foreign fighters’, piuttosto che unirsi all’esercito dell’Is presente in Iraq o in Siria, preferisce rimanere nel proprio Paese e attaccare il ‘nemico’, seguendo le istruzioni che gli vengono fornite dal Califfato, o agire liberamente in nome della jihad. Oltre 40.000 stranieri, provenienti da più di 110 Paesi, si sono arruolati nell’IS ed hanno deciso di combattere per un ideale comune, ovvero annientare l’Occidente.

Le Nazioni da cui provengono i vari combattenti stranieri possono essere divise in tre macro aree: Nordafrica e Vicino Oriente, che comprende circa il 75% dei combattenti stranieri che provengono, principalmente, dall’Iraq e dalle Nazioni che hanno vissuto la Primavera araba; i Paesi a maggioranza musulmana (Cecenia e Pakistan) e i Paesi occidentali, che comprendono il 17% dei combattenti stranieri (Belgio, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Germania).

Dopo la caduta di Mosul nel luglio 2017, di Tal Afar nell’agosto 2017 e di Raqqa nell’ottobre 2017, la maggior parte dei ‘foreign fighters’ è ritornata a casa, e ciò ha portato alla disgregazione delle cellule terroristiche sparse, sia in Europa che nel resto del mondo, e a svelare l’identità di molti combattenti.

Ad esempio in Danimarca, Svezia e Regno Unito, più del 30% dei miliziani è ritornato in patria; in Russia solamente il 10% dei 9.000 combattenti sparsi nelle varie Nazioni; mentre i Paesi del Sud Est asiatico hanno visto arrivare un certo numero di combattenti stranieri che hanno scelto di rifugiarsi in quelle zone piuttosto che far ritorno nei Paesi d’origine. Come al-Qaeda, anche l’Is ha tenuto, nel suo archivio, registri minuziosi dei suoi schieramenti e c’è stato un considerevole sforzo internazionale per raccogliere e condividere le informazioni considerate riservatissime.

Ad esempio, nel settembre 2017, l’Interpol ha raccolto i nomi di circa 19.000 persone che avevano aderito all’Is, insieme a particolari dettagli identificativi e, grazie a questo approfondito lavoro di indagine, è stato possibile inserire i ‘rimpatriati’ in cinque categorie specifiche.

La prima comprende coloro che sono partiti solo per un breve soggiorno e non si sono mai veramente integrati con l’Is. Le indagini di ‘rimpatri precoci’, anche se riguardano un piccolo campione, suggeriscono che coloro che hanno lasciato il Califfato, prima che cominciasse a perdere definitivamente potere, lo hanno fatto perché non trovavano all’interno dell’organizzazione terroristica una valida ragione per poter rimanere.

Alla seconda categoria appartengono, invece, coloro che sono rimasti più a lungo, ma non erano d’accordo con tutte le decisioni prese all’interno dello Stato Islamico. E’ probabile che molte reclute abbiano cominciato ad avere dubbi sulla leadership e sulla strategia del Califfato, e per questo motivo, hanno deciso di abbandonarlo.

Alla terza categoria appartengono coloro che erano fermamente convinti della decisione presa, né nutrivano dubbi sul ruolo che l’Is ricopriva, né sul tipo di strategia che utilizzava. La quarta categoria comprende coloro che sono stati costretti dalle circostanze a lasciare l’Is e a essere rimandati o nei loro Paesi d’origine o in altri Stati per combattere in nome del Califfato.

Infine, nella quinta categoria sono stati inseriti coloro che si sono uniti all’Is perché attratti dalla sua immagine eroica e dallo spirito di avventura. Nonostante le motivazioni che sono state date e l’inserimento dei combattenti stranieri nelle varie categorie, c’è da dire che la maggior parte di loro sono ritornati in patria perché non erano abituati alla violenza. A quel tempo, la politica del terrore era diventata fondamentale per la sopravvivenza e l’espansione dello Stato Islamico e non tutte le reclute sono riuscite a sopportare quell’orrore.

Attualmente, questi miliziani possono anche decidere di cercare nuovi territori su cui espandersi e pianificare nuovi attacchi terroristici. Già quest’anno, infatti, molti ‘foreign fighters’ potenziali, provenienti dall’Iraq e dalla Siria, si sono recati a Mindanao, nelle Filippine, ed hanno cercato di stabilire una nuova base. Lo stesso è accaduto in Afghanistan, in Libia e in Europa.

Ad esempio, si ipotizza che dei reclutatori francofoni, presenti in Belgio e in Francia, siano stati i responsabili degli attacchi avvenuti a Parigi nel novembre 2015 e a Bruxelles nel marzo 2016. Inoltre, le liste recuperate in Iraq nel 2017 suggeriscono che a quel tempo erano potenzialmente 173 i membri dell’Is pronti a farsi esplodere; sei dei quali erano europei.

Fra i rimpatriati, vi sono anche donne e bambini, ma è difficile giudicare il grado del loro impegno all’interno dell’Is. Si ipotizza che alcune donne siano state ingannate e costrette dai loro mariti ad arruolarsi, ma non è da escludere che molte di loro abbiano scelto di servire la causa e giurare fedeltà al Califfato per sentirsi parte di un gruppo e non essere più sottomesse.

Secondo quanto riporta il report, è stato dimostrato come le stesse donne siano diventate delle ottime reclutatrici di miliziani stranieri. Infatti, nel mese di settembre 2016, le autorità francesi hanno arrestato tre donne, una delle quali era una reclutatrice dell’Is, che ha posizionato un ordigno esplosivo vicino alla Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

Oltre alle donne, anche i bambini, con un’età media che va dai 9 ai 15 anni, sono stati reclutati e addestrati per combattere. Dal 2014 al 2016, si pensa che l’Is abbia assunto e addestrato più di 2.000 ragazzi. In un rapporto sulle atrocità compiute dallo Stato Islamico, datato agosto 2016, UNAMI e OHCHR (due missioni umanitarie presenti in Iraq) hanno raccolto la confessione di un testimone che avrebbe affermato che l’Is stava insegnando a bambini yazidi e ceceni di dodici anni come usare le armi.

A questo punto, le persone si chiedono perché se l’identità dei terroristi è stata svelata, come mai non vengono catturati? Il motivo è semplice. I Governi si sentono sotto pressione e non possono condannare ogni persona accusata di terrorismo. L’unica cosa, secondo quanto sostiene il report, sarebbe quella di ridurre la minaccia a livelli gestibili. Inoltre, coerenza istituzionale, cultura di condivisione delle informazioni e efficaci sistemi di monitoraggio e di valutazione potrebbero essere considerati essenziali per garantire una maggior sicurezza.

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