domenica, Settembre 19

Forconi: crisi della rappresentanza field_506ffb1d3dbe2

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Terzo giorno di protesta per i Forconi. Autotrasportatori, commercianti, agricoltori, artigiani, piccoli imprenditori, studenti, disoccupati. Ma anche ultras di squadre di calcio e simpatizzanti di estrema destra. Proteste dal Nord al Sud, centri semiparalizzati, guerriglia urbana, autostrade bloccate: la protesta dei forconi paralizza l’Italia. Obiettivo: abbattere il Governo e abolire Equitalia. Stando a quanto si legge sulla pagina Facebook – l’organizzazione è fatta di ‘agricoltori, pastori, allevatori stanchi del disinteresse, quando non del maltrattamento, da parte delle istituzioni’. Ma in realtà il movimento dei forconi ha assorbito il malcontento di categorie sociali diversissime: dagli artigiani ai piccoli imprenditori, dai commercianti agli studenti, fino ai disoccupati. E la protesta non è rivolta ‘solocontro la politica -che, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle, cerca di cavalcarla- e le istituzioni, bensì anche contro i Sindacati e le Associazioni di categoria, dai quali i protagonisti della protesta dichiarano apertamente di non sentirsi rappresentati.

Di questa protesta che i cronisti faticano a raccontare e che la politica non riesce ‘afferrare’ in tutta la sua complessità   –al Viminale mancano interlocutori, dichiarano apertamente i giornali di oggi, mentre qualcuno arriva a ‘leggere’ i fatti di questi giorni alla luce dello sciopero dei camionisti cileni del 1973 che porto  alla caduta di Salvador Allende e alla dittatura di Augusto Pinochet–   ne abbiamo parlato con Fabio De Nardis, docente di  Sociologia Politica all’Università del Salento.

 

Il movimento dei Forconi ha assorbito il malcontento di categorie sociali diversissime. Quale lettura si potrebbe dare a questo fenomeno? Siamo di fronte a qualcosa di nuovo?
Intanto bisogna valutare se definire questo un movimento nel vero senso della parola, o piuttosto se si deve parlare di una mobilitazione. In ogni caso, la protesta dei forconi si inserisce in un trend ormai ultradecennale di crisi dei tradizionali soggetti della partecipazione politica: partiti, sindacati, gruppi di interesse. In gergo si parla di ‘social movement society’, come conseguenza della crisi dell’organismo liberaldemocratico su tutte le principali questioni, dalle opere pubbliche alle questioni di carattere fiscale, a forme di partecipazione che prescindono, almeno ufficialmente, dai canali tradizionali. Questo fenomeno è accelerato in questa fase di pesantissima crisi economica. Detto ciò, bisogna distinguere la protesta ‘per’ qualcosa dalla protesta ‘contro’ qualcosa.

In certe parti d’Italia la manifestazione si è trasformata in guerriglia urbana, ad esempio a Torino.
Torino è una realtà particolare. Intanto a Torino non vediamo rappresentate quelle categorie che danno origine al movimento dei forconi: non ci sono né piccoli imprenditori, né agricoltori. Lì il conflitto sociale si esprime in forma antagonistica, e c’è una questura meno tollerante rispetto ad altre realtà. Basti penare che in questura a Torino sono stati mandati i dirigenti di piazza di Genova 2001. Si assiste a un antagonismo reciproco, sia da pare dei manifestanti che da parte delle autorità. A Torino ci sono altre conflittualità, e occasioni come questa protesta diventano un megafono sociale, per cui si inseriscono settori non organizzati, che non sempre necessariamente sono infiltrati. Proprio come succede negli stadi: visto che il calcio è un megafono sociale, nella tifoseria degli stadi si inseriscono infiltrati e scalmanati, specchio di un conflitto sociale urbano. Nel caso degli scontri di lunedì, io parlerei di un puro e semplice sfogo sociale determinato dalla disperazione di chi non sostiene il peso della crisi. Per qualcuno invece è stata l’occasione adatta per potersi sfogare dalle proprie noie quotidiane.

Sta saltando un intero sistema di rappresentanza. Non si crede più a niente e non si vogliono più bandiere, né dei sindacati né dei partiti.
La politica da troppo tempo non sa produrre progetti, ma piccole soluzioni di bilancio. Una politica ragioniera. Questo emerge ormai anche nel cittadino più inconsapevole: chiunque è contro l’austerity perché vogliamo tutti una politica di crescita. Siamo contro la tassazione dell’agricoltura perché, insieme al turismo, l’agricoltura è la più grande risorsa del Paese, e ora invece sono in atto politiche sui prezzi che disincentivano lo sviluppo agricolo. Le motivazioni sono abbastanza vaghe generalizzate, ma facilmente identificabili. L’austerity non paga più. Se la politica serve a produrre benessere sociale, si deve fare in modo che valga la pena fare parte di questa società. L’austerità non paga nella percezione collettiva di un benessere sociale che non si ottiene. Detassare il lavoro è più importante che tassare il cittadino, detassare i lavoratori è più importante che togliere l’Imu. La politica dovrebbe prendere in considerazione questo aspetto.

E’ vero che si tratta di un movimento indipendente, ma alle spalle ci sono soggettività politiche.
Questo movimento è stato appoggiato da formazioni politiche non così distanti dai componenti delle forze dell’ordine. Per esempio, a Roma c’è stata la presenza di Casa Pound e Forza Nuova. Non vuol dire che è un movimento di destra, ma guardando le immagini anche nei momenti non violenti, l’iconografia sembra quella di una manifestazione di estrema destra: l’immagine machista, la bandiera italiana in mano. E’ evidente che se ci fosse apertura più internazionalistica avremmo avuto anche altre bandiere, quando si vede solo quella italiana è automatica l’associazione con i radicali di destra, che rivendicano un patriottismo nazionalistico.

Ci saranno i margini per riassorbire questo malcontento?
Le categorie sociali di questo movimento, variegato e plurimo, di fronte alla crisi generalizzata protestano contro la disoccupazione e l’ipertassazione, imposta non per produrre servizi (una della forme di solidarietà per cui chi ha di più paga di più e chi ha meno paga meno) ma per coprire i buchi di bilancio. Questo nella percezione sociale rende ancora più insopportabile il pagamento delle tasse.

Si tratta di categorie sociali ‘nuove’, non avvezze a questo tipo di protesta.
Dobbiamo riflettere anche su questo. Eravamo abituati a vedere determinate categorie di cittadini che protestano: lavoratori appartenenti ai sindacati, studenti, donne: categorie che non sempre rappresentano le classi sociali e sono esterne ai canali tradizionali. Nel caso del cosiddetto movimento dei forconi, abbiamo di fronte categorie che in passato tendevano a non prendere parte alla vita pubblica. Il mondo agricolo non è tradizionalmente avvezzo alla partecipazione politica e sociale. E’ vero che il movimento è nato nel mondo agricolo siciliano ma ora, pur mantenendo l’etichetta, si include qualcosa di più ampio. Si tratta di piccoli imprenditori agricoli, o piccoli artigiani del Nordest, o autotrasportatori, i primi a essere penalizzati dall’aumento del costo della benzina.

Questo porta a effetti diversi sul piano delle proposte.
In realtà non ci sono proposte politiche, per questo ho dubbi sul fatto che si possa davvero parlare di movimento. Esiste ordinamento nazionale, con leader portavoce, quindi producono una propria gerarchia interna. Portavoce legati a gruppi di interesse specifici, nord est leader del movimento federalista europeo. Persone e individui che sono avvezze a organizzazione di forme di professionisti e portatori di interesse, lobbistico. Modalità abbastanza tradizionale di partecipazione politica. Periodo di disperazione sociale, evidente che nelle forme di mobilitazione a livello nazionale si inseriscono le diverse disperazioni della società, sottoproletariato urbano di un tempo. Oggi la possiamo rappresentare come il soggetto di mobilitazione prediletto, visto che è la categoria sociale maggioritaria.

Ma si sa che tutti i movimenti sociali hanno un senso se influenzano il sistema decisionale.
Per fare questo bisogna proporre un’alternativa. La maggior parte dei movimenti sociali in realtà propone e elabora proposte. In questo caso vedo un elemento di caos eccessivo di protesta contro il Governo e si parla al Governo dicendo no. Sono temi condivisibili, ma che cercano di catalizzare un atteggiamento sociale verso l’antipolitica, di fronte all’incapacità della politica di proporre un progetto, una strategia. La politica ideologica era capace di produrre senso di appartenenza. Ora c’è politica vuota che non comunica se stessa ma l’immagine di se stessa. Non è in grado di produrre soluzioni di lungo periodo, ma solamente toppe. Un esempio. C’è un problema finanziario? Viene interpellato un economista.

Di nuovo in questi giorni si rinforza l’attacco all’Europa, vista come spauracchio e principale responsabile della crisi.
‘Spauracchio’ è proprio la definizione giusta. L’Europa lo è diventata ormai da tempo. Se una volta l’Europa non imponeva, ora impone: la nostra agenda è stabilita esternamente rispetto al nostro Paese. D’altra parte, nel momento in cui decidiamo di far parte dell’Europa, accettiamo una sovranità limitata. Negli ultimi anni l’impressione è che l’Unione Europea si sia configurata in un altro modo. La Germania detta legge e il patto di stabilità, e poi, tranne la Germania, tutti gli Stati europei stanno vivendo una situazione di crisi economica, la recessione è un fatto generalizzato. Per risollevarsi, sospendere il patto di stabilità potrebbe servire per far percepire l’Europa come un organismo che produce benessere. Ora invece l’Europa viene sentita come un ‘ragioniere’.

Sentendo le ragioni della protesta sembra però che non ci sia una volontà propositiva.
I manifestanti vogliono immobilizzare il Paese e vedere cosa succede. E’ un movimento espressivo, più che politico. E lo si capisce dal fatto che i protestanti si danno un termine, il 13 dicembre. Il movimento inteso nel senso classico non si dà un termine. Se il ragionamento è questo, la classe politica può aspettare che se ne vadano tutti a casa. La protesta ha un costo, ma la proposta politica per ora non c’è. Ora, se si vuole veramente ottenere qualcosa, qualcuno deve fare sintesi, i movimenti sociali sono proteste e proposte. Se ci si ferma solo al movimento di protesta sembra un’azione ribellistica e non rivoluzionaria. La ribellione è una componente fondamentale,  ma se si ferma lì non si va oltre. Ogni volta che la società esprime un disagio forte è un fatto positivo che le classi politiche devono prendere in considerazione, qui non serve stabilire chi c’è dietro, tipo ora Casa Pound, quindi non importa, magari loro ci sono, ma chi partecipa è carne e sangue del nostro Paese.

Emerge dunque un malcontento e un rifiuto totale nei confronti delle istituzioni.
La protesta antipolitica è retorica ma nasconde un forte bisogno di politica alta. Ora la società è più matura di un tempo: più autonoma, meno organizzata politicamente, rifiuto anche per i sindacati, che rappresentano in ultima istanza il compromesso. C’è un grosso sfogo sociale, fuori da partiti e sindacati. Si tengono fuori i sindacati ma si tiene dentro altro. I movimenti sociali nascono quando ci sono soggetti organizzati, come gli studenti o le associazioni, che hanno l’abitudine di fare politica anche in tempi di reflusso politico, sono i primi in grado di individuare contraddizioni e costruire su questo un movimento organizzato. L’organizzazione parte sempre da soggetti. Tenendo fuori i sindacati dei lavoratori vuol dire che non voglio Cgil, Cisl, Uil perché sarebbero troppo invadenti rispetto a organizzazioni che stanno alle spalle di questo movimento.

Si parla di movimento spontaneo e forse lo si vuole leggere così, ma di fatto, dietro alla protesta che sui social si vuole definire nata da una scelta spontanea di lavoratori e disoccupati, si celano dei leader, riconosciuti come tali. Lucio Chiavegato, artigiano, Presidente dei Liberi Imprenditori Federalisti Europei, del Veneto, e coordinatore del Movimento al Nord; Augusto Zaccardelli, Segretario nazionale del Movimento Autonomo degli Autotrasportatori, referente per il Sud; Mariano Ferro, ‘inventore’ dei forconi e leader in Sicilia, imprenditore agricolo, ex candidato alla Presidenza della Regione.
Non a caso i portavoce hanno alle spalle movimenti sociopolitici ben organizzati. Si sente una retorica spontaneistica, che però finisce per essere manipolata da qualcuno. I movimenti, se vogliono dare qualcosa, devono trovare dei punti di incontro in cui si elabora qualcosa. Sono necessari momenti forti di elaborazione culturale coinvolgendo esperti. I disinformati devono individuare un capro espiatorio, che non è l’euro.

La Polizia che si toglie i caschi e mostra solidarietà con i manifestanti. «Togliersi il caso ha dimostrato che la misura è colma», ha dichiarato lunedì il portavoce del Siulp. Siamo dunque ben lontani dai movimenti di protesta che vedono di solito una feroce contrapposizione manifestanti/poliziotti?
Credo che queste azioni di solidarietà tra Polizia e manifestanti non siano un fatto generalizzato. Una cosa è l’occasione colta al volo tolta da Ugl e Siulp, che possono sfruttare una vulgata mediatica per rivendicare le ragioni del proprio malcontento; altra cosa è ciò che succede nella realtà dei fatti. Forse i singoli poliziotti hanno agito in quella direzione, ma magari solo per favorire una de-escalation. Si sa che creano un atteggiamento personale e cordiale con i singoli per evitare successive escalation aggressive; forse anche quella è una strategia. L’episodio dei poliziotti che tolgono il casco è il lato umano all’interno della manifestazione che si realizza. Possibile che qualche poliziotto abbia espressamente solidarizzato. Forse la composizione sociale di questo movimento non è molto distante dalle famiglie dei poliziotti.

Secondo lei dopo il 13 dicembre, data indicata come momento di conclusione delle proteste, saranno ancora portate avanti le istanze dei Forconi?
Le mobilitazioni continuano e continueranno a esistere, il movimento dei Forconi è nato ormai quasi due anni fa. Bisogna ora capire se di fronte alle finanziarie può bastare una settimana di mobilitazione o se nel frattempo si fa un proposta concreta. Non significa cercare un tavolo di confronto col Governo (in quel caso non si potrebbe più parlare di movimento di liberi cittadini), ma rendere esplicita una proposta alternativa che al momento non c’è. Per ora si sente solo una critica generalizzata verso la politica dell’austerity, diventata insostenibile. Bisogna anche capire quali corporazioni se ne faranno promotrici.

Alla vigilia del semestre europeo questa protesta potrà influenzare le politiche dell’Italia che si prepara a guidare l’Europa?
La protesta non ha effetti sul semestre europeo, anche se ovunque c’è un profondo sentimento antieuropeista. Spero che il semestre europeo rappresenti l’occasione, per l’Italia, di mettere in discussione l’obiettivo necessario della crescita, e non solo austerità. Queste proteste possono influenzare le classi politiche e a mio parere rappresentano una grande opportunità per l’Italia, per raggiungere compromessi alti e non al ribasso. Il rischio è che questo disagio, dove assume i tratti della propaganda, nasconda altri movimenti di interessi.

 

 

 

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