domenica, Settembre 26

Fondo Maiuri: quale futuro? field_506ffb1d3dbe2

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Fondo Maiuri

Il sindaco di Pompei, Ferdinando Ulianoha dato tempo sino a fine luglio per liberare, causa sfratto, i locali al secondo piano del palazzo comunale dove da più di un decennio è collocato il Fondo Maiuri, raccolta archivistica e bibliografica che deriva il nome dall’archeologo di chiara fama nazionale e internazionale che nella prima metà del Novecento riportò alla luce una gran parte della città romana antica.

Il sito archeologico di Pompei, infatti, si estende per 66 ettari, ma è stato finora esplorato solo per due terzi. Il nucleo librario del Fondo Maiuri è composto da 2.194 testi, 1.697 estratti e 207 opuscoli che hanno come argomento Archeologia, Letteratura, Storia, Storia dell’Arte Moderna, Religione e Guide Turistiche. Ne fanno parte molti testi risalenti al Settecento e all’Ottocento. Si tratta per lo più di autori classici, di esegesi delle fonti latine e greche, o volumi di argomento archeologico di notevole valore, come le raccolte dei diari di scavo di Ercolano e Stabia redatte da Michele Ruggero (archeologo, architetto e direttore degli scavi di Pompei dal 1864 al 1893), oppure la guida ottocentesca di Pompei, opera di Giuseppe Fiorelli, direttore del Museo Archeologico di Napoli e degli scavi di Pompei ancor prima del suddetto Ruggero, dove istituì la Scuola Archeologica che diede poi origine alla Scuola Italiana di Archeologia.

Tra i libri si trova un solo esemplare del Cinquecento, l’opera di Tito Livio ‘Ad Urbe Condita (stampata a Venezia nel 1536 per i tipi di Paolo Manuzio). Di notevole interesse, inoltre, è la riproduzione della Bibbia Miniata di Borso d’Este, con antiporta in seta e dedica autografa di Giovanni Treccani.

Il nucleo archivistico-documentario è formato da un fascicolo che raccoglie il carteggio privato dello studioso. Esso è composto da 93 lettere inviate all’archeologo da ventitre diversi corrispondenti, tra i quali degni di nota sono: George Macmillan, editore in Londra (45 lettere dal 1927 al 1938); Ernesto Pontieri, Rettore dell’Università di Napoli (21 lettere del 1957); la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Ministero dell’Educazione Nazionale, poi denominato della Pubblica Istruzione (1930-1958).

A queste lettere vanno aggiunte le 5, unite al fascicolo relativo ad altri 17 documenti riguardanti un’inchiesta giudiziaria. Di tale fascicolo fanno parte, inoltre, 41 lettere scritte o ricevute dalle figlie Ada e Bianca e dalla moglie Valentina nella loro corrispondenza intrattenuta con dodici enti e personaggi diversi, tra i quali la Corte dei Conti, avvocati e personaggi politici, come il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, il Senatore Giovanti Leone e il Soprintendente alle Antichità delle Province di Napoli e Caserta, Alfonso de Franciscis tra gli anni 1964-1968. Tra i documenti interessanti vi sono quelli di un’inchiesta amministrativa, con 115 pagine dattiloscritte e 34 pagine manoscritte del Memoriale (1952) di Amedeo Maiuri.

Il Fondo raccoglie, inoltre, 112 inviti a conferenze e inaugurazioni tenute tra gli anni 1911-1961; 538 pagine sciolte di appunti bibliografici; 6 taccuini riguardanti i siti archeologici di Liternum, Paestum, Sepino, Velia e alcune aree archeologiche del Molise e del Sannio, redatti negli anni 1924-1955, per un totale di 245 pagine manoscritte; 19 scritti databili tra il 1934 e il 1963, aventi come argomento Ercolano, Liternum, la Magna Grecia, Pompei e Napoli; 118 articoli di giornale pubblicati tra il 1938 e il 1993; 2 dattiloscritti e 2 manoscritti su Ercolano; il registro con le firme dei dipendenti della Soprintendenza di Napoli del 1961.

Il nucleo fotografico comprende 1190 immagini fotografiche, suddivise in 940 fotografie, 48 diapositive e 202 immagini su 109 lastre di vetro, che riguardano le seguenti località: Pompei 370 foto (1870-1962); Ercolano 161 (1927-1955); Napoli 21 (1913-1976); Campi Flegrei 277 (1908-1976); Liternum 23 (1934-1958); Museo Archeologico Nazionale di Napoli 54; Palazzo Reale di Napoli 5 (1943); Benevento 1.

A queste vanno aggiunte 28 foto private di Amedeo Maiuri (1937-1962). Le lastre fotografiche e le diapositive si riferiscono ai siti di Pompei ed Ercolano e sono datate probabilmente tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

Il Fondo è arricchito da una serie di premi conferiti all’illustre archeologo: 21 medaglie ricevute negli anni 1916-1962 e assegnate da varie istituzioni, quali l’Università di Parigi, l’Ordine dei Cavalieri di Rodi, la Società Reale di Napoli; 4 targhe ricevute negli anni 1920-1962 da enti e istituzioni quali l’Accademia Nazionale dei Lincei e la Wisconsin Academy of Science, Arts and Letters; 1 scultura in pietra vulcanica conferita dall’Ente per il Turismo di Palermo; 1 busto in gesso di Amedeo Maiuri. Ad essi vanno aggiunti la livrea azzurra dell’Accademia Nazionale d’Italia (oggi denominata dei Lincei); 6 quadri dipinti (alcuni di soggetto pompeiano). Tra i diplomi e le onorificenze si elencano: 7 cittadinanze onorarie (fra le quali quelle di Rodi, Ercolano e Capri) e onorificenze su pergamena acquerellata (1924-1962); 16 diplomi e premi conferiti da enti ed associazioni, quali l’Istituto Archeologico Germanico, l’Accademia Pontaniana, il Museo Nazionale di Napoli, l’Istituto di Paletnologia Umana, l’Accademia Tiberina, l’Accademia di San Luca, l’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli, l’Académie Royale, l’Università di Parigi. Il Fondo comprende inoltre altre 101 pagine di scritti della figlia Bianca e 17 lettere appartenenti alla corrispondenza di Maiuri con lo scrittore Carlo Belli (1978-1982).

È uno spaccato di storia e cultura italiana, anzi mediterranea, più unico che raro, legato ad un uomo che nel 1924 divenne anche Soprintendente alle Antichità di Napoli e che funge oggi, acquisito dal 2001 dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, anche da centro di elaborazione dei dati emersi nel corso delle campagne di scavo ed è parte integrante del Centro Internazionale per gli Studi Pompeiani (CISP). Quest’ultimo ente nasce da una convenzione stipulata tra quell’Università e il Comune di Pompei, per la formazione di studenti e studiosi italiani e stranieri, al fine di accrescere la conoscenza delle antichità di Pompei e del suo territorio, ma anche come polo culturale della ricerca storica e archeologica.

Pur nell’incertezza di trovare una idonea collocazione al Fondo Maiuri, l’Università Suor Orsola Benincasa non è, per adesso, disposta a cedere un patrimonio così prestigioso, anche se non esclude una sua collocazione, in mancanza di meglio, in ambienti suoi propri a Napoli, e quindi fuori dalla città di Pompei, che pure sarebbe la collocazione più adatta per le vicende storiche a cui la raccolta è legata.

Non mancano le offerte da parte dell’Università di Oxford, che riguardo alla vicenda si esprime dicendo che «Se Pompei non ha stima dell’immenso valore storico-culturale ed economico dei libri di Amedeo Maiuri, allora ci sentiremo investiti del dovere di salvare tale patrimonio dall’indifferenza della politica italiana» e si dice disposta a pagare qualsiasi cifra per possederlo, ben consapevoli che il sapere raccolto nei documenti del grande archeologo non ha prezzo. Gli inglesi vorrebbero collocarlo nei loro prestigiosi edifici universitari e creare intorno all’esposizione un business economico notevole, oltre che finanziare, una volta avuti gli scritti, una campagna di scavo a Pompei, sapendo che altri archeologi dell’Università Suor Orsola Benincasa, proprio grazie agli appunti di Amedeo Maiuri, hanno scoperto il giardino della casa di Marco Fabio Rufo e un santuario fuori dalle mura della città antica e la Porta Occidentalis.

Anche l’Università di Cambridge, tramite il suo docente di Archeologia, e il Ministero della Cultura cinese con il professor Zhan Changfa, avanzano proposte economiche esorbitanti per aggiudicarsi il fondo e portarlo nei loro rispettivi paesiIl Fondo Maiuri è tuttavia oggetto di vincolo di importante interesse da parte della Soprintendenza Archivistica della Campania e pertanto non può uscire dall’Italia, ma può essere venduto all’interno del territorio nazionale, previa informativa allo Stato, che potrebbe anche esercitare diritto di prelazione su tale cessione.

Giovedì prossimo è annunciata una visita agli scavi di Pompei da parte di Johannes Hahn, Commissario dell’Unione Europea alle Politiche Regionali, e sarà l’occasione per fare il punto sullo stato dei lavori del grande progetto di messa in sicurezza dei resti della città antica, ma anche per trattare il caso del Fondo Maiuri.

Abbiamo intervistato Umberto Pappalardo, attualmente direttore del Fondo Maiuriprofessore associato di Archeologia Greca e Romana e di Archeologia Pompeiana presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e guest-professor della Alexander von Humboldt-Stiftung presso l’Università di Tübingen. È membro della Scuola Archeologica Italiana di Atene, dell’Istituto Italiano di Dendrocronologia, dell’Istituto Archeologico Germanico, della Fondazione Alexander von Humboldt e della Premier Minister Takeshita Foundation. Collabora con l’Enciclopedia Italiana (Fondazione G. Treccani) e con la Neuer Pauly (Fondazione Enciclopedia Pauly-Wissowa, Stuttgart). Egli ha condotto studi e ricerche nelle Università di Basilea, Tübingen, Freiburg i.B. e Tokyo. È stato docente di Archeologia Classica nella Università di Fribourg in Svizzera e visiting professor alle Università di Tokyo, Cordoba e Buenos Aires. È stato Ispettore degli Scavi di Pompei e Direttore degli Scavi di Ercolano. Ha condotto scavi in Italia, Grecia, Turchia ed Israele ed ha collaborato con l’American School of Classical Studies per la pubblicazione degli scavi della città di Corinto. Nel 1991 ha organizzato, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Universidad Nacional di Cordoba, il ‘I Encuentro Internacional Italo-Argentino de Arqueología’, presieduto da Alberto Rex Gonzales, al fine di riprendere una tradizione italiana interrotta nell’archeologia argentina, che trova la sua massima espressione in personalità quali Debenedetti ed Ambrosetti. Nel 2006 è stato insignito del Premio Internazionale Sebezia Ter per l’Archeologia. Ha al suo attivo centinaia di pubblicazioni nelle maggiori riviste specialistiche, molte delle quali tradotte in tedesco, francese, inglese, spagnolo, giapponese e cinese.

Qual è l’importanza del Fondo della Biblioteca Maiuri a Pompei?

L’importanza del fondo è nell’unicità. Amedeo Maiuri è stato un grande archeologo e scavatore di Pompei, Ercolano e Stabia. Grazie ai miei rapporti con la famiglia, l’Università ha potuto acquistare il Fondo Maiuri che si compone della biblioteca, comprendente tutti i suoi scritti nelle varie lingue ed edizioni, i diari di scavo, i carteggi con i Presidenti della Repubblica (quali quelli con Einaudi, Saragat e Gronchi), le lauree honoris causa tra cui quella alla Sorbona di Parigi, le onorificenze da parte delle Accademie (come per esempio quella Nazionale di San Luca, che ha sede a Roma) e alcune foto con grandi personaggi della cultura, dell’arte e dello spettacolo. C’è per esempio una foto molto bella di Amedeo Maiuri e Anita Ekberg. Tenere tutto questo materiale nel posto quasi naturalmente designato ad ospitarlo, che è Pompei, dove Maiuri ha speso anni e anni della sua vita per portare alla luce la città antica romana, era l’operazione idealmente perfetta.

Ci delinea a grandi linee la figura di Amedeo Maiuri?

Amedeo Maiuri è nato alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento ed è morto nel 1963. Il padre era di Ceprano, in provincia di Frosinone, e pare avesse destinato il figlio ad una carriera ecclesiastica, ma egli si rifiutò e andò a Roma a studiare latino e greco. Nasce quindi come grecista e, dato il grande talento dimostrato, il suo professore di Archeologia all’Università di Roma, che allora era Alessandro della Seta, volle portarlo ad Atene, dove l’Italia aveva una scuola archeologica, per fargli leggere e pubblicare le iscrizioni greche che venivano fuori durante lo scavo italiano a Creta. Così Maiuri, da puro interprete di testi antichi, diventa anche archeologo. Giovanissimo, presta servizio come Ispettore alle Antichità di Napoli e a 28 anni, visto che gli si riconosce un grande talento e pur essendo un uomo di grandi letture, ma essenzialmente di azione, il Governo italiano decide di mandarlo a Rodi a gestire la Missione archeologica Italiana del Dodecaneso. Esistono bellissime descrizioni nella sua autobiografia, nelle quali egli racconta come andava con le lance dei militari della Marina italiana, perché la situazione a Rodi ai tempi di Maiuri si potrebbe paragonare all’attuale occupazione da parte di Israele della Palestina: partivano i militari con gli archeologi, e mentre i primi facevano l’occupazione a mano armata, i secondi con gli scavi legittimavano la conquista, in quanto, ritrovando resti delle vestigia romane in quell’area, si poteva affermare che quanto scoperto era stato sì conquistato oggi, ma in antico era ‘terra di Roma’. Chiunque si rechi oggi a Rodi, vede che è una città deliziosa perché Maiuri fece restaurare le chiese, il Palazzo dei Cavalieri e creò un museo, lasciando una fortissima impronta italiana. Visto che era molto dotato, lo richiamarono a Napoli perché i direttori del museo archeologico erano stati accusati di vendita sotto banco di reperti, o comunque di connivenza nel commercio clandestino esistente fra il museo e l’esterno. Maiuri, come Soprintendente alle Antichità di Napoli per la durata di circa 40 anni, portò alla luce Pompei, Ercolano, Stabia, Cuma, Sepino e perfino alcune città della Calabria del Nord. Un’attività da archeologo intensissima: infatti morì due anni dopo la pensione, secondo me, di malinconia, perché quale uomo d’azione che era stato in servizio, poi si era trovato a non poter fare più nulla.

Il Fondo Maiuri sta per essere sfrattato dalla sua sede entro fine luglio e già c’è un’offerta di acquisto da parte dell’Università di Oxford. Cosa significherebbe la perdita di questa istituzione per la città di Pompei e per gli studiosi italiani?

L’offerta c’è stata, sia da parte di Oxford, che da parte di Cambridge, tramite il professor Andrew Wallace Hadrill, ben noto a Roma in quanto è stato a lungo direttore dell’Accademia Britannica, che ha promosso l’iniziativa e mi ha telefonato chiedendomi come fosse la situazione della raccolta. Ho chiarito al professore che la biblioteca, proprio per il suo grande interesse, è stata vincolata dallo Stato. Ciò significa che non può uscire dall’Italia, ma può essere senz’altro venduta all’interno del territorio nazionale. Se mai il mio rettore, o un futuro rettore, la volesse vendere, perché ormai è proprietà dell’Università Suor Orsola Benincasa, potrebbe farlo, ma non credo che si venda, o si svenda, un fondo storico dell’università.

Un’operazione possibile sarebbe l’acquisto del Fondo Maiuri da parte dell’Università di Cambridge per tramite dell’Accademia Britannica a Roma, e quindi il suo trasferimento nella Capitale, scansionando tutto, in modo che da Oxford o Cambridge possano avere accesso ai documenti tranquillamente, anche se in tal modo la sede materiale resterebbe quella di un istituto straniero in territorio nazionale.

L’università italiana quindi , che ha acquisito nel 2001 la biblioteca, è intenzionata a vendere questo suo fondo a quella straniera?

Assolutamente no. Ho parlato con il mio rettore, che lo ha escluso, e anche io non favorirei questo progetto. Anche se tutte le strutture e istituzioni pubbliche sono in crisi finanziaria, non credo che si svenderebbero i ‘gioielli della famiglia’. Teoricamente ciò è possibile, praticamente è da escludere.

L’intero fondo della biblioteca è stato vincolato da parte della Soprintendenza Archivistica della Campania. L’istituzione dovrebbe essere sottoposta quindi a ‘particolare interesse storico’ e quindi non essere cedibile a privati. Non può quindi neanche essere ceduta all’università di Oxford che pensava di acquisirla?

‘Tout court’ non può essere venduta ad Oxford, né si può ricevere soldi dall’estero per questo fondo, per poi fargli passare il confine. L’escamotage teoricamente può essere il seguente: il compratore dà i soldi all’Accademia Britannica a Roma, o ad altro istituto straniero in Italia, questa istituzione l’acquisisce per conto di quello e poi la tiene in custodia nella sua sede.

C’è un’altra sede alternativa italiana per collocare il fondo della biblioteca, dopo lo sfratto comunale?

Devo dire, per fortuna non per meriti miei, ma perché la biblioteca ha un particolare pregio, che si sono fatti avanti altri comuni e istituzioni, dichiarandosi interessati a dare ospitalità. La stessa mia università ha cinque facoltà, ognuna delle quali locata in un edificio storico della città, in genere conventi con annesso chiostro. Il Rettore ha detto che, male che vada, si porterebbe il fondo a Napoli, dentro l’università, e noi ne saremmo padroni in casa nostra. Da parte mia lo eviterei perché, ovviamente, da archeologo e da esperto di Pompei, visto il legame di Maiuri con tale città e i richiami che ci sono tra la sua attività e la zona vesuviana, preferirei avere il fondo qui. Nell’impossibilità troveremo un’altra sistemazione, questo è chiaro, però il Fondo si sposterebbe dalla sua sede ideale.

L’eventuale spostamento fuori dalla città di Pompei, ma comunque in Italia, non renderebbe difficile recuperare le informazioni che dava questa biblioteca quale centro di elaborazione degli oggetti e dei dati emersi nel corso delle campagne di scavo?

Certamente sì, lo comprometterebbe molto: una cosa è essere detentori del bene, e quindi analizzarlo ed esaminarlo, sviscerarlo e avere tutto il tempo di fare confronti e verifiche; altra cosa è disporre di un fondo del genere a distanza, anche se oggi ci sono trasmissioni di dati per via informatica che possono aiutare. Sarebbe meglio tuttavia gestire i beni direttamente sul posto, piuttosto che a distanza!

Ci sono ancora da effettuare molte campagne di scavo, volte a riscoprire interamente Pompei e altre zone dei Campi Flegrei. La documentazione dei quaderni di Amedeo Maiuri, presente nel fondo della biblioteca potrebbe, se opportunamente studiata, fare luce su alcuni misteri legati anche a località come Ercolano, Cuma, Velia, Capri, Ischia e Capua. Quanto gli studi su questa documentazione della biblioteca sono in atto e quali scoperte sono state fatte grazie a questa documentazione?

Io ho dato ai miei studenti, che già vi lavorano, molte tesi di laurea sul Fondo Maiuri e quindi esso è molto sviscerato da questo punto di vista. Con la mia assistente Rosaria Ciardello e con due mie studentesse, proprio come tesi di laurea, abbiamo prodotto un libro con annesso cd, dato che c’erano molte fotografie e con esse il costo a stampa del volume sarebbe diventato elevatissimo: abbiamo così preferito trasferirle sul cd in modo da contenere il prezzo intorno ai 40 euro, cioè quello medio di un libro letterario-scientifico, mentre nel testo abbiamo raccolto tutta la schedatura del Fondo.

Molto del contenuto del Fondo è stato già analizzato, certo poi ogni specialista può trovare la chiosa per la cosa interessante che gli risolve un problema, mentre sta scavando, che so, a Liternum. Io, con i miei assistenti Rosaria Ciardello e Mario Grimaldi, oltre a una decina di studenti, abbiamo pubblicato un grosso volume, edito con la collaborazione dell’Università di Tokyo, che ha a disposizione ottimi mezzi finanziari: si tratta di un bellissimo volume su carta patinata con migliaia di foto a colori (per dare un’idea, il libro a New York si vende a 600 dollari, mentre in Italia non è in commercio). Sfruttando gli archivi Maiuri abbiamo pubblicato gli studi su un grosso quartiere di Pompei, detto Insula Occidentale, perché è posto ad occidente della città, quindi per intenderci verso il mare. Questo sito contiene dodici case di grande pregio e ovviamente tutto quello che trovavamo, e che Maiuri aveva già scavato e registrato, l’abbiamo riportato nella nostra pubblicazione.

Quanto rimane invece ancora da scoprire?

A Pompei materialmente rimane da scoprire un sesto della città, ancora sotto terra: fino ai primi del Novecento si preferiva scavare interi quartieri lungo le strade di Pompei, in quanto c’era grande disponibilità di manodopera, ma molta meno precisione e accuratezza nel ritrovamento dei dettagli, come attualmente richiede la scelta moderna in questo campo. Oggi si preferisce scavare una casa dopo l’altra, perché si deve pensare che dopo ogni anno di scavo, ne seguono circa altri sei di consolidamenti e restauri. Ammettendo che io scavi una casa in cinque anni, devo immaginare trent’anni complessivi per restaurare i reperti, ripulirli, consolidarli, rimettere a posto i tetti, rimettere in piedi le colonne, e quindi ecco perché si preferisce fare indagini in un’abitazione per volta.

Qual è quindi il contenuto dei taccuini autografi di Maiuri e l’importanza archeologica che questi rivestono nel panorama degli studi dei siti antichi?

L’importanza archeologia è rappresentata dalla freschezza, visto che i taccuini vengono generalmente scritti da ogni archeologo, e di pugno dinnanzi al monumento, o allo scavo, riportando le impressioni di primo acchito che sono quelle più originali, più fresche, meno compromesse. Se infatti si studia una qualunque città del Lazio, o della Campania, che è stata scavata da un altro esperto in quel settore, si ha un prodotto che è stato modificato dall’intervento degli archeologi e dei restauratori. La colonna di mattoni che vedo oggi sarà veramente romana, o l’hanno rimessa in piedi i miei predecessori? Maiuri ci dà una descrizione delle cose così come uscivano dal terreno. Per quanto riguarda il contenuto, egli fa schizzi di lastre tombali, di case, di decorazioni, di ceramiche. I taccuini dei questo archeologo sono un misto di schizzo del reperto, o della struttura architettonica, e di commento, diciamo letterario, con un testo che accompagna lo schizzo stesso.

Circa 350 libri e 6 taccuini di questa biblioteca andrebbero restaurati per arrestare il degrado dovuto all’usura, ai tarli e all’umidità che questo fondo ha assorbito nell’originaria stanza del Palazzo Reale di Napoli dove era originariamente collocato. Cosa crede si può fare in Italia per valorizzare ancora di più il fondo della biblioteca Maiuri oggi?

Senz’altro al CISP, all’Università Suor Orsola Benincasa, abbiamo una facoltà di Conservazione, ma servirebbero dei soldi per l’acquisto di materiali per i restauri, anche se penso che la Regione possa tranquillamente intervenire perché non sono grandi cifre (si parla di poche migliaia di euro). Ciò che si può fare (ma già ci stiamo muovendo in tal senso), una volta eseguiti i dovuti interventi di restauro, è realizzare un’esposizione, con una selezione e campionatura delle cose più belle, non soltanto del Fondo Maiuri, ma associando anche altre raccolte di figure di grandi personaggi dell’archeologia italiana (penso a Paolo Orsi, che era di Rovereto ed è stato per lunghissimo tempo Soprintendente della Calabria e della Sicilia: per avere un’idea, Siracusa è opera sua e a lui si è voluto dedicare il moderno Museo Archeologico di questa città), in forma di mostra itinerante per la Campania. Si potrebbero mettere assieme Paolo Orsi, Amedeo Maiuri e il romano ingegnere Giacomo Boni, che è stato a lungo Soprintendente del Foro Romano e portare in una mostra di interesse nazionale in giro per l’Italia gli elementi più significativi dei fondi librari e biografici di questi tre grossi personaggi. Per darle un’idea, Paolo Orsi è stato, oltre che il grande archeologo della Calabria e della Sicilia, uno dei fondatori della Cassa del Mezzogiorno; Giacomo Boni fu Senatore del Regno: entrambi sono stati dunque personaggi anche di elevatissimo spessore politico. Tutti e tre sono rappresentanti, non soltanto della scena archeologica, ma della cultura italiana.

Come mai, secondo Lei, gli stranieri riescono a far fruttare i tesori del patrimonio culturale italiano che nel nostro Paese non vengono valorizzati a sufficienza, penso agli 11 milioni che ha incassato il British Museum con i tesori provenienti dai nostri scavi. Cosa bisognerebbe fare in Italia per avere lo stesso successo di pubblico?

Adesso parlo da cittadino e fuori dai denti: a me tutti questi grandi economisti fanno sempre un po’ paura! In Italia gli industriali del passato, se pensiamo ad Adriano Olivetti, al papà di Gianni Agnelli e a Bombrini Parodi Delfino, che avevano creato grosse fortune industriali con la loro operosità, ma anche fondato città per i loro operai, munite di teatri e scuole, e che davano borse di studio per i figli talentuosi dei propri dipendenti, erano degli economisti con una visione globale, filantropica, una sensibilità sociale; mentre adesso, noi, che scimmiottiamo sempre tutto, ci siamo inventati l’economia.

Tornando al caso Pompei, questa città non è un’industria (le industrie si trovano nei centri limitrofi tipo Scafati o Salerno), non ha commerci (solo quelli piccoli e locali legati al turismo), e dire che la cultura non dà pane in una città come questa, è un’eresia: la città campa prettamente di turismo archeologico, che è un settore della cultura globale dell’umanità, e che rappresenta più del 50% dell’economia del Paese. Se noi non diamo a questi fatti il giusto valore, perché la gente dovrebbe spendere soldi per acquisire e conoscere tali città?

Da giovane, quando andai a scavare in Israele, cominciai a vedere le insegne turistiche che invitavano a visitare un grande mosaico; mi fecero fare chilometri, lasciando l’autobus e camminando a piedi, per vedere un mosaico di un metro per un metro, così mi dissi che avevo lasciato Napoli dove c’è il Mosaico di Alessandro, che è grande 4 metri per 3, per ritrovarne uno molto più piccolo. Gli Israeliani hanno avuto l’intelligenza di valorizzare anche quel piccolo mosaico, per cui la gente arrivata dove esso era collocato, visto che era già tardi, mangiava e dormiva sul posto. Da questo si vede come un valore culturale poi diventa l’indotto per molte altre attività commerciali, creando un circuito economico.

 

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