sabato, Settembre 25

Fondi Ue, 22 miliardi offresi (in fretta) image

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Fondi Ue

L’Italia ha a disposizione oltre 22 miliardi di euro per programmi di sviluppo delle Regioni, mix di soldi propri (cofinanziamento) e dell’Unione europea. E non è una buona notizia. Avremmo dovuto già averli spesi, e ora rischiamo di perderne una parte. Queste risorse derivano dalla trascorsa Politica di Coesione Ue 2007-2013 e alla scadenza della loro impiegabilità (fine 2015) il denaro comunitario inutilizzato tornerà a Bruxelles. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 26 febbraio ha richiamato l’attenzione sul problema: «Lo sforzo compiuto per recuperare in extremis i fondi europei deve essere portato fino in fondo e ottenere il massimo supporto per i fondi del periodo 2014-2020», relativo alla nuova Politica di Coesione.

Poteva andare peggio, però. I governi Monti e Letta hanno accelerato la spesa, con lode dell’Ue ed effetti visibili. Nel 2011 il complesso delle Regioni italiane aveva usato solo il 15% delle risorse a disposizione; nel 2012 (governo Monti) la percentuale è salita al 37% e nel 2013 (governi Monti e Letta) è balzata al 52,7%. Significa, quest’ultimo dato, 25,1 miliardi spesi e altri 22 da impiegare. Protagonisti dell’accelerazione sono stati l’ex ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca (con Monti) e il successore Carlo Trigilia (con Letta). Entrambi hanno promosso la riprogrammazione degli investimenti, fra l’altro diminuendo il cofinanziamento nazionale  in modo da ridurre le spese da certificare alla Commissione europea (la spesa certificata è la misura di quante risorse della Politica di Coesione sono usate). Sotto Barca è stato aperto il sito per la trasparenza dei dati del settore OpenCoesione e sotto Trigilia (e già proposta da Barca) è stata istituita l’Agenzia per la Coesione territoriale, che dovrebbe attivarsi da marzo e monitorerà i fondi della Politica di Coesione come già fa il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e la Coesione economica.

La Politica di Coesione è il principale veicolo d’investimento dell’Unione e beneficia tutte le sue 274 regioni, con fondi per stimolare la crescita e il lavoro, e contrastare il cambiamento climatico e la dipendenza energetica. Le risorse, in parte comunitarie e in parte statali, sono spese attraverso tre fondi (Fondo di sviluppo regionale europeo, Fondo sociale europeo e Fondo di coesione) con i programmi operativi, in genere elaborati a livello nazionale e regionale. Lo stanziamento ad ogni programma prevede quote annuali da spendere; si ha tempo due anni dopo quello relativo a ciascuna quota per impiegarla, altrimenti scatta il disimpegno (eccezione, grandi progetti e regimi d’aiuto), o ‘regola n+2’. Per questo l’ultima scadenza è nel 2015; tuttavia la parte d’impegni ancora aperti al 31 dicembre di quell’anno sarà disimpegnata se la Commissione non avrà ricevuto domanda di pagamento entro il 31 marzo 2017. Il disimpegno comporta anche la riduzione del relativo cofinanziamento nazionale. Nel 2013 nessuno dei 52 Programmi operativi italiani ha fatto scattare il disimpegno: tutti hanno superato gli obiettivi di spesa alla scadenza del 31 dicembre. Nel 2012 solo un programma aveva mancato il target di fine anno, e l’Ue ha revocato 33,3 milioni. L’accelerazione impressa dai governi Monti e Letta ha agito contro il rischio di più disimpegni.

Anche l’Ue ha fatto la sua parte, riformando la Politica di Coesione per massimizzare l’impatto degli investimenti. Fra l’altro i Paesi membri e le regioni dovranno chiarire in anticipo gli obiettivi per le risorse da impiegare e il metodo per misurare il progresso verso di essi, per consentire un monitoraggio regolare, e i programmi con un buon andamento potranno ricevere fondi aggiuntivi alla fine del periodo. L’erogazione dei fondi, inoltre, sarà vincolata al soddisfacimento di alcune precondizioni favorevoli a un investimento efficace, come le strategie di ‘specializzazione intelligente’ (concentrarsi sui propri punti di forza) o il rispetto delle leggi ambientali. Sarà una Politica con la cultura dei risultati, ha detto il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, intervistato sul numero d’inverno 2014 della testata Ue ‘Panorama’, aggiungendo poi che “una buona governance ai livelli nazionale, regionale e locale è cruciale”.

Nel periodo 2014-2020 l’Italia avrà 32,2 miliardi di contributo dall’Ue, cifra che raddoppierà con il cofinanziamento nazionale e quello regionale. La strategia d’impiego sarà nell’Accordo di partenariato che il Paese dovrà presentare entro il 22 aprile. I problemi da tenere in conto sono diversi. Ad esempio, Barca rilevava nel suo rapporto di fine mandato dell’8 aprile 2013 la tendenza delle amministrazioni a procrastinare il più possibile la spesa nel corso dell’anno solare e l’insostenibile concentrazione della spesa negli anni finali del ciclo 2007-2013, con accavallamento al successivo. Per parte sua la Corte dei Conti, nella relazione annuale 2013 sui rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari, ha raccomandato di fare più attenzione alle verifiche sulla corretta gestione. Ha rilevato anche, in tema d’irregolarità e di frodi, un incremento degli importi da recuperare nel 2012 e fra i sistemi più usati la mancata realizzazione delle attività finanziate; i programmi maggiormente interessati da irregolarità e da frodi sono quelli regionali, con gli importi più rilevanti riferibili a Regioni del Mezzogiorno inserite nell’Obiettivo Convergenza. Il problema principale però è la qualità istituzionale, ci dice Cristina Brasili, professore associato di Politica economica all’università di Bologna.

 

Professoressa Brasili, perché si è speso così poco e male? 

Anche nei cicli passati l’Italia ha accelerato alla fine, il che ha creato accavallamenti che hanno suscitato difficoltà amministrative. Anche la crisi ha complicato la situazione, prolungando il ciclo 2006 fino al giugno 2009, con conseguente avvio ritardato del nuovo periodo di programmazione. Resta il fatto che l’Italia ha più problemi di altri Paesi Ue a spendere, e la ragione è la qualità istituzionale. Le regioni più in difficoltà sono tre di Convergenza, Campania, Sicilia e Calabria, mentre la Puglia è più vicina ai ritmi di spesa del Nord che pure ha i suoi problemi. A proposito delle Regioni Convergenza, però, la spesa inferiore a quelle Competitività (48,3% contro 62,2% nel 2013, entrambe sopra i rispettivi target minimi, nda) è spiegata anche dal fatto che le prime hanno dalla Politica di Coesione molte più risorse da spendere. Comunque sia, il Paese dovrebbe fare molta più attenzione alle politiche europee, perché non c’è alternativa alle risorse europee per la spesa sui territori. 

Quanto abbiamo pagato tutto questo in termini di disimpegno automatico? 

Si ebbe un po’ nei primi due periodi di programmazione, perché questa non è nel nostro dna. Fino al 1999 non siamo stati capaci di attuare programmi nel rispetto dei tempi, ma il disimpegno non è stato così consistente perché alla fine c’è sempre stata un’accelerazione. Accelerando alla fine dei cicli siamo sempre riusciti a spendere tutto. Il problema, però, è stato la qualità della spesa. Abbiamo fatto ricorso a progetti ‘sponda’ o ‘coerenti’ -presenti anche in altri Paesi Ue, ma noi ne facciamo un uso più massiccio- mentre la crisi ha ridotto le capacità di spesa del pubblico e la partecipazione privata agli investimenti.

Altri Stati Ue sono nella nostra situazione? 

Credo che siamo fra i peggiori utilizzatori dei fondi strutturali, purtroppo. Direi che la Spagna è in una situazione simile alla nostra, mentre da Francia e Germania possiamo imparare e ancora una volta i Paesi del Nord Europa brillano. L’Italia deve migliorare la qualità istituzionale. La Campania, ad esempio, da questo punto di vista è l’ultima regione in Europa.

Le amministrazioni centrali e quelle locali hanno le stesse responsabilità?

I programmi operativi nazionali funzionano meglio, probabilmente non per una maggiore capacità di amministrare ma per la trasversalità e tematicità di quei programmi, concentrati su determinati obiettivi a differenza dei programmi regionali che hanno tantissime azioni nello sviluppo integrato di un territorio. Le difficoltà maggiori sono nelle Regioni ‘Convergenza’, a parte la Puglia, che può essere d’esempio.

 

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