venerdì, Luglio 30

Foley e Django: due pesi, due misure Come ai tempi di Moro, torna la polemica sulla crudezza delle immagini

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Le atroci immagini della decapitazione del giornalista americano James Foley hanno riaperto il dibattito su fino a che punto sia opportuno da parte dei media diffondere immagini così cruente, la cui autenticità pare sicura, ferma restando la necessità di ulteriori approfondimenti da parte dell’FBI.

Beppe Servergnini, su ‘Il Corriere della Sera, ha manifestato il suo dissenso sostenendo che non occorre mostrare immagini pornografiche per combattere la pornografia.

Certo, la loro crudezza impone cautele nei confronti dei soggetti più fragili, a cominciare dai bambini. La mia opinione, tuttavia, è che sarebbe fare un torto allo stesso giornalista attenuare o peggio censurare la barbarie che egli ha subito. Oggi più che mai un pubblico fortemente vaccinato contro le immagini violente sia dall’informazione che dalla fiction televisiva deve essere messo in grado di giudicare da sé fino a che punto possano arrivare le atrocità della guerra, quell’aggressione di cui ha parlato Papa Francesco che richiede di essere fermata, anche attraverso l’indignazione della pubblica opinione internazionale.

Nel contempo occorre considerare anche gli effetti a tutto campo di queste immagini. Purtroppo il dibattito non è nuovo. Ha avuto anzi una sua punta in occasione del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro nel 1978. Allora ci si chiese se pubblicare i comunicati delle Brigate Rosse, le lettere dalla ‘prigione del popolo’ e le riprese del cadavere nel vano posteriore della Renault rossa parcheggiata in via Caetani. Una sequenza che si svolse in mezzo a una folla di cittadini e con la cinepresa dell’emittente locale ‘GBR‘ che raggiunse la finestra di una scuola religiosa prospiciente l’evento fornendo immagini che andarono letteralmente in tutto il mondo.

Allora ogni controllo, ogni ‘prudenza’ fu materialmente impossibile. Ma a distanza di un tempo neppure troppo lungo ci si rese conto che quelle immagini, quelle pubblicazioni furono l’inizio della sconfitta della Brigate Rosse, perché tagliarono ogni minimo filo di comprensione o di consenso in tutta l’opinione pubblica, salvo quelle limitate e clandestine frange di fanatici e irriducibili destinati a soccombere. E anche in quel caso, insieme al corpo inanimato dello statista vi furono anche i suoi pensieri, i suoi scritti espressione di un essere umano ridotto non solo alla schiavitù fisica ma anche a quella intellettuale e morale.

Il caso di Foley ha molte analogie. Accanto alla decapitazione del corpo abbiamo assistito tutti alla decapitazione non meno grave del suo pensiero, alla straziante dichiarazione di condanna del suo Paese, di quella Nazione in cui aveva maturato la sua esperienza di giornalista che tanto credeva nella forza della libera informazione da rischiare la vita, come poi è accaduto.

Su tutte queste cose dobbiamo riflettere analizzando questo atroce episodio, senza, per così dire, voltare la testa dall’altra parte, ma guardando in faccia la spietatezza di questa realtà, per attrezzarci a reagire e sostenere chi la combatte.

Sorprende, poi, che si esprima tanto pudoreda parte di un Occidente che ha invaso gli schermi della televisione e del web con scene di violenza simulata sempre più cruente. La lotta a mani nude di due uomini, fino all’uccisione del soccombente a colpi di martello, per una durata di diversi interminabili minuti, nel film ‘Django Unchaineddi Quentin Tarantino, cui peraltro si riconoscono doti artistiche, non ha certo nulla di meno efferato della decapitazione di James Foley. Eppure queste immagini destinate a far cassetta vengono ampiamente accettate dal pubblico e lodate dalla critica, mentre si dubita se diffondere quelle di James Foley destinate a risvegliare a carissimo prezzo la coscienza dell’intero pianeta.

Credo che le parole più profonde e toccanti siano quelle pronunciate dai genitori: «Non siamo mai stati più orgogliosi di nostro figlio. Ringraziamo Jim per tutta la gioia che ci ha dato. Era uno straordinario figlio, fratello, giornalista e uomo». Noi l’abbiamo conosciuto nel momento del supremo sacrificio: non oscuriamone l’immagine.

 

 

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