martedì, Settembre 28

Fmi bacchetta tutti, Italia compresa field_506ffb1d3dbe2

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Argentina-FMI

La Fed dichiara e le borse europee agiscono. Ieri la Federal Reserve ha confermato che non c’è nessuna fretta di i tassi d’interesse, fermi fra lo 0 e lo 0,25%. L ‘economia cresce moderatamente così come il mercato del lavoro non si è ancora ripreso del tutto. Per tale una politica monetaria altamente accomodante resta appropriata e sono appropriati tassi bassi per un periodo che potrebbe durare almeno fino a quando non terminerà il piano di acquisti di asset.

Sulla scia degli ottimi risultati ottenuti da Wall Street all’indomani delle parole del Governatore della Fed, Yanet Yellen, in merito al mantenimento degli attuali tassi d’interesse, vola Francoforte con l’indice Dow Jones che ha toccato un nuovo record e l’S&P 500 è tornato a superare 2mila punti. Non è sulla stessa lunghezza d’onda Piazza Affari che, penalizzata dall’andamento di alcuni titoli bancari come quelli di Banca Mps e di Bper, si ritrova con solo Mediobanca con un +1,64%.

A creare ulteriori preoccupazioni all’ Italia è l’Fmi che, sulla scia di quanto dichiarato dall’Ocse poche settimane fa, conferma che rivede al ribasso le stime sul Pil italiano. Secondo l’organizzazione internazionale, l’economia nel 2014 farà segnare un -0,1% e tale dato verrà confermato ad ottobre, dopo che sono stati presi in considerazione gli ultimi dati negativi. L’aggiornamento del World Economic Outlook di luglio stimava una crescita del Pil dello 0,3% nel 2014, mentre rimarrà invariata la previsione per il 2015 (+1,1%) quando gli effetti delle misure espansive della Bce entreranno nel vivo.

Per migliorare una situazione difficile dal punto di vista economico c’è la necessità di effettuare delle riforme strutturali. Su tale argomento il Fondo Monetario Internazionale, se da un lato ha applaudito l’agenda politica del Governo Renzi, dall’altro ha evidenziato ulteriormente l’importanza di attuare nel breve periodo delle riforme che possano consentire al Bel Paese di «creare posti di lavoro, aumentare la produttività e far decollare la crescita potenziale da un minimo stimato allo 0,5 per cento».

L’urgenza delle riforme del mercato del lavoro, sottolinea il Comitato esecutivo dell’Fmi, «per ridurrre il dualismo e aumentare la flessibilità . In particolare ritiene utili misure che portino a contratti di lavoro semplificati con protezioni crescenti e un decentramento della contrattazione salariale a livello aziendale». Per quanto concerne il passaggio della delega fiscale, il Fondo Monetario Internazionale lo vede positivamente in quanto stabilisce uno schema capace di semplificare e migliorare il sistema fiscale e sarà quindi uno strumento importante per raggiungere un riequilibrio fiscale growth friendly.

Infine, per quanto concerne i conti pubblici, il Fondo prevede che, nel 2014, l’Italia chiuderà con un 3% ma al netto del ciclo economico il disavanzo strutturale si fermerà allo 0,8 per cento; mentre il debito pubblico toccherà quota 136% anche se è previsto in discesa negli anni a venire.

Se negli Usa il dato di disoccupati che richiedono il sussidio di disoccupazione diminuisce, in Italia tale questione diventa sempre più spinosa. A dispetto però degli americani, gli italiani devono attuare qualche riforma che consenta anche alle imprese del Paese di essere competitive sia nel mercato nazionale che in quello internazionale. Su tale argomento ha avuto modo di esprimere la sua opinione il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che nel corso di un suo intervento a un convegno sulle telecomunicazioni organizzato da Asstel, ha detto: «In Italia va avviata una fase di sostegno reale all’industria con strumenti semplici, rapidi e di immediata attuazione. Il credito d’imposta in innovazione e ricerca costa poco e restituisce competitività alle imprese e risorse a lungo termine allo Stato. In tutta Europa funziona. Adottiamolo senza altri indugi».

Mentre da Bruxelles viene confermato che l’otto ottobre a Milano si terrà il vertice straordinario dell’Ue sul lavoro, il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, deve smaltire la delusione derivante dai risultati ottenuti alla prima delle aste della Banca centrale europea per fornire fondi a costi vicini allo zero da prestare all’economia reale dell’eurozona. Sono 255 le banche europee che hanno fatto ricorso al nuovo prestito T-Ltro (Targeted long term refinancing operation) della Bce (tasso 0,15% con scadenza a 4 anni) concesso in proporzione agli impieghi che gli istituti presentavano in bilancio al 30 aprile. In totale sono stati richiesti 82,6 miliardi di euro a fronte dei 100 che si era stato prospettato dai diversi istituti. La seconda asta sarà il 9 dicembre ed è presumibile che non si arriverà sicuramente ai 320 miliardi prospettati.
Tra le italiane Unicredit ha fatto richiesta e ottenuto dall’asta T-Ltro 7 miliardi e 750 milioni di euro, Intesa San Paolo ha richiesto ed ottenuto 4 miliardi, Banca Mps ha chiesto e ottenuto 3 miliardi di euro, Banca popolare dell”Emilia Romagna ha ottenuto 2 miliardi, Banco Popolare ha raccolto 1 miliardo, come il Credito Valtellinese, Banca Carige ha ottenuto 700 milioni e Mediobanca 500.

Se per il Fondo Monetario Internazionale nella prima metà dell’anno la crescita globale «si è rivelata più debole» di quanto pronosticato dalla stessa istituzione nel suo World Economic Outlook pubblicato ad aprile, indicando come ‘performance deludenti’, quelle degli Usa, America latina, Europa e Cina, nel vecchio continente c’è una Nazione, l’Irlanda, che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio centrale di statistica, grazie alle sue politiche di esportazione, ha raggiunto quota 7,7% del Pil rispetto allo scorso anno. Per un Paese che solo a dicembre scorso ha terminato il piano di aiuti per risollevare la propria economia, tale risultato è una boccata di ossigeno. Con un tale risultato potrebbero cambiare anche le prospettive di una crescita che, stimata finora al 2,1%, potrebbero giungere anche al 4%. Stesso discorso per il rapporto Deficit/Pil che potrebbe assestarsi al 4%.
Dietro a tale risultato c’è il successo delle esportazioni, cresciute nel secondo trimestre del 13% rispetto all’anno scorso anche grazie all’ottimo stato di salute della Gran Bretagna, partner di primo piano. Inoltre, registra anche un importante +1,8% dei consumi privati, il maggiore incremento annuale da quasi quattro anni.
Nonostante il momento positivo, l’Irlanda si ritrova ad affrontare ancora due questioni importanti per la propria economia: la disoccupazione, giunta al 12%, ed il pesantissimo problema del debito pubblico, superiore al 120% del Pil l’anno prossimo.

Dunque, un piccolo passo in avanti per l’ex tigre celtica che, così come per tutti i paesi dell’Europa e per gli Usa, deve puntare su ulteriori riforme strutturali per il bene del proprio paese.

 

 

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