lunedì, Ottobre 25

Flat tax: perché si, perché no

0
1 2 3


Per  alcuni è la panacea di tutti mali, per altri un Moloch travestito da Chimera. La flat tax, già ribattezzata ‘la tassa della discordia’. Una vera rivoluzione fiscale, e come tutte le ribellioni, amata, temuta, vagheggiata, anelata. La Lega Nord l’ha eretta a suo vessillo. Quasi tutti gli altri, Governo compreso, all’unisono dicono: è solo propaganda. 

La flat tax, la ‘tassa piatta‘, un sistema fiscale proporzionale con una sola aliquota fissa, uguale per tutti sia per le imposte sul reddito familiare sia sul profitto delle imprese. Teorizzata nel 1956 dall’economista statunitense poi premio Nobel Milton Friedman, il padre dei monetaristi e l’ispiratore di economie liberiste come quelle di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Nel mondo non è una novità. Sono trentotto i Paesi che la utilizzano, tanti paradisi fiscali e molti Stati dell’Est Europa. La speranza comune: stimolare la crescita e lo sviluppo economico. Gli Stati baltici Estonia, Lettonia, Lituania, dagli anni novanta hanno una flat tax pari al 24, 25 e 33%. La Russia di Vladimir Putin la introduce al 13% il primo gennaio 2001. Stessa sorte per l’Ucraina che nel 2003 decide di seguire l’ex madre patria. Si è pentita invece la Slovacchia: introduce la flat tax al 19% nel 2004, ma l’abolisce nel 2013, nonostante il calo del debito pubblico. La Romania adotta la ‘tassa piatta’ al 16% nel 2005, mentre dal 2008, Macedonia, Albania e Bulgaria fissano al 10% la flat tax.   

Per l’Italia sarebbe uno sconvolgimento del fisco, oggi smarrito nel ginepraio di oltre 1900 regolamenti tra norme e rompicapi tributari. Un sistema fiscale complesso il nostro, fondato su cinque scaglioni di reddito e altrettante aliquote. Da quella più bassa (23%), fino alla più alta (43%). Oggi paghiamo le tasse in maniera progressiva: in base al reddito, sei inserito in uno scaglione di riferimento. Tradotto: più guadagni, più tasse paghi. Insomma, in un sistema progressivo come il nostro, l’aliquota cresce in percentuale all’aumentare del reddito. Se invece fosse introdotta la tanto vituperata tassa piatta‘, indipendentemente da quanto guadagni, saresti inserito nell’unico scaglione di riferimento, nella sola aliquota prevista: quella del 15%. Tradotto: se guadagni 10, 100 o 1000 pagherai sempre il 15% di tasse. 

Non solo. La flat tax è molto altro: prevede l’eliminazione di tutte le esenzioni, detrazioni e deduzioni di uno Stato. Con un obiettivo: allargare la base imponibile fino a includere tutto il PIL (Prodotto interno lordo). L’auspicio o la teoria vorrebbe una sola aliquota bassa e uguale per tutti, stimolo all’emersione della cosiddetta ‘economia sommersa’, l’evasione che continua ad avvelenare l’Italia. E molti bonus e sconti fiscali, spesso concessi a pioggia, almeno nel nostro Paese, verrebbero cancellati con un ‘colpo di tassa’ seguendo l’annoso adagio ‘pagare meno, pagare tutti’. 

Ma se è vero che l’idea originaria è di Milton Friedman, i primi modelli teorici furono elaborati da due economisti americani: Robert Hall e Alvin Rabushka. Proprio a quest’ultimo la Lega Nord si è ispirata per la sua proposta di legge sulla flat tax italiana n. 3170 presentata il 15 giugno 2015. “Perché la flat tax si può applicare anche in Italia”, dice Armando Siri, promotore della flat tax italiana e responsabile economico di Noi con Salvini, il movimento politico leghista del centro Sud, “si tratta di cambiare l’impostazione ideologica e storica che ci ha assuefatti a un sistema fiscale che è un vero cappio al collo del contribuente. Ci accusano di proporre una Legge anticostituzionale perché la flat tax teoricamente applica un sistema proporzionale, mentre l’articolo 53 comma 2 della nostra Costituzione dice: ‘il sistema tributario è informato a criteri di progressività’. Attenzione però, non ti dice che l’aliquota deve essere per forza progressiva, quindi possiamo proporre un aliquota fissa e proporzionale, per poi modularla nel rispetto dei criteri costituzionali di progressività attraverso un nuovo sistema di deduzione pari a 3.000 euro per ciascun contribuente o carico familiare avente diritto”.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->