lunedì, dicembre 17

Flat tax? No grazie. E perché mai dovremmo copiare dagli ultimi della classe? La flat tax è utilizzata in molti Paesi considerati paradisi fiscali, in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est e in Russia, dove evasione ed economia sommersa raggiungono livelli inquietanti.

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Come è consuetudine di ogni campagna elettorale italiana, anche nel corso dell’ultima appena terminata, i temi di discussione sono stati quasi esclusivamente incentrati su politica interna e vicende nostrane, lasciando poco spazio ad approfondimenti di politica estera e relazioni internazionali. E quando la discussione è scivolata su argomenti di più ampio respiro, si sono spesso enfatizzati presunti pericoli, da sud le migrazioni, quasi come nuove invasioni barbariche e da nord l’Unione Europea, considerata dai sovranisti una sorta di Wermacht pronta a muovere conquistando territori a colpi di direttive e regolamenti.

Toni apocalittici che ben evidenziano i confini angusti in cui l’Italia si è rinchiusa e una visione politica che non va oltre il provincialismo di una classe politica che a Londra o a Pechino chiede dove sia il più vicino ristorante italiano per mangiare un piatto di spaghetti più o meno al dente. Si è parlato poco di Europa, gli Stati Uniti della nuova amministrazione Trump sono rimasti sullo sfondo del dibattito e non si è parlato di Russia e in fin dei conti, forse, questo è stato anche un bene: sorbirci nuovamente i soliti numeri tirati a caso, soprattutto da destra e da area grillina, su sanzioni alla Russia e presunto danno all’export italiano, sarebbe stato davvero troppo pesante. A dire il vero la Russia è stata comunque tirato in ballo ed in maniera alquanto sorprendente, Berlusconi infatti decantando la bontà taumaturgica della flat taxation ha fatto riferimento alla Russia come ad un caso di successo. Un po’ come se volessi vendere auto di veloci e di lusso mostrando vecchi modelli ammaccati di Fiat Duna che arrancano su una salita malmessa.

A parte il riferimento alla Russia completamente fuori posto, considerando le caratteristiche strutturali del Paese, la corruzione endemica e la continua fuga di capitali nell’ordine miliardi di dollari l’anno, dietro al tema della differente tipologia di tassazione si nascondono in realtà due visioni profondamente diverse delle relazioni economiche e delle interrelazioni umane.

Non si tratta solo di una scelta su cosa sia più conveniente ed utile, ma anche su cosa sia più equo. L’imposta sui redditi delle persone fisiche, nella maggior parte dei Paesi occidentali, è di tipo progressivo, mentre in alcuni Paesi dell’Europa orientale ed in Russia è di tipo proporzionale. Con la tassazione proporzionale l’aliquota è fissa e l’ammontare dell’imposta cresce proporzionalmente all’aumentare dell’imponibile. La tassazione progressiva prevede invece una crescita dell’aliquota all’aumentare dell’imponibile.

Nel primo caso, posta un’aliquota, supponiamo del 20%, l’ammontare del reddito è ininfluente, potrò guadagnare 15 mila euro o 15 milioni pagherò sempre il 20%. Nel caso di tassazione progressiva, invece, all’aumentare del reddito crescerà anche l’aliquota, per cui più guadagno e più alta sarà l’aliquota, il tutto sulla base del principio di utilità marginale decrescente dei beni posseduti: più beni posseggo e minore sarà l’utilità degli stessi. Se sottraggo cioè il 20% da un reddito di mille euro probabilmente sottrarrò consumo di beni necessari, se invece prelievo il 20% da un reddito di un milione di euro toccherò disponibilità superflue e non necessarie alla sopravvivenza. Quel 20% cioè ha un valore diverso a seconda che lo prelievi da chi dispone di mille euro o da chi dispone di un milione di euro.

L’aliquota progressiva è quella utilizzata negli Stati Uniti e in quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale ed è quella che ha permesso in Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, una più equa redistribuzione del reddito, senza impedire quella impressionante crescita economica che ha caratterizzato quasi tutti i Paesi nel dopoguerra. In Italia la tassazione sui redditi delle persone fisiche è progressiva a scaglioni, quindi il reddito percepito viene suddiviso in più scaglioni e su ogni scaglione si applica una aliquota propria. Dal 2004 invece l’imposta sul reddito delle società (ex IRPEG) è già una imposta proporzionale, attualmente con aliquota unica del 24%.

Tra i Paesi che applicano una tassazione di tipo proporzionale sui redditi delle persone fisiche, alcuni Paesi dell’Est Europa, oramai pochi, la Russia da circa una quindicina di anni ed ovviamente quasi tutti i Paesi considerati paradisi fiscali. Nell’Unione Europea ci sono i Paesi baltici, Lituania ed Estonia, con una tassazione rispettivamente del 20% e del 15%, la Romania che applica all’imposta sui redditi una tassazione flat del 16% ed infine Bulgaria e Ungheria con un’aliquota unica rispettivamente del 10% e del 15%. Sempre in Europa, ma non nell’Unione, la Macedonia applica un’aliquota del 10%, l’Ucraina del 18% e fuori dall’Europa, la Russia con il 13%. Anche la Slovacchia e la Repubblica Ceca adottarono la tassazione piatta una quindicina di anni fa, salvo poi optare per una tassazione progressiva a due aliquote. Stesso processo per la Lettonia, dal primo gennaio 2018 e per l’Albania, Paesi che oggi utilizzano una tassazione progressiva a tre scaglioni.

Tra i fautori della tassazione piatta o proporzionale, uno degli argomenti spesso utilizzati è la presunta minore evasione fiscale. A parte il fatto che l’evasione non riguarda solo le imposte dirette, ma anche IVA e contributi sociali, è proprio vero che nei Paesi che hanno adottato la tassazione proporzionale vi sono livelli di evasione più bassi?

Non è facile determinare con certezza il livello di evasione o la parte di economia sommersa di un Paese, tantissimi gli elementi da valutare e moltissime le differenza ed i parametri per arrivare ad analisi complete. Uno degli studi più recenti e completi che riguarda il periodo 1991 – 2015 è quello di Friedrich Schneider, dell’università Kepler di Linz che da quasi un quarto di secolo si occupa principalmente proprio di economia sommersa ed evasione fiscale. Secondo Schneider vi sono alcuni elementi che contribuiscono al livello di economia sommersa di un Paese, tra questi, la maggiore o minore apertura del Paese, lo stato di diritto, la lotta ed il controllo della corruzione. Più un Paese è aperto cioè e più difficile sarà operare nel sommerso, nei Paesi in cui lo stato di diritto è rispettato e la corruzione è minima vi sarà maggior interesse e convenienza ad operare nell’economia formale e sicuramente maggiore peso avrà l’economia sommersa e maggiore sarà l’uso del contante per le transazioni economiche. Attraverso analisi basate su approcci diretti, come l’esame delle dichiarazioni dei redditi ed approcci indiretti volti ad analizzare le discrepanze in relazione a spesa, occupazione e uso del denaro, Schneider è arrivato ad avere un’idea della rilevanza dell’economia sommersa nei vari Stati.

Se concentriamo l’attenzione sui Paesi che più ci interessano e cioè i Paesi europei e la Russia, notiamo che i Paesi che hanno adottato la tassazione flat sicuramente non sono i più virtuosi ed infatti mentre per Estonia, Lituania e Lettonia il peso dell’economia sommersa raggiunge quasi il 30% del totale, Bulgaria e Romania superano il 30%, mentre per Russia ed Ucraina si va ben oltre il 40%. I Paesi più virtuosi sono Germania, Francia, Paesi scandinavi e Finlandia, dove comunque è solida la tradizione di tassazione progressiva ed anche delle più rilevanti.

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