venerdì, dicembre 14

Flat tax: a chi conviene? Intervista a Carlo Cottarelli, Direttore dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI) dell'Università Cattolica di Milano, ed ex Direttore Esecutivo nel Board del Fondo Monetario Internazionale (FMI)

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Flat tax si, o flat tax no. In questi tempi di campagna elettorale, la questione della cosiddetta tassa ‘forfettaria’ è tornata in auge, riportata alla luce dalla coalizione di centrodestra che ne ha fatto un pilastro politico in vista delle prossime elezioni del 4 marzo – Berlusconi l’aveva precedentemente proposta nel ’94 con l’aiuto di Antonio Martino, allievo dell’economista americano Milton Friedman che per la prima volta la introdusse nel 1956.

Ma che cos’è la flat tax? Letteralmente significa ‘tassa piatta’. In questo modello fiscale, non progressivo, viene applicata un’unica aliquota di tassazione fissa indipendentemente dal livello reddito del contribuente. Sebbene la tassa ad aliquota fissa non sia progressiva in senso stretto, viene applicato comunque uno scalino fiscale per i redditi inferiori ad una certa soglia – secondo la proposta del centrodestra, sotto i 12mila euro annui. Al di sotto del limite del reddito minimo, l’aliquota non viene pagata (no tax area).

Come indicato da uno studio dell’Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani), uno dei vantaggi più importanti del fisco ‘piatto’ riguarda la semplificazione dell’intero sistema fiscale, sia dal punto di vista di gestione, sia dal punto di vista dei costi di adempimento. Inoltre, con l’inserimento di un aliquota fissata ad una determinata percentuale, normalmente al di sotto del 23%, a giovarne sarebbero i redditi più elevati.

Tuttavia, per quanto riguarda la crescita, si legge nella ricerca dell’Osservatorio, ci sono ancora molti dubbi sul collegamento tra crescita e flat tax, sebbene quest’ultima permetta semplificazione e costi di adempimento inferiori. Stesso discorso vale per l’evasione fiscale, la quale riduzione potrebbe essere causata sia da un cambiamento comportamentale dei contribuenti sia da un maggiore controllo fiscale, dovuto dalla semplificazione del sistema stesso. Ma l’equazione aliquota fissa uguale diminuzione delle tasse non è mai stata confermata né provata.

In Europa, questo tipo di modello non è mai stato adottato. Sia perché gli Stati dell’Europa centrale hanno comunque un sistema fiscale relativamente semplice rispetto, per esempio, a quello italiano, sia perché non sono particolarmente sensibili ad alcuni problemi legati al fisco stesso, come evasione ed eccessiva tassazione. L’attuazione della tassa forfettaria è stato ampiamente utilizzato dai Paesi dell’ex blocco sovietico, come Russia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, ed, inoltre, dagli Stati del Mar Baltico (Lituania, Lettonia ed Estonia).

Nel caso della Russia, che ha introdotto il modello ad aliquota unica nel 2001, è stato registrato il passaggio da tre aliquote (12, 20 e 30%) ad una unica al 13%, insieme ad un ampliamento della no-tax area. Per quanto riguarda la crescita, nei due anni seguenti l’attuazione della flat tax, il rapporto tra le entrate totali e il Pil è aumentato a partire dal 2001, crescendo di un punto percentuale tra 2000 e 2003. Bisogna però considerare che la riforma ha compreso anche un deciso allargamento della base imponibile, riducendo deduzioni ed esenzioni. Inoltre, c’è un altro fattore. Tra il il ’98 e il 2002 il prezzo del petrolio raddoppiò e questo, come confermato nello studio, ha influenzato di molto le percentuali di crescita del Prodotto Interno Lordo.

In Bulgaria, dove l’aliquota è stata introdotta nel 2007 e fissata al 10%, il gettito è rimasto sostanzialmente invariato con alcuni picchi di crescita registrati dopo il 2011. Si è passati da un sistema progressivo con no-tax area, ad un sistema di flat tax al 10% nel 2008 eliminando le precedenti agevolazioni fiscali ed introducendo alcune deduzioni. Le entrate da imposta personale sui redditi sono diminuiti in percentuale di Pil tra 2007 e 2008, per poi mantenersi stabili nel tempo con una percentuale comunque piuttosto bassa che si aggira intorno al 3 per cento (in Italia il valore negli ultimi anni è stato circa dell’11%).

Tra i Paesi del blocco sovietico che non hanno più adottato la tassa ad aliquota unica, ci sono la Repubblica Ceca e la Slovacchia, che hanno preferito tornare ad un sistema di tassazione progressiva a più aliquote.

Perchè in alcuni Paesi si è scelto di tornare ad un regime fiscale progressivo? É vero che flat tax significa aumento delle diseguaglianze? Ne parliamo con Carlo Cottarelli, Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI) dell’Università Cattolica di Milano, ed ex Direttore Esecutivo nel Board del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

Alcuni Stati che in passato hanno adottato la flat tax, come Repubblica Ceca e Slovacchia , oggi hanno preferito un altro modello per il proprio fisco. Quali possono essere le ragioni?

La flat tax è complessivamente semplice da gestire, sopratutto per quei Paesi che si trovano a gestire un nuovo sistema di tassazione. Normalmente, questi Stati prima hanno iniziato con altri sistemi fiscali poi hanno cercato di semplificare il sistema attraverso questo modello. Questo può spiegare il motivo per cui alcuni Paesi hanno adottato questo modello fiscale. Sul fatto che alcune Nazioni poi non hanno più voluto mantenerla, è perché, come succede spesso, si è scelto di introdurre un aliquota in più per i redditi più alti e di conseguenza, con più aliquote, non si può più parlare di flat tax. Il problema della flat tax è che è impropriamente ‘progressiva’, ma è comunque meno progressiva di quello che si avrebbe con delle aliquote marginali che aumentano. La flat tax, ripeto, rimane progressiva perché in molti casi è stato introdotto lo scalino della no-tax area.

Comunque, in tutti i Paesi dove è stato introdotto questo modello fiscale, la diseguaglianza sociale rimane ad alte percentuali. Perché?

E’ chiaro che se la tassazione fosse più progressiva, la distribuzione sarebbe sicuramente più bilanciata. Nei Paesi dove le diseguaglianze sono forti, si è evitato di introdurre questo sistema di progressione che avrebbe consentito una maggiore ridistribuzione del reddito.

In Europa, però, nessuno ha mai adottato la cosiddetta tassa ‘forfettaria’.

Si, bisogna tenere conto di un fattore. Molti sistemi fiscali europei funzionano molto meglio del nostro e funzionano discretamente. C’è poca evasione fiscale, e i sistemi sono meno complicati del nostro per cui la necessità di introdurre qualcosa di diverso, forse, è meno sentita. Da noi, abbiamo dei grossi problemi nel sistema fiscale, tra cui il tasso di evasione più alto d’Europa e abbiamo anche un sistema che è molto complicato. La complicazione del sistema non deriva tanto dal fatto che ci sono, sull’Irpef per esempio, tante aliquote ma il fatto che la base imponibile è complessa in quanto ci sono centinaia di detrazioni e per esempio anche i cosiddetti oneri deducibili o detraibili. Una flat tax verrebbe introdotta insieme all’eliminazione di tutta una serie di complicazioni della base imponibile che porterebbe ad una semplificazione. Questo bisogno di semplificare, negli altri Paesi si sente meno a causa, appunto, di un fisco più semplice rispetto al nostro. Però bisogna a questo punto distinguere le due cose: si può avere una semplificazione alla base con l’eliminazione delle detrazioni fiscali, mantenendo comunque più di un aliquota, e quindi mantenendo un grado di progressività maggiore di quello nelle proposte di flat tax di oggi.

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