sabato, Ottobre 23

Fisco e Scuola, l’uscita a sinistra dalla crisi Una riforma radicale del fisco è indispensabile prima di ogni altra misura. Poi la scuola, premessa per avere un Paese moderno e resiliente. Draghi lo sa, se è intenzionato a 'fare' lo vedremo presto

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Il tentativo di Mario Draghi, per quanto se ne capisce, e forse tra chi lo capisce non sono nemmeno molti di quelli che gli sono più vicini, è al tempo stesso razionale e ambizioso. Però interessante.
Come dicevo ieri, la mia netta impressione è che Draghi abbia (e avrebbe ragione) compreso che della struttura di Governo attuale non si può fidare. E siccome non può fare tutto lui, hainventato‘, con la collaborazione -forse perfino sincera, ma non ci giurerei- di Renato Brunetta, quella sorta di amministrazione parallela di persone molto qualificate e pertanto, si suppone, capaci.
Su quest’ultima supposizione io sarei più che cauto, ma il Presidente è lui. Posso solo dire per esperienza personale due cose: la PA accetta i cambiamenti, magari anche con un apparente sorriso sulle labbra, ma poi lentamente, quotidianamente, insensibilmente, torna quella che era e quando uno se ne accorge è troppo tardi. Inoltre, ed è la cosa più pericolosa, è in mano a sindacati per i quali il merito non esiste, e il premio nemmeno: siamo tutti eguali e quindi se si deve dare un premio, lo si dà, magari molto minore, a tutti, piuttosto che a quello che lo ha meritato.

Ma poi, oggi è molto di moda parlare dellauscita a sinistradalla crisi. Ci sono economisti che modestamente si paragonano a Marx (dicendo che sono molto più bravi) e discettano su cose del tipo: redistribuzione del reddito, tasse sulla successione, ecc. Perfino Joe Biden (nell’entusiasmo generale) ha fatto la sua uscita di sinistra proponendo (a babbo morto, ma meglio di nulla) di tassare le grandi imprese. Come se poi le stesse non si rivalessero sui prezzi e quindi sui … più poveri. Questo sarebbe ‘sinistra’?
Per dirla con estrema superficialità, il problema in Italia è quello dei poveri, non solo in senso economico, ma anche -mi si perdoni l’ironia- ‘di spirito‘. Non mi riferisco ai politici (quelli sono irrecuperabili), per carità, e nemmeno all’intelligenza delle persone, ma allacompetenza‘, all’addestramento delle persone. Addestramento, non indottrinamento!

Ciò non è un caso. Il nostro sistema scolastico fa acqua da tutte le parti, ma fa acqua da sempre e programmaticamente.
Io vivo nel Meridione, dove se chiedi a qualcuno, un giovane o un vecchio, che cosa sa fare, la risposta terrificante per lo più èuno di tutto”. Cioè niente. L’unica differenza tra il giovane e il vecchio è che il vecchio, che usa male ma usa il cellulare, è solo deluso e fatalista e conta sul ‘nero’; il giovane, che vive ‘del’ e ‘col’ cellulare, è fatalista e sfrontato, e conta sul ‘nero’. Questo, per certe mentalità, è la prova della pochezza dei meridionali, eccetera. Invece è la prova del fallimento disastroso del nostro sistema educativo.
Del quale purtroppo è emblema, e la cosa letteralmente mi spaventa, il Ministro Patrizio Bianchi, che si propone di avviare moltissimi giovani alle scuole tecniche. Immagina, il Ministro, un mondo di elettricisti, idraulici, geometri. E per di più tutti inconsci di sé e degli altri: questo è il punto vero! Sarei tentato di spiegare al Ministro (e, ho paura anche a Draghi) che la scuola serve a formare cittadini, non ebanisti, al massimo anche ebanisti, ma principalmente cittadini, coscienti e consapevoli, capaci non solo di leggere la Costituzione, ma anche di sapere (e saperlo bene) che facciamo parte della UE (tanto per dirne una) che non è il ‘nemico’ di cui parlano stellini e salvinini, ma siamo semplicemente noi. Insomma, di essere consapevoli e quindi anche -ecco il punto su cui il ceto politico italiano scatenerà la guerra- non facilmente condizionabili, capaci di vedere e distinguere, e quindi di scegliere.
Dubito che il Ministro lo possa capire: basterebbe vedere lo sbrego della maturità, del quale si vanta pure.
Cosa voglio dire? Che ogni persona, ogni bambino, del più sperduto villaggio, dove magari si vive di turismo e di ‘nero’ (spesso sinonimi), e poi ogni giovane, deve avere la scuola di base del massimo livello possibile, e raggiungibile in tempi umani, e poi poterscegliere liberamente, sulla base delle proprie aspirazioni e interessi (specie quest’ultimi) debitamente stimolati da una grande scuola dell’obbligo, anche senza banchi a rotelle, il Liceo, quello Classico o quello Scientifico, o qualunque altra scuola, e poi l’Università.
Diciamoci la verità: chi può farlo veramente? Dov’è la scuola dell’obbligo di alto livello? Dove sono i docenti di quella scuola che dovrebbero essere pagati a peso d’oro perché sono i più importanti di tutti? E, ammesso che un giovane si renda conto del mondo in cui vive e voglia scegliere invece della scuola tecnica più vicina (benché sempre lontana) il Liceo lontano, chi glielo consente, chi ce lo porta, chi gli dà da dormire? Per non parlare dell’Università. Ci si rende conto che noi siamo indietro al resto di Europa di almeno quaranta anni?
Questa è la premessa indispensabile per avere un Paese moderno eresiliente‘, questa volta sì, cioè reattivo e capace. Ma dov’è tutto ciò nei progetti di Draghi? e sorvolo sul Ministro, che si contenta di un po’ di computisteria. Certo non si può fare tutto subito e solo con i soldi del piano di rinascita, ma un abbozzo di proposta del genere sarebbe stata opportuna. E, sarebbe l’uscita a sinistra dalla crisi.
Io credo sinceramente che Draghi questo lo abbia capito e il problema se lo ponga. Ma non può fare come per la PA, costruirne una parallela.

Di tutto ciò i super-Marx non parlano. In compenso, i politicanti alla Letta propongono il colpo di teatro: facciamo piangere i ricchi. E poi la corte che lo circonda e lo annusa, tutta lì a commentare la rivoluzionarietà del suo detto, la redistribuzione del reddito! Altro che Mao e Lenin, questa è la rivoluzione. Abbiamo sì dimenticato lo ius soli e il voto ai quindicenni, ma la rivoluzione si fa così, strappando qualche soldo ai ricchi (che secondo Letta sono fessi e non si ‘difendono’) per ‘redistribuirlo’ ai meno abbienti: un paio di caffè a testa. E il resto della ‘politica’ litiga sugli elenchi, fa i dispetti a Salvini, e il saltafosso a qualcun altro. L’allegra politica.

E allora capisco Draghi, che si incavola e risponde a muso duro a questa fesseria, cioè a questa banalità. Perché, spero, Draghi sa (e credo avrà anche il coraggio di dire) che prima di redistribuire bisogna incassare, e in Italia ci sono 120.000.000.000 di tasse non pagate all’anno, che Salvini vorrebbe anche azzerare, e altri vogliono rendere impossibili da scovare, opponendosi perfino alla moneta elettronica.
L’unica risposta è una riforma radicale del fisco: prima di ogni altra misura. Credo bene che si arrabbi se uno gli getta un pallone sgonfio fra i piedi! Certo, sarebbe bello che cominciasse a dirci come pensa di farlo, anche se la storia insegna che le riforme fiscali si fanno la sera per farle entrare in vigore un’ora prima.

Queste sono le due vere cose che Draghi deve fare: riforma del fisco e riforma della scuola. Se ci metterà mano sul serio, magari dicendo anche al ‘buon’ Cingolani di smetterla di fare il fenomeno, vorrà dire che sta facendo sul serio. Altrimenti, che sta gestendo il piano di rinascita, per distribuire un po’ di soldi in giro e dare l’illusione che il Paese è diventato moderno, specialmente alla UE, promuovendo definitivamente il ceto imprenditoriale italiano (talvolta ho l’impressione, il peggiore del mondo) a ‘controllare’ (non governare, non ne è capace) il Paese e la sua economia in ‘nero’.
Se dovesse scegliere la prima alternativa lo vedremo presto, sia con la riforma del fisco, sia con l’evidente decisione (forse dolorosa) di non ‘correre’ per il Quirinale.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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