domenica, Giugno 13

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Seguiamo, com’è ovvio con grande interesse, gli sviluppi di quello che, se confermata nei fatti, può essere il reale inizio di una rivoluzione italiana. Gli obiettivi del premier Matteo Renzi sono talmente ambiziosi che l’abitudine a concepire lo Stato italiano come un’entità immobile, conservatrice anche (forse soprattutto) nelle forze che da sempre dovrebbero rappresentarne le spinte propulsive, il motore dell’innovazione e del cambiamento in senso progressista, ha creato nel popolo un’abulia, uno scetticismo difficile da scardinare e anche solo da stigmatizzare.

Riforma dell’architettura istituzionale. Creazione dei presupposti per una moralizzazione che riguardi tutti i settori della vita pubblica (a cominciare dalla politica stessa),  tramite un ricambio e uno svecchiamento radicale di individualità finora inamovibili dalle stanze dei bottoni. Riduzione degli sprechi e dei costi dell’apparato pubblico con conseguente alleggerimento sostanziale del mostro burocratico. Modernizzazione dei rapporti tra industria e mondo del lavoro.

Ecco i cardini delle riforme nel mirino del Governo, il tutto in tempi brevi e in sintonia con le esigenze irrinunciabili di una collocazione dell’Italia nella posizione che le deve competere, per peso intrinseco, storico e geografico nello scacchiere europeo.

La battaglia che si preannuncia più cruenta è, verosimilmente, quella sulla riscrittura dei parametri decisivi per una più moderna visione del mercato del lavoro, alla base degli investimenti necessari come l’acqua nel deserto per una ripresa dell’economia, i cui snodi principali sono l’avvio di grandi opere e l’attrazione di investimenti stranieri nel nostro paese.

A questo proposito, un segnale secondo me al contempo incoraggiante e preoccupante è la presa di posizione dei responsabili delle due icone di settore, Confindustria e Sindacato.

Per motivi opposti queste due componenti, incarnate nel Presidente Giorgio Squinzi e nel Segretario CGIL Susanna  Camusso puntano i piedi, in difesa di interessi contrapposti ma in realtà coincidenti nel quadro più ampio del tentativo di un rilancio drastico a livello nazionale.

L’aspetto positivo è che la battaglia che si profila costituisce la riprova più efficace della bontà della linea guida governativa in questo tema cruciale, visto che il ruolo dello Stato è da sempre quello di mediare tra le istanze di questi due elementi vitali per la Nazione intera. E il compito, arduo, del Governo Renzi  sarà quello di modulare con grande attenzione e sapienza risorse disponibili e proposte nuove, per arrivare a un patto, un accordo davvero solido tra le due componenti essenziali della produttività italiana.

Preoccupa invece la resistenza dei due leader a comprendere che solo da una trattativa responsabile inizia il sentiero nazionale verso l’agognata ripresa economica. Non resta che sperare che la contesa sia il normale, consueto gioco delle parti e che la consapevolezza della posta in gioco, cruciale per l’ottenimento di un risultato storico, prevalga.

Quello che invece sembra non aver inquadrato affatto la situazione in atto è l’Amministratore Delegato del gruppo FS Mauro Moretti,  oppostosi fieramente all’annunciato tetto retributivo dei manager pubblici (una questione etica prima che economica visto il rapporto assolutamente fuori scala tra il guadagno dei top manager con denaro pubblico e la massa dei dipendenti), lamentando l’esiguità (850.000 euro annuali) del suo stipendio, in relazione, dice lui, alle cifre erogate ai suoi pari a livello europeo. Oltre al clamoroso errore tattico e mediatico di Moretti, c’è da rilevare l’assoluta incongruità di una presa di posizione a favore di una categoria distintasi negli ultimi decenni per un livello di incompetenza e di fallimenti in serie, incassati dai ben noti e sgangherati carrozzoni nazionali chiamati Enel, Alitalia, Inps e via discorrendo, pari solo all’entità delle liquidazioni ricevute per sgomberare i relativi campi d’azione e al legame di costoro con i rispettivi referenti e sponsor  politici, il tutto a rischio personale zero. 

Si accettano scommesse: chi non è disposto a puntare cento euro su una pronta marcia indietro del prode Moretti dopo il secco invito del Ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi a cercarsi un’occupazione più soddisfacente sul mercato estero? 

 

  

 

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