venerdì, Maggio 7

Fiscalità comune europea, un passo in avanti

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Per il futuro dell’Europa, in relazione alle recenti affermazioni della Merkel su una Unione a due velocità, molto si è dibattuto. Ma molto di quello che si afferma in merito a ciò va contestualizzato e compreso entro uno specifico settore disciplinare. Per esempio, in ambito economico, l’Europa a due velocità può essere esaminata sotto l’aspetto fiscale: molti economisti infatti, tra cui la prof.ssa Paola Subacchi, docente di Economia internazionale con un occhio particolare all’Europa nel contesto globale, sostengono che una fiscalità comune possa generare effetti positivi. Vediamo come. 

Dal punto di vista fiscale, l’Europa è a due o più velocità? E ce ne fa il quadro?

I problemi attuali sono dovuti al fatto che non abbiamo una politica fiscale comune, da intendere anche come politica di trasferimenti fiscali. C’è oggi un gruppo di Paesi che si integra più degli altri, perché ha la moneta unica e porta quindi avanti un percorso determinato da ciò. L’Europa a due velocità è quantomeno quella a due livelli di integrazione; ci sono due cerchi concentrici: la zona euro, più integrata perché con la stessa moneta, ci sono poi quelli che ancora non sono entrati nell’euro e vi è infine l’eccezione inglese, che ha deciso l’opt out e quindi non dovrà mai entrare nell’unione monetaria.

La politica fiscale comune: è un’ipotesi o un passo obbligato?

È un’ipotesi ottimale che è già sostanzialmente in corso: possiamo vedere i vari Paesi che entrano in questa Europa a due velocità, che ha nella leva fiscale uno strumento importante per integrarsi di più e colmare gli squilibri esistenti.

Come immagina l’Europa a due velocità in termini fiscali?

Oggi, i Paesi che hanno maggior necessità di integrazione dal punto di vista fiscale sono quelli che vengono lasciati fuori e quindi l’obiettivo dell’unione monetaria è quello di integrarsi di più, con tutti i problemi che ciò comporta dal punto di vista politico. Più problematico, come afferma la Merkel, muoversi anche dal punto di vista istituzionale a due velocità, perché non si sa bene cosa significhi e comunque ritengo che non sia la soluzione al problema che vi è oggi in Europa, un problema di aggiustamenti.

È corretto pensare a un’Europa a due velocità in termini prevalentemente economici?

Quello a cui si riferisce la Merkel, cioè una Europa a due velocità all’interno dell’area euro è un’ipotesi assolutamente folle, perché è impossibile pensare ciò in termini economici. La Germania vuole così mascherare i suoi problemi, legati ad una estrema competitività rispetto agli altri Paesi dell’area euro. Ma non capisco come si possa fare un’Europa a due velocità in questi termini.

La politica fiscale comune può essere un volano per il rilancio dell’Europa sociale?

Assolutamente sì: oggi, sono molto più fiduciosa nella possibilità di rilanciare il progetto europeo rispetto all’anno scorso o a due anni fa. Credo che l’esperienza di Brexit e di forze che vogliono spezzare l’Europa insegni qualcosa. In un’ottica come quella nazionalistica, protezionistica e autoritaria di Trump non è concepibile che la Germania possa essere parte di un sistema di governance. A suo modo di vedere, la Germania in Europa dovrebbe schiacciare tutti gli altri. Insomma, molte forze vorrebbero vedere l’Europa sconfitta, invece l’Europa è un grande esperimento di democrazia, di valori sociali; ce ne si sta rendendo conto in Gran Bretagna. L’Europa è un processo dinamico – un processo e un progetto – per cui, una via d’uscita di troverà. Del resto, l’Europa è stata sempre molto attenta al sociale e alle regole, che spesso molti inglesi non amano, tra i liberisti. Ma da qui a buttare via questo grande esperimento di democrazia, ce ne vuole; c’è ancora spazio per modificare qualcosa.

Come si concilia una politica fiscale europea con i nazionalismi attuali?

Le soluzioni ci sono ma sono politicamente molto difficili. Sarebbe opportuno che la Germania avviasse un suo programma di spesa pubblica, per rilanciare la domanda interna e avviare una politica fiscale espansiva che aiuterebbe anche il resto dell’Europa, così come fece la Cina di fronte alle critiche statunitensi, dieci anni fa, di un eccessivo avanzo commerciale, anche se non al livello della Germania di oggi: la Cina diminuì la crescita rilanciando la domanda interna. La Germania, così facendo, puntando inoltre sugli investimenti piuttosto che sulle esportazioni, ridurrebbe il suo avanzo commerciale: spenderebbe di più, importerebbe di più, alzerebbe il livello dei prezzi, dando più fiato in termini di competitività anche agli altri Paesi europei, perché il commercio intra euro è una componente molto importante dell’economia europea. Poi ci sono le esportazioni verso i Paesi terzi, dove la Germania fa molto bene sia perché i prodotti tedeschi sono competitivi, sia perché oggi il valore dell’euro è più basso che in passato. Questo si verifica per via di un differente approccio tra Bce e Fed; la seconda sta alzando i tassi d’interesse, la prima mantiene tassi molto bassi, in alcuni casi negativi: questo ha un effetto sulle valute.

Quale ricetta si può applicare in mancanza di un sistema di contrappesi possibile un tempo con le monete nazionali, attraverso la svalutazione, ma oggi non più applicabile?

C’è un problema di asimmetria in merito, ma la svalutazione della moneta è una pessima politica seguita in Italia, quella che vorrebbe fare Trump. Forse si poteva fare quarant’anni fa, in assenza di una politica industriale di lungo periodo e lungimirante. Oggi abbiamo catene del valore globali, quindi la svalutazione della moneta non può avere la stessa forza. Lo vediamo oggi del resto: la sterlina si è deprezzata rispetto al dollaro a seguito del referendum sulla Brexit, molti hanno pensato che sia un bene perché ciò favorirà le esportazioni inglesi, ma non è detto! Questo perché le esportazioni inglesi contengono molta importazione da paesi terzi, proprio perché siamo molto più integrati di quarant’anni fa e la svalutazione della moneta nazionale può tradursi in un semplice meccanismo di inflazione interna, senza un aumento di competitività sui mercati internazionali. L’Italia, poi, ha aziende altamente competitive  e altre non. Quando si è entrati nell’euro, in Italia non si è capito che per poter mantenere un sistema di tassi fissi, bisognava optare per una politica economica lungimirante. Ciò non venne fatto e l’Italia si è trovata spezzata: la svalutazione quindi non avrebbe effetti positivi su una moneta debole. La svalutazione non aiuta il sociale, piuttosto può essere d’aiuto un’Europa simmetrica, in cui si riducano gli squilibri sia dal punto di vista degli disavanzi ma anche degli avanzi commerciali. Va bene che la Spagna chiuda e cerchi di migliorare il suo disavanzo, ma così la Germania deve ridurre il suo avanzo, per non affamare il proprio vicino. Questa è un’Europa sociale, perché così l’aggiustamento avviene o sui salari, che è meglio non toccare per non creare tensioni, oppure si crea disoccupazione. Bisogna ripensare tutto il modello dell’economia europea, a mio avviso anche in termini fiscali, che deve essere comune.

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