martedì, Agosto 3

Firenze: tesori etruschi e ateniesi In Mostra al Museo Archeologico la collezione del conte Napoleone Passerini, il più enciclopedico agronomo che operò a cavallo tra Ottocento e Novecento – Una figura straordinaria dai molteplici interessi scientifici in campo agricolo, chimico, enologico, botanico, cui si deve anche la sperimentazione della razza ‘chianina‘

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Dalla riapertura, nel giugno scorso, ad oggi, i nostri musei hanno ripreso la loro programmazione, proponendo nuove iniziative e nuove Mostre, spesso di particolare interesse, come nel caso del Museo Archeologico di Firenze, il più importante insieme a quello di Torino, che ha inaugurato proprio il 29 ottobre scorso una mostra  dedicata ai ‘Tesori delle terre d’Etruria’: quella di un collezionista straordinario, il conte Napoleone Passerini, considerato dall’Accademia dei Georgofili ‘il più enciclopedico agronomo’ che ha operato fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una collezione ricostruita e portata alla luce dopo 150 anni.  I tanti reperti esposti ci mostrano infatti la vita di una intera comunità etrusca vissuta nella Val di Chiana, da sempre cerniera fra i territori di Chiusi, Siena e Arezzo,  tra VII e I secolo a.C.

Nascosto per 150 anni perché   in larga parte conservato  nei magazzini del Museo e in parte  consegnato da una generosa donatrice  fiorentina nel 2016 al Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze,  questo tesoro ora può essere apprezzato nella sua quasi  totale integrità, consentendo ai visitatori un tuffo  in un  passato  assai remoto, per usare un termine di moda in questi  giorni tristi,  ma al quale la nostra vicenda umana è più legata di   quanto  comunemente non si immagini. Sono 293 i  reperti archeologici, prevalentemente etruschi,  conservati in ottimo stato  ed esposti  al pubblico, comprendenti anche le 82 pregiate antichità prevalentemente etrusche e greche, consegnate dalla generosa donatrice.

Prima di gettare un rapido sguardo  su questo mondo antico ritrovato, occorre sapere che la caratteristica principale della  Mostra è quella di spalancare una finestra sugli usi e costumi di vita di una intera comunità etrusca.  

A differenza della stragrande maggioranza delle collezioni private del nostro Paese, quella di Napoleone Passerini riveste un’importanza particolare in quanto non fu il risultato di acquisti casuali dal mercato antiquario o di raccolte incontrollate, ma è tutta proveniente da un preciso e ben definito contesto territoriale e culturale, quello della Val di Chiana, in una data epoca storica (principalmente fra l’Orientalizzante e l’Ellenismo), e relativamente a un dato gruppo di Etruschi, quelli che gravitavano intorno al centro politicamente egemone di Chiusi, l’antica Camars di Livio oppure la Clevsie  o Clevsin, nome documentato dalle moderne scoperte archeologiche. E forse occorre anche conoscere qualcosa dello  straordinariocollezionista per meglio comprendere un’epoca storica, fatta di grande passione per la ricerca, le scoperte scientifiche, lo studio “ sul campo” delle   antiche civiltà, dai tanti Indiana Jones del tempo.Uno di questi è stato, fin da ragazzo, il conte  Napoleone Passerini, il quale non aveva bisogno di recarsi a scavare in terre lontane, poiché i reperti del passato li aveva sotto i piedi,  nei territori costituiti dai vasti possedimenti   della  sua famiglia, che tra i suoi avi annovera il cardinale Silvio Passerini da Cortona, amico fraterno di Giovanni de’ Medici, divenuto papa Leone  x, e che fu il primo ad accumulare ricchezze e territori.  

Della passione del prof. Napoleone per le scienze ne parlano Daniele Vergari e Sara Passerini. Nato a Firenze il 23 marzo del 1862, morto a Scandicci l’11 maggio 1951,  nel corso della sua vita si dedicò a varie discipline scientifiche tanto da fornire interessanti contributi di chimica del suolo, agronomia, viticoltura, olivicoltura, enologia e meteorologia. Nelle sue fattorie coltivò il tabacco ( introducendo  la varietà Kentucky per il sigaro toscano), promosse la selezione della razza “chianina”, contribuì alla fondazione e alla conduzione dell’Istituto agrario di Scandicci e alla nascita di un museo di storia naturale: “con uno spirito sospeso tra la visione intelligente del futuro e un filantropismo tipicamente toscano Passerini animò la vita dell’istituzione da lui fondata.” Il suo obbiettivo era quello – così scriveva lui stesso – di trasformare l’antico Fattore, spesso ignorante, talora perfino analfabeta, sempre testardo e avviluppato nei dogmi dell’empirismo, in un tecnico colto nelle discipline agrarie.” L’Istituto da lui fondato diventò un centro per la sperimentazione, soprattutto per il grano. Il suo istituto fornì generazioni di agenti e fattori alle aziende agricole. Il suo valore di scienziato e docente ( all’IstitutoSuperiore Agrario e all’Università di Pisa), gli valse il riconoscimento di varie accademie e società:vicepresidente dei Georgofili, (1907-1911)presidente della Società Botanica Italiana, (1921-1946), Senatore del Regno (1910). Fra i suoi  meriti, c’è anche quello di “essere stato  uno dei pochi professori fiorentini a non aderire al Fascismo”. Se questa è stata la sua vita di studioso e di uomo amante della natura e delle scienze, non va dimenticata l’altra sua grande passione: l’archeologia.

Fin dall’adolescenza si dedicò alla raccolta di reperti archeologici con scavi effettuati nei suoi vasti possedimenti di Bettolle e di altre località del territorio comunale di Sinalunga, dove i suoi contadini avevano scoperto una trentina di tombe etrusche con splendidi corredi. A questo primo nucleo si aggiunsero pregevolissimi reperti, bellissimi vasi attici e bronzi etruschi che Napoleone acquistò da alcuni scavatori che intorno al 1879 portarono alla luce una grande necropoli con almeno 60 tombe, anche a camera, sulla collina davanti alla chiesa di San Francesco, a Foiano della Chiana.

Appena diciassettenne, il Conte aveva suddiviso la propria collezione in due nuclei principali, uno nella sua Villa di Bettolle e uno in quella detta “Le Rondini”, a Scandicci Alto, ma già nel 1890 aveva venduto al Regio Museo Archeologico di Firenze un gruppo di pregiate oreficerie etrusche (diciotto orecchini e pendenti) e probabilmente anche altro. Una passione autentica che seguiva con scrupolo e metodo rigorosi.  A tal riguardo, il pronipote Alessandro Tramagli ricorda che: “ durante le lezioni pratiche in campo aperto nelle fattorie di Scandicci, Bettolle, Manzano e Treggiaia accadeva che spesso l’aratro trainato dai buoi si bloccasse di colpo, scontrandosi con una massa sotterranea;  il  Passerini aveva allertato con molta veemenza gli allievi e le maestranze che, qualora fosse accaduto, avrebbero dovuto fermarsi immediatamente e avvisarlo senza esitare. E’ stato in questo modo che Napoleone Passerini ha potuto avviare i suoi  recuperi di numerosi e importanti reperti antichi nei terreni di sua proprietà.” Il pronipote sottolinea inoltre la passione dell’illustre antenato per la caccia  la pesca e la musica (“suonava il pianoforte magnificamente grazie all’orecchio assoluto, senza aver mai studiato musica”).

E dopo questi straordinari racconti della figura di Napoleone Passerini, diamo un’occhiata al tesoro che il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ha raccolto, conservato e riunificato e che ora presenta al pubblico.  

Il nucleo di Bettolle rimase in quella Villa fin oltre la morte del conte Napoleone (1951) e dopo i vari passaggi ereditari. Nel 1999 fu riconosciuto di eccezionale interesse storico-artistico tanto che, nel 2006, su proposta di Mario Iozzo, allora funzionario della Soprintendenza e direttore del Museo Archeologico di Chiusi, fu acquistato dallo Stato e depositato nei magazzini dello stesso museo. Il nucleo di Scandicci, invece, subì una sorte differente. Pur riconosciuto di eccezionale interesse già nel 1910, passate le due guerre mondiali, la morte del titolare, la vendita della villa “Le Rondini” e altre varie vicende, se ne perdette totalmente notizia.

Inaspettatamente, il 15 dicembre 2016 – ricorda lo stesso Iozzo, attuale Direttore del Museo Archeologico di Firenze una generosa donatrice fiorentina contattò il Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze per consegnare un nucleo di 82 importanti e pregiate antichità prevalentemente etrusche e greche (e una spathalongobarda), appartenuti a Napoleone Passerini e a lei arrivate per via ereditaria.  La raccolta era proprio quella sottoposta a vincolo nel 1910 e da allora ritenuta perduta. “E ora eccola qui esposta in buono stato di conservazione: si tratta di  293 reperti, fra i quali spiccano vasi ateniesi di grande qualità, alcuni con iconografie rarissime, e uno dei più antichi e più importanti vasi etruschi dell’intera produzione a figure rosse, un grande vaso per mescolare l’acqua e il vino utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus, il territorio dell’antica Chiusi, altri con figure nere, vasi di bucchero, suppellettili di tipo funerario e di uso domestico e personale, vasi da dispensa e da commercio, orci da miele e vasi per derrate solide e liquide, molti dei quali con iscrizioni che contribuiscono in modo sostanziale ad accrescere le conoscenze sul lessico della lingua etrusca, orecchini, anellini dai quali si capisce di quale dimensione esile potessero essere le donne di quel periodo….”

A questo si affiancano 18 ricordi e cimeli di Napoleone Passerini, tra cui persino la sua pipa personale, gentilmente concessi in prestito dai pronipoti. Grandi pannelli iconografici presentano le immagini, con i relativi riferimenti, dei capolavori che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciarono la collezione e raggiunsero il Metropolitan Museum of Art di New York, l’allora Walters Art Gallery di Baltimora, il Museum of Fine Arts di Boston, il Bible Lands Museum di Gerusalemme, la collezione Silver di Los Angeles, inclusi alcuni pregevoli vasi che molto probabilmente transitarono dalla collezione Passerini prima di finire all’estero, fornendo così un quadro completo dell’insieme degli oggetti raccolti dal Passerini. Il catalogo scientifico è a cura di Mario Iozzo e Maria Rosaria Luberto ed è edito da Sillabe (Livorno). Comprende non soltanto le schede approfondite di ogni singolo reperto, ma anche saggi nei quali viene ricostruita l’intricata filiera delle vicende degli scavi e della formazione della collezione che ne derivò, ma anche la dispersione dei capolavori all’estero e, non ultime, le trame familiari attraverso le quali la raccolta è arrivata a noi.

Per concludere alcune riflessioni: la Mostra  rende possibile la fruizione – afferma Maria Rosaria Liberto, curatrice insieme ad Iozzo della stessa,  coordinatore Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei della Toscana – di un prezioso  patrimonio al di fiori della programmazione museale, messo su negli anni  da un grande ed appassionato collezionista  che è giusto e doveroso far conoscere al  pubblico; ci ricorda  il contributo che questa collezione fornisce alla storia dell’archeologia italiana (ed etrusca in particolare) durante la felice stagione archeologica del Regno sabaudo d’Italia, periodo d’oro per i musei etruschi – che furono allora fondati ex novo, incrementati o arricchiti – e del quale la storia della collezione Passerini offre uno spaccato indubbiamente significativo. Infine, gli oggetti esposti,  non dissimili da molti utensili d’uso quotidiano anche oggi, ci parlano ancora oggi, e ci ricordano che  siamo il prodotto di uno scambio e di un impasto di culture etnie costumi  e caratteri diversi, una sorta di meticciato umano sociale e culturale, di cui raramente teniamo memoria.   Un tempo la cultura italiana  definiva i “ greci nostri contemporanei”, potremmo aggiungere anche gli etruschi. La Mostra  resterà aperta fino al 30 giugno 2021.

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