lunedì, Aprile 19

Firenze: ripensare la città in crisi per il Covid-19 Dopo la riapertura di Boboli, il direttore Schmidt va oltre l’idea di un Uffizi 2 e propone un museo diffuso nelle periferie e nel territorio, appello di ‘Firenze Popolare‘ per un futuro sostenibile non monoturistico

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I due mesi e passa di clausura forzata hanno stimolato qualche saggia riflessione, sia tra i cittadini che nelle forze politiche e istituzionali direttamente responsabili della cosa pubblica, su come ripartire o come costruire il ‘dopo pandemia’? Sembrerebbe di sì’, a giudicare dalle varie proposte emerse in queste ultime ore, almeno in una delle Capitali culturali del   mondo, come Firenze, e dalle prime mosse che alcune grandi istituzioni artistico-culturali vanno compiendo.

Certo, non mancano   segnali di segno opposto, come le movidas di questo week end  S.Spirito a Firenze, piazza Arnaldo a Brescia, i Navigli a Milano, Ponte Milvio a Roma, le vie del centro a Napoli e così via tant’è che Sindaci hanno chiesto nuovi addetti alla vigilanza ( li chiamano ‘assistenti civici’) ed alla dissuasione. Ma, mi fa notare una giovane presente ai tradizionali drink della sera, ciò non significa che scelte innovative non possano trovare consensi anche nel mondo giovanile, desideroso solo di ritrovare la socialità negata e compressa per così lungo tempo e riappropriarsi dei propri spazi, sia pure in maniera trasgressiva e scarsamente  responsabile.  

Bene, veniamo ai fatti. Il primo segnale positivo è senz’altro la riapertura al pubblico e con accesso gratuito solo ai residentialmeno fino al 3 giugno – dello storico Giardino di Boboli, in vista della riapertura a tutti: 2.128 i visitatori (picco domenica  869 presenze)  nel primo week end, distribuiti in un parco di 45 mila metri quadrati, caratterizzato da vialetti delimitati da siepi, strutture scenografiche, fontane, sculture, un giardino all’italiana, rapidamente imitato ed esportato in molte corti europee. In buona sostanza un vero e proprio museo all’aperto, popolato di statue antiche, rinascimentali e barocche – con qualche esemplare del Novecento – disseminato di fontane spettacolari come quella del Nettuno e dell’Oceano, meravigliose grotte artificiali, prima fra tutte quella del Buontalenti, insomma una meraviglia  restituita – sottolinea compiaciuto il  direttore  Eike Schmidt:al turismo di prossimità. E siccome c’è tanto desiderio di tornare a riappropriarci delle nostre bellezze, giovedì prossimo apriamo di nuovo Palazzo Pitti.

Per gli Uffizi, invece, c’ è ancora qualche giorno d’attesa: il 3 giugno. Turismo di prossimità lo chiama per dire che è rivolto innanzitutto ai residenti, stimolati a  riavvicinarsi ai loro monumenti, alle piazze, ai musei, all’immenso patrimonio storico-artistico sedimentato nei secoli: In questi primi giorni dopo la riapertura del Giardino di Boboli abbiamo ospitato oltre duemila e cento visitatori, dei quali circa 700 – dunque un terzo – residenti fiorentini, e due terzi provenienti da tutta la Toscana: questo dimostra che il doppio obiettivo di ricollegare i cittadini con la propria storia, con i propri tesori, e di favorire il turismo di prossimità, funziona pienamente – commenta il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidtla ripresa si manifesta anche con il grande desiderio di riappropriarci delle bellezze naturali e artistiche che il nostro territorio offre a piene mani. Le Gallerie degli Uffizi rispondono con entusiasmo a questa necessità: la prossima tappa delle nostre riaperture sarà giovedì 28 maggio, con la riapertura di Palazzo Pitti e l’inaugurazione della mostra sulla grande pittrice del Seicento Giovanna Garzoni“.

Per quanto riguarda gli Uffizi, dalle parole di Schmidt si capisce che l’esperienza  condotta anche on line (con visite guidate e lezioni di storia di alcuni capolavori) è risultata utile non solo per tener viva l’attenzione su una delle più importanti Gallerie del mondo (e i contatti sono stati  di eccezionale grandezza), ma anche per prefigurare  d’ora in avanti, una diversa fruibilità, considerando che finché permane l’allarme  pandemico, anche con il ritorno dei  turisti, i visitatori non potranno essere più di 450 al giorno, meno della metà di quanti ne poteva ospitare prima. Insomma, non si avranno gli oltre 10 milioni di turisti l’anno, il che se può danneggiare alcune  categorie, è visto con favore da molti altri.

Che il problema di una riorganizzazione del sistema museale sia considerato un tema caldo e urgente, appare  chiaro dalla proposta lanciata dal Sovrintendente ai  beni archeologici e al Paesaggio della città metropolitana di Firenze e delle provincie di Pistoia e Prato, Andrea Pessina, per la creazione di una sorta di Uffizi 2, lontano dal centro, in modo da avere un altro polo d’attrazione museale di alto livello, con l’esposizione di quadri e sculture raccolte nei depositi. “D’accordissimo“ con la proposta di una distribuzione sul territorio del patrimonio museale d’eccellenza, ma contrario ad un unico megamuseo, magari a firma di un archistar, sull’esempio del Louvre-Lens. La mia idea è quella di una distribuzione museale policentrica, nelle periferie cittadine e nel territorio così da poter riqualificare culturalmente   quelle aree urbane e a cittadine limitrofe legate al territorio da un forte pendolarismo. Tutto ciò partendo dalle infrastrutture esistenti.  

L’idea di un Museo diffuso non è nuova.  Ci aveva già pensato l’ex direttore degli Uffizi Antonio Natali, quando s’inventò ‘la città degli Uffizi’, ovvero un progetto che prevedeva la ricollocazione temporanea di alcune opere nei luoghi della Toscana per i quali erano state commissionate ( Chiese, pievi, monasteri, Palazzi), già iniziato e poi interrotto. Il dibattito è aperto, e registra  posizioni  critiche e di aperto dissenso, come quella di Sergio Risaliti, Direttore del Museo del ‘900  (“Siamo sicuri che museare le periferie sia la soluzione? La città è già un museo diffuso con tanti musei, chiese, oratori, chiostri, meglio portare  i turisti a visitare questi luoghi”) . Altri ritengono che si dovrebbero distribuire i capolavori nei vari quartieri. Sempre a livello istituzionale, al tema del decentramento museale, si affianca quello del recupero del centro-storico al ritorno di una presenza popolare, fatta di nuclei abitativi, artigianali,  artistiche e di piccolo commercio,  presenza allontanata negli anni dall’espulsione dei ceti popolari (che resistono, a fatica, in alcune aree, come S.Croce) e dall’ingresso massiccio  di società immobiliari che hanno ristrutturato appartamenti trasformandoli in mono e bilocali da locare per pochi giorni. Facilitare questo recupero a funzioni  non monoturistiche delle aree centrali è un tema che si è posta anche l’Amministrazione  Comunale. Un appello per dare un futuro alla città di Firenze era stato lanciato da ‘Firenze Popolare’ da un gruppo  di donne, uomini legati alla città da ragioni di vita, studio, lavoro e affetto, e che ha raccolto oltre 200 adesioni, tra cui quella del segretario regionale della CGIL Toscana, Maurizio Brotinie di altre figure rappresentative. “Firenze è di tutti” – vi si afferma – “ma negli anni passati è stata consumata per la ricchezza di pochi. Soffocata per overtourism, ora è in ginocchio. Il virus Covid-19 ha mandato in crisi un modello che di fronte all’emergenza ha mostrato tutta la sua debolezza. Un futuro più sicuro non può avvenire sulla restaurazione del recente passato, e sulla mercificazione di ogni residuo spazio sociale. L’appello chiede che siano concentrati gli sforzi su investimenti prioritari in ricerca, sanità, cultura e formazione, manifattura, artigianato difesa e recupero del territorio e dell’ambiente.”  

Come si vede, le proposte sono sul tappeto, e attendono di potersi confrontare in tutte le sedi possibili, Consiglio comunale e città metropolitana compresi, affinché la  discussione non sia soltanto accademica o una pura formalità.  

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