mercoledì, Agosto 4

Firenze: restaurato il ‘bel San Giovanni’ tanto amato da Dante Una luminosità nuova dopo gli interventi su quattro delle otto pareti di marmo bianco e verde di Prato. Recuperati i mosaici trecenteschi. Lo stretto legame tra il Sommo poeta e il tempio nelle parole degli studiosi, alle prese con vari enigmi. Come Dante riuscì a salvare la vita ad un bambino dal fonte battesimale. Anche il Concilio Vaticano II rese omaggio al poeta

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Non appena  varcata  la soglia d’ingresso del Battistero di Firenze, rivolto lo sguardo alle pareti non c’è visitatore, come preso da incantamento, che riesca a trattenere un moto di stupore per lo spettacolo che gli si presenta davanti agli occhi: ‘Oh, che meraviglia! Che luce fantastica e che splendore’. Sono queste le espressioni più ascoltate in questi pochi giorni che ci separano dalla riapertura di uno dei più importanti e simbolici edifici dell’architettura e della Chiesa, avvenuta il 3 luglio scorso, dopo otto mesi di chiusura al pubblico per il Covid.  Mesi durante i quali  sono stati portati avanti i lavori di restauro di quattro delle otto pareti  interne in marmo bianco e verde di Prato, che danno a tutto l’ambiente una luminosità inimmaginabile e il restauro dei mosaici del tamburo che raffigurano profeti, santi vescovi e cherubini,   realizzati nei primi due decenni del  ‘300….

Con questi restauri, che seguono quelli già avvenuti nel corso degli ultimi anni all’esterno  dell’edificio, siamo a metà dei lavorici dice Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera con delega ai settori architettonici  – “che contiamo di concludere entro il 2021-2022. ” E aggiunge:  “Sebbene siano venuti a mancare gli introiti  dei visitatori per il lungo periodo di chiusura del complesso, l’Opera ha voluto portare avanti i delicati e complessi restauri sì da  offrire alla riapertura  una visione di eccezionale bellezza e suggestione, con un investimento  complessivo di  circa 2 milioni di euro.”  

Già ora  l’impatto, come si è visto dalle reazioni dei visitatori, è forte e suggestivo.  E lo sarà ancora  di più  quando sarà completato il restauro delle altre quattro pareti, attualmente coperte dalle impalcature, dell’abside e quando sarà completata la manutenzione dell’antico pavimento quindi, a conclusione di questo ciclo di interventi.  

Mi chiedo – e giro la domanda ad Annamaria Giusti, consulente artistico per il restauro dei mosaici:  è questo lo scenario che incantò anche Dante, che con il ‘bel Sangiovanni’ come lo definisce, ha sempre avuto un rapporto speciale? “Lo scenario è questo, ancora più maestoso quello che lui vide poiché i mosaici della Cupola erano ancora visibili nel loro splendore, mentre  quelli oggetto del presente restauro non  li poté ammirare….  In quanto realizzati  nei primi due decenni del Trecento, quando Dante si trovava in esilio.

Già, il Sommo poeta aveva lasciato Firenze nel 1301, per una missione disperata a Roma, presso papa Bonifacio VIII, che aveva mandato Carlo di Valois a sostenere il colpo di stato dei  Guelfi Neri  contro i Guelfi Bianchi, fazione che il poeta-priore rappresentava. Da allora non vi fece più ritorno.

Poté  però ammirare i grandi mosaici della Cupola, realizzati nella seconda metà del Duecento da valenti artisti veneziani e fiorentini, quando lui frequentava il Battistero. Fu  una bella sfida quella  degli artisti fiorentini  –  prosegue la dott.ssa Giusti– “di misurarsi con i veneziani  padroni e maestri  della  tecnica del mosaico. Una sfida svolta con successo, tant’è che il bellissimo mosaico bizantineggiante della Cupola, con al centro un maestoso Cristo Giudice e ai piedi una visione dell’inferno che molto probabilmente fu fonte di ispirazione per il capolavoro dantesco, ci colpisce ancora.”  

Qualcuno la giudicò ‘una sfida audace’, per una città che già si segnalava per la sua perizia nella pittura e nell’affresco, ma che mancava di esperienza in una tecnica complessa come quella del mosaico, prediletta nei battisteri paleocristiani dei quali il Battistero fiorentino voleva apparire degno erede. Fatto sta che a fine Duecento,  gli oltre mille metri quadrati della cupola si erano ammantati della scintillante veste musiva, con   ai lati della grandiosa scena del Giudizio finale, le Storie della Genesi, di Giuseppe ebreo, di Cristo e del Battista. Più generazioni di artisti si cimentarono in quella difficile prova, fra i quali Cimabue e Coppo di Marcovaldo, colui cheavrebbe realizzato il visionario Giudizio finale, databile tra il 1260-70,  che ispirò Dante.

Si sa che Dante considerava il Battistero un luogo-simbolo, citato più volte nella Divina Commedia, laddove parla di Firenze come ‘ovile di San Giovanni’, dove fu battezzato e in cui sperava un giorno di tornare accolto con tutti gli onori….

Il Battistero al tempo dell’Alighieri era già un luogo simbolo? “Sì, luogo-simbolo della Firenze civile e religiosa. Eretto come tempio cristiano intorno alla metà dell’XI secolo, in stile romanico con pianta ottagonale e interamente rivestito di marmi bianchi e verdi, il Tempio fu dedicato al Santo patrono di Firenze. La potente Arte di Calimala sostenne ingenti spese per la sua edificazione”.  “ E fin da subito – precisa Anna Maria Giusti – “divenne luogo civico e religioso, vi si tenevano assemblee popolari, si celebravano vittorie militari e cerimonie varie, era luogo d’investitura di cavalieri e poeti e dove vi si battezzavano i neonati, tra cui lo stesso Dante Alighieri”. Se incerta è la data di nascita del Sommo Poeta,  forse nel maggio del 1265, certa è invece quella del suo battesimo avvenuto il 26 marzo del 1266.

Molti gli enigmi e gli aneddoti che accompagnano la vita di questo tempio,  alla cui base architetti del passato hanno ritenuto vi fosse un tempio romano dedicato a Marte ( sì che il passaggio dal simbolo della guerra al Dio della pace  assumesse un forte significato), altri studiosi negano invece questa origine.  Altro enigma è quello legato all’inizio dei lavori di edificazione: un’epigrafe riporta la data del 1113,  in un’altra, quale inizio del lavoro dei mosaicisti,  viene indicata  la data del 1225,  per mano di un certo Iacopo ‘frater sancti francisci’. Il Vasari ritenne che l’iscrizione alludesse a  Iacopo Torriti, celebre pittore e musaicista attivo ad Assisi e a Roma  mezzo secolo dopo. Oggi si ritiene che il riferimento a Francesco, sia successivo alla data indicata, poiché fu dichiarato santo tre anni dopo, nel 1228. L’enigma appare ancora irrisolto. E’ quasi certo invece un episodio di cui è stato protagonista lo stesso Dante Alighieri.  

Pare che durante il periodo in cui fu Priore (uno dei capi del Comune, dal 15 giugno al 15 agosto del 1300, ndr), Dante riuscì a salvare un bambino, rimasto intrappolato in uno dei bacili  del fonte battesimale attraverso i quali venivano  introdotti  nell’acqua i piccoli. Quel bimbo rischiò di morire soffocato e, fra gli altri presenti, Dante ebbe la prontezza di intervenire immediatamente, spaccando un pezzo di marmo o pietra del fonte battesimale,  tirando cofuori il bambino da quel foro. Sano  e salvo. L’episodio è richiamato dallo stesso Dante nel XIV canto dell’Inferno…” Non mi parean (i fori) men ampi né maggiori che que’ che son nel mio bel San Giovanni, fatti per loco d’i battezzatori.”

Il richiamo a quel salvataggio, torna alla mente del poeta quando, nel suo viaggio nel regno dei morti, vede i Simoniaci, colpevoli di aver venduto cariche ecclesiastiche a parenti e amici, scontare la loro pena con la testa conficcata in delle strette  buche,  come quelle, appunto, attraverso le quali venivano introdotti i bambini nel fonte battesimale fiorentino. Quel fonte battesimale, di forma ottagonale,  non c’è più da tempo,  rimosso da Bernardo Buontalenti  nel 1576, in occasione del battesimo di Filippo, primogenito di Francesco I de Medici  e di Giovanna d’Austria, che richiedeva spazio e teatralità.  Così  il grande fonte medievale sparì e di esso rimase solo un disegno dello stesso Buontalenti. Oggi, ve n’è uno di ben più piccole dimensioni, addossato  a una parete dell’edificio, quasi  nascosto.

Quanto a Dante ed al suo rapporto col Battistero, lui stesso manifestò  il desiderio  d’esservi sepolto, quando scrive “ se mai contenga che’ l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra sì che m’ha fatto per più anni macro, vinca la crudeltà che fuor mi serra del bell’ovile, ov’io dormì, agnello nimico ai lupi, che li danno guerra;  con altra voce o mai, con altro vello ritornerò poeta, ed in sul fonte del mio battesimo prenderò ‘l cappello”.  In questo canto (Par.XXV, 1.9) Dante esprime  la speranza, con la consapevolezza d’esser un grande poeta, di ricevere il ‘cappello’ ( la corona d’alloro) proprio laddove fu battezzato. Purtroppo, ciò non avvenne. Una lapide ricorda  questo suo  desiderio.

Ma c’è un evento di cui s’erano perse la memoria e  le tracce, che riguarda il Divin Poeta. E’ la solenne cerimonia di lettura messaggio di Paolo VI tenutasi il 13 e 14 novembre del 1965,  in occasione del 700 anniversario della nascita del Poeta, alla quale presero parte oltre 500 cardinali, partecipanti al Concilio Vaticano II. I quali resero omaggio in Battistero al Sommo Poeta. Nel suo messaggio  Paolo VI incoronava Dante poeta nella sua città, vale a dire nel luogo ov’ era stato battezzato. “Dante Alighieri – scriveva il Santo padre con l’incomparabile testimonianza della sua opera, ha fatto onore al suo Battesimo, in modo tutto speciale….In Dante il magistero artistico diventa severa, ma incoraggiante, lezione di vita.” Una lapide con l’effige di una corona aurea dono di Paolo VI – aggiunge il collega Franco Mariani, che segue da vicino l’evento – si trova  ora alla benedizione di Papa Francesco, e sarà ricollocata al suo posto  all’interno del Battistero  – cioè nel luogo ove avrebbe desiderato trovare degna sepoltura il Poeta – con una un’altra solenne cerimonia, in ricordo dei ‘700 anni dalla morte di Dante Alighieri.

Riepilogando, questi lavori di restauro hanno restituito alla città e al mondo la bellezza originaria di quattro delle pareti marmoree ( su otto) del Battistero, e oltre a restituire lucentezza ai mosaici Trecenteschi, hanno riportato a splendere la doratura del monumento funebre che si trova all’interno del Battistero, opera di Donatello e Michelozzo e dedicato all’antipapa Giovanni XXIII, al secolo Baldassare Cossa. Chi era costui? Un amico di Giovanni de’ Bicci, padre di Cosimo il Vecchio, il quale dal suo alto magistrato ecclesiastico aveva favorito il ruolo dei Medici quali  esattori delle decime per conto della Chiesa. L’opera è stata liberata dalle polveri superficialiche la coprivano.

Dunque, dopo il restauro avvenuto nel corso degli ultimi anni della parte esterna del tempio, comprese le porte del Ghiberti e di Andrea Pisano, esposte all’interno del Museo dell’Opera del Duomo, resta da completare il restauro, già in corso, delle altre quattro pareti marmoree interne e dell’abside. Adesso è la volta delle indagini diagnostiche sulle quattro pareti ancora da restaurare. Sappiamo che i mosaici sono stati oggetto di precedenti interventi tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.

Perciò è importante approfondire – spiega Beatrice Agostini progettista e direttore dei lavori di restauro dell’Opera di Santa Maria del Fiore – gli effetti di questi restauri del passato, così da poter definire il reale stato di conservazione e individuare la metodologia più idonea d’intervento. L’analisi dei precedenti restauri contribuirà, inoltre, a conoscere il comportamento dei prodotti utilizzati in passato e come questi abbiano reso nel corso del tempo” .

In questo periodo – dichiara Samuele Caciagli dirigente dell’Area Tecnica dell’Opera di Santa Maria del Fiore – “l’Opera di Santa Maria del Fiore oltre a portare avanti l’intervento sul Battistero, ha riaperto altri grandi cantieri di restauro come quello della Pietà di Michelangelo nel Museo dell’Opera del Duomo, finanziato dalla Fondazione no profit Friends of Florence, la tribuna absidale e le vetrate della Cattedrale”.

Infine, si dovrà dar mano ad un altro ciclo di lavori riguardante i magnifici mosaici della cupola.  Ma già così, agli occhi dei visitatori, il Battistero appare nella sua straordinaria bellezza.  

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