lunedì, Giugno 21

Firenze per Carlo Levi e Anna Maria Ichino Intitolate allo scrittore e alla donna che lo accolse in clandestinità le 'piazzette' ai lati di piazza Pitti

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Tra i tanti nomi di coloro che frequentarono quell’appartamento c’era Jeanne, la figlia di Amedeo Modigliani (suo zio Giuseppe era un leader socialista), l’amica Orietta Alliata, figlia del Duca di Salaparuta, venuta a Firenze dalla sorella Topazia che aveva sposato Fosco Maraini, poi dopo la nascita di Dacia  se n’erano partiti per il Giappone e Orietta decise di trasferirsi da Anna Maria, insieme ribatterono a macchina il Manifesto del Movimento Liberalsocialista scritto da  Guido Calogero e Aldo Capitini, il Ghandi italiano, sostenitore della non violenza. In quella casa si organizzavano le uscite notturne per andare a scrivere   sui muri della città Morte al fascismo, o Pane pace e libertà. Loro stesse scendevano in strada nottetempo per  fare quelle scritte o  diffondere volantini contro il regime. Altre grande amiche di Anna Maria erano Jeanne  Modigliani,  figlia di Amedeo, studentessa a Firenze,  che visse  per un periodo a casa Iachino prima di tornare a Parigi ( dove prese contatti con la Resistenza)  e Maria Luigia Guaita, staffetta partigiana per il Comitato di Liberazione e il gruppo di Radio Cora (trucidato dai nazifascisti) la descrisse in un suo  libro come  ‘una bella donna, molto corteggiata, bionda, scarmigliata, con il sorriso smagliante e gli occhi azzurri e puntati a scrutarti fino in fondo’.

Il 22 ottobre del ’43 Anna Maria dette alla luce un bambino, che il padre non volle riconoscere: Paolino, cui dette tre nomi: Paolo, Libero, Benvenuto. Due o tre mesi dopo si trasferì in quell’appartamento di piazza Pitti,  su suggerimento del Comitato di Liberazione di cui faceva parte, Carlo Levi che aveva già subito il carcere a Firenze, dov’era stato trasferito da Torino, da cui fu liberato  dopo la caduta di Mussolini avvenuta il 25 luglio.  Un primo rifugio  lo trovò a casa di Eugenio Montale, ma per non mettere a rischio la vita del poeta gli fu indicato un altro  nascondiglio: casa Iachino.

L’amico e giornalista Manlio Cancogni  raccontò come  il suo arrivo modificasse il tran tran di quell’appartamento, tutti lo volevano conoscere: «Tutti volevano parlarci – scrisse – Levi era come un flauto, una sirena, parlava con estrema calma, convinceva tutti, affascinava tutti, e si lasciava affascinare, anche Anna Maria Ichino rimase incantata da quest’uomo.  Così Cancogni descrisse la nascita del Cristo. Carlo Levi mi parlava sempre dell’esilio, di Grassano, Aliano, della malaria, dei contadini, della miseria, della fame, parlava di magie e superstizioni, di storie e leggende, erano passati otto anni dal confine ma lui ne parlava al presente, ricordava tutto lucidamente, anche perché le persone incontrate le aveva dipinte o disegnate, essendo divenuta la pittura la sua vita. Gli chiedevo di scrivere e  regolarmente ricevevo un rifiuto. Poi, un giorno Cancogni  scoprì che aveva scritto un capitolo….chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato dal dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte».

Lui scriveva  a mano col lapis Anna Maria lo ribatteva a macchina. Lo concluse dopo otto mesi, il 18 luglio del ’44. Erano 330 cartelle, sul manoscritto due croci, una dedicata a Leone Ginzburg , l’altra a Eugenio Colorni, martiri della Resistenza. Su altre pagine  una poesia del poeta inglese William Blake, un autoritratto, il volto di Anna Maria e sul retro  il nome dell’amata  Paola ripetuto tre volte. Un amore segreto quello tra Carlo e   Paola Levi, moglie di Adriano Olivetti, a lei  dedicò varie poesie dal confino, da quel mondo che lei rifuggiva«Paola forse verrai in questa terra che bon ti appartiene, l’arse argille consolerai come una pioggia inattesa».  Quel manoscritto si trova ad  Austin in Texas. Il 3 agosto i tedeschi ordinarono lo sgombero delle case del centro di Firenze, la notte del 4 fecero saltare i ponti riducendo il cuore della città in un cumulo di macerie. Cinquemila furono   gli sfollati accolti nel cortile e nei sotterranei di Palazzo Pitti, messi a disposizione  dal Sovrintendente Armando Venè. Tra loro anche Anna Maria con Paolino e Carlo. Fu là dentro che il piccolo si ammalò gravemente, forse per le condizioni igieniche, il cibo o l’acqua inquinata, l’umidità. Nel frattempo, il CLN aveva suonato la campana dell’insurrezione, era l’11 agosto del ‘44. la battaglia per la Liberazione sarebbe durata un mese. Levi cercò di salvare il piccolo rivolgendosi anche al Presidente del Comitato Toscano di Liberazione, Carlo Ludovico Ragghianti, ma non  riuscirono a  reperire alcun farmaco. Paolino morì il 17 agosto, aveva appena dieci mesi, nella casa di piazza Pitti, tra le braccia della mamma.  Ucciso dalla guerra. Levi che lo adorava come un figlio, costruì con delle assi una cassetta rudimentale dove il piccolo, vestito con cura, fu deposto da una cassetta e lui stesso andò a seppellirlo al cimitero del Bobolino. Quelle due targhe  ci ricordano tante cose ma in particolare i nomi di queste due straordinarie persone affinché  perché qualcuno si chieda: Chi era Carlo Levi,  Chi era Anna Maria Ichino. E cerchi le risposte.

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