giovedì, Maggio 13

Firenze: nuova luce su quel favoloso ‘500 Mentre a Palazzo Strozzi si riscopre la maniera moderna, in piazza Signoria la Big Clay #4 dello svizzero Urs Fisher riaccende le polemiche

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Inaugurati ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, due eventi artistici sembrano pensati apposta, al di là  forse delle intenzioni dei rispettivi enti  promotori, per ridestare  in una città come Firenze l’antico e discusso tema del rapporto fra l’ arte del passato e quella contemporanea, tra tradizione e moda, tra bellezza e provocazione: laddove  l’aggettivo  bellezza  si attaglia come non mai alla Mostra Il Cinquecento a Firenze, apertasi in Palazzo Strozzi  il 21 settembre scorso e provocazione sembra invece  più appropriato al gigantesco ammasso di metallo dell’artista svizzero Urs Fisher – Big Clay #4 – collocato  il giorno dopo in piazza della Signoria, davanti a Palazzo Vecchio e che ha immediatamente  sollevato  un coro di critiche, misurate ma anche  ironiche sarcastiche  e a volte pesantissime.

Prima di dar conto di queste reazioni, è bene entrare nel merito dei  due momenti espositivi, così diversi e  lontani, temporalmente e artisticamente, l’uno dall’altro. La prima cosa che vien da dire è la singolare sensazione che si ha  appena varcata la soglia d’ingresso della prima delle delle otto sale di Palazzo Strozzi, attraverso le quali si snoda la Mostra sul Cinquecento  a Firenze, a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali,  che chiude il ciclo iniziato nel 2010 con Bronzino proseguito quattro anni dopo con Pontormo e Rosso Fiorentino e giunto ora all’atto finale. Ebbene,  la sensazione è di restare senza respiro di fronte a tanta suggestiva bellezza. Non si è assaliti dalla Sindrome di Standhal, ma è per dare l’idea. E’ capitato a chi scrive ed anche  a diverse persone che hanno visitato la Mostra. Eppure, lo dichiara lo stesso Antonio Natali, “si tratta di una Mostra difficile, che non ha nelle sue intenzioni quella di far cassa, anche se è bene che la gente venga a vederla, ma quella di approfondire la conoscenza di un periodo di eccezionale fervore e creatività come il  ‘500 a Firenze – tra ‘maniera moderna’   e Controriforma –  educando  alla rilettura del passato che ci conduce- come, in questo caso – a  mettere a fuoco le opere di artisti misconosciuti senza i  quali non comprenderemmo i grandi nomi che tutti conoscono e ammirano”.  Dunque l’intento è divulgativo ed educativo, attraverso un confronto – aggiunge Arturo Galassino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi – tra capolavori assoluti, opere che non si era riusciti ad ottenere in prestito nelle precedenti esposizioni.

La mostra comprende oltre 70 tra dipinti e sculture, capolavori di  41 artisti  espressione della temperie culturale di quel tempo, testimonianza  di una eccezionale epoca di estro intellettuale:  sono grandi maestri come Michelangelo, Pontormo e Rosso Fiorentino, ma anche   di pittori quali Giorgio Vasari, Jacopo Zucchi, Giovanni Stradano, Girolamo Macchietti, Mirabello Cavalori e Santi di Tito e scultori come Giambologna,
Bartolomeo Ammannati e Vincenzo Danti,  tanto per citarne alcuni. E’ proprio con la  restaurata scultura del Dio fluviale  di Michelangelo e con la celebre Pietà di Luco di Andrea del Sarto, realizzate negli Anni venti di quel secolo così fecondo e irripetibile, che avviene il primo impatto   emotivo del visitatore.  Cui segue, nella Sala successiva, l’incontro con tre opere mai viste insieme, tre Deposizioni : quella  di Santa Felicita del Pontormo, quella del Rosso Fiorentino proveniente da Volterra e infine  il Cristo deposto del  Bronzino proveniente da Besançon.

Il dialogo e il confronto fra questi artisti e le problematiche del loro tempo, prosegue nelle sale successive dedicate agli altari della Controriforma, o Riforma Cattolica come preferisce chiamarla Natali: periodo nel quale, e siamo già nella seconda metà del secolo,  col rinnovamento architettonico voluto dalla Chiesa si commissionarono agli artisti nuove grandi pale, raffiguranti episodi sacri con personaggi in abiti moderni per renderli più comprensibili  e più vicini a loro. Le altre sale tematiche sono dedicate  alla ritrattistica, agli stili dei tanti artisti -pittori e scultori – coinvolti da Francesco I  de Medici, appassionato di scienze e  di alchimia e  generoso mecenate, nelle imprese dello Studiolo di  Palazzo Vecchio e della Tribuna degli Uffizi:  lo Studiolo è frutto di una delle creazioni più originali della maniera fiorentina, dovuto alla collaborazione tra Vincenzo Borghini e 31 artisti capeggiati dal Vasari, in esso  si celebra un nuovo rapporto fra Arte e Natura; la Tribuna, sala di forma ottagonale la cui esecuzione fu affidata a Bernardo Buontalenti  fu pensata come un vero e proprio museo pubblico, per accogliere e mostrare le collezioni del principe e le rarità naturali raccolte.  Quegli stessi artisti si dedicavano dunque sia all’arte sacra che a quella profana, percorrendo una via parallela  a quella dettata dallo spirito religioso, allegorica e  ricca di sensualità, destinata a pochi eruditi,  oscillando tra ‘divozione’ e ‘lascivia’ e con ciò prefigurando parole e forme care alle arti del secolo nuovo, il Seicento. C’è da dire che questa Mostra è  stata anche l’occasione per condurre una  importante campagna di restauri realizzati con il contributo di Friends of Florence e della Banca Federico del Vecchio, le quali  hanno  consentito interventi di restauro su ben 17 opere,  tra le quali dieci pale d’altare’ dalle  dimensioni imponenti e il Dio fluviale di Michelangelo.

Abbiamo operato“, afferma Antonio Natali, “nella convinzione che una mostra debba essere bella ma  capace insieme doffrire pensieri e opportunità di riflessione a visitatori consapevoli mai immaginati come consumatori di prodotti di moda dispensati da unindustria che si autodefinisce culturale.” L’ex Direttore degli Uffizi ribadisce  anche in questa occasione la sua nota avversione  alle Mostre  promosse per far cassa  e incentrate sul richiamo del feticcio, prediligendo invece quelle che abbiano un intento educativo e di approfondimento delle nostre conoscenze. Come questa, appunto, che consente di cogliere la varietà e complessità di un Secolo, il Cinquecento,  di cui si presentano qui  visioni del mondo antitetiche e che tuttavia convissero fino a produrre germogli capaci di dare frutto nel secolo venturo andando oltre i confini  in cui fino ad oggi si è ritenuto di imbrigliare  il primato artistico di Firenze. Un compito che sarebbe dello Stato e che Palazzo Strozzi si è assunto di portare avanti con questa Mostra fuori dell ‘ordinario. Un aspetto su cui Galassino  insiste è la campagna di restauri senza precedenti  che ha consentito di riportare a nuova vita opere di grandissima importanza provenienti dalle Chiese toscane. E così, dopo i grandi successi ottenuti portando a Firenze la grande arte contemporanea – lo dicono i numeri- Palazzo Strozzi si riaccosta al suo passato con un approccio nuovo e sperimentale, riscoprendo una generazione di artisti  e un periodo storico che consente una approfondita riflessione sul rapporto tra arte e potere, tra sacro e profano nonché  una profonda rimeditazione degli insegnamenti dei Maestri del primo Cinquecento.

Di fronte  a tanta bellezza e ricchezza di significati e linguaggi ( di  cui il catalogo edito da Mandragora offre ampia e ricca documentazione, rivelandosi un utile strumento di conoscenza), soffermarsi  sull’ opera di Fisher  collocata in piazza della Signoria,   parrebbe fuori luogo in questo contesto, se   la sua  Big Clay, non  avesse suscitato un vespaio di critiche e giudizi pesanti  ironici e anche grossolani che mettono in cattiva luce quel dialogo   tra arte e linguaggi del passato e della contemporaneità che da tempo, con alterne vicende e inciampi, la città di Firenze sta perseguendo.  Come del resto anche Palazzo Strozzi. Lo stesso Sindaco  Dario Nardella sembra esserne consapevole quando afferma:  “Siamo pronti ad accogliere l’energia poetica di questo straordinario artista ( definito neo-rinascimentale)  assieme alle emozioni e discussioni che le sue invenzioni provocheranno. Firenze ormai si è aperta al contemporaneo, è un laboratorio e non vuole ridursi a essere una bella vetrina, una città museificata. Vogliamo essere  protagonisti del presente per non ridurre l’aureo rinascimento a un fossile del passato. E, puntualmente, le critiche e le battute di spirito  non si sono fatte attendere. Ikke gliè quella cosa làE poi- aggiunge una signora –  se proprio si vuol dire a cosa somiglia sta roba… una …c… E un’ altra: Proprio là ad oscurare Palazzo Vecchio la  dovevano mettere? Prima le tartarughe , poi le state involtate nell’oro ora questa”.

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