mercoledì, Dicembre 1

Firenze: i mille anni della Badia a Settimo

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Don Carlo, ti vedo però ben motivato e non certo solo in questa battaglia.

Ora vi è maggiore consapevolezza dell’importanza europea di questo recupero e l’Associazione Amici della Badia ed il Centro Studi sono molto attivi. Anche l’opinione pubblica ha cominciato a manifestare interesse verso la Badia: nelle giornate dai Fai è stata visitata da 12 mila persone.

Cosa chiedete?

 Rinnoviamo il nostro appello alle Istituzioni, alla Regione e ai Comuni di Firenze e di Scandicci affinché dagli attestati di solidarietà si passi alle azioni concrete: c’è tanto da fare, non solo il recupero dai privati della parte degradata per ricostituire il monastero nella sua integrità ( l’impegno di spesa è di 2 milioni e 700 mila euro), ma intanto si potrebbe cominciare dalle piccole cose, dalla segnaletica assolutamente carente, da una diversa organizzazione delle strade di accesso, che renda più agevole il percorso. Questa struttura è il patrimonio più importante del territorio di Scandicci, comune di 50 mila abitanti.

Una volta acquisita la parte attualmente di proprietà privata del monastero, quali i progetti per il suo utilizzo?  

 L’idea è quella di adibire parte dei locali da acquisire quale foresteria per la Scuola Superiore di Magistratura ospitata nella Villa di Castelpulci, nello stesso territorio, un’ala vorremmo fosse destinata alla comunità monastica europea, sì qui devono poter tornare ad operare i monaci, un’ altra al Museo della civiltà e del lavoro monastico e di coltivazione delle erbe aromatiche ed officinali, inoltre gli orti circostanti ( 5 ettari) devono essere sottratti all’abbandono e recuperati alla loro funzione. C’è tanto da fare anche in termini di riqualificazione ambientale dopo la deflagrazione edilizia degli anni passati. Questo offrirebbe anche nuove possibilità di lavoro per giovani intenzionati a dedicarsi all’attività agricola.

Ringrazio don Carlo per il patrimonio culturale e religioso che mi ha mostrato e che è visibile nell’evoluzione delle sue architetture, nelle opere d’arte (  fra gli altri operò qui Domenico Ghirlandaio) e per avermi reso più chiaro il significato della tradizione cristiano umanistica che sta a base della civiltà europea e che è rintracciabile nella storia millenaria di questo monastero alle porte di Firenze. Una storia affascinante e complessa che data dal ‘998, quasi alla vigilia dell’Anno Mille, quando il giovane Lotario, figlio di Cadolo, ottenne dall’imperatore sassone Ottone III,   il diploma imperiale che poneva sotto la sua protezione l’edificio, definito ‘ecclesia’ . E non ancora ‘monasterium.

I primi a far vivere il monastero furono i benedettini, i seguaci della Regola che detta le norme di una rigorosa vita monastica: ‘Ora et labora il loro motto. Una storia che ebbe enorme  influenza sulle vicende fiorentine e della Chiesa, logorata dallo scontro sulle indulgenze.  Qui si ebbe l’evento più emblematico di quel periodo, quando davanti a 3 mila persone, il monaco vallombrosano Pietro Igneo percorse una catasta di carboni ardenti, restandone illeso. La prova del fuoco, fu interpretata come prova della  colpevolezza del vescovo Mezzabarba, accusato di simonia.  Era la notte del 13 febbraio 1068. Altri momenti alti si ritroveranno  nel periodo della  Firenze repubblicana, che vide i monaci cistercensi bonificare terre,  realizzare ponti sull’Arno e anche un porticciolo,  rifornire di alimenti la città  e custodirne nel 1308 il sigillo. Questa storia rivivrà a settembre attraverso la rievocazione storica della Prova del fuoco, e nello spettacolo creato ad hoc dalla Compagnia delle Seggiole di Fabio Baronti dal titolo “La porta della città”. Speriamo che finalmente qualcosa si muova. In senso positivo.

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