mercoledì, Aprile 14

Firenze, 'Luci sul '900' 40

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Firenze riscopre il ‘900. Dopo l’inaugurazione del nuovo Museo alle Leopoldine, ecco ora una mostra alla Galleria d’arte moderna di palazzo Pitti, allestita per celebrare il Centenario della sua nascita: e la sorpresa, corre l’obbligo di dire, è grande. Intanto si tratta di 120 opere che si trovavano nei depositi, una trentina delle quali addirittura inedite, mai esposte e 88 restaurate per l’occasione.

L’altra lieta novità è che la presenza di alcuni autori colma lacune e vuoti avvertiti nel nuovo Museo novecentesco voluto caparbiamente dal Comune di Firenze e che deve considerarsi ancora un work in progress. Infine, questa Mostra – forse l’ultima del Polo Museale fiorentino che con la riforma Franceschini sembra destinato ad una radicale trasformazione – ci racconta una storia interessante: quella dell’acquisizione delle opere che andarono via via ad integrare ed ampliare quell’iniziale Museo costituito dal Legato voluto nel 1896 dal critico Diego Martelli, sodale del movimento macchiaiolo. Da allora molta strada è stata percorsa e oggi agli occhi del visitatore si presentano, nelle sale di palazzo Pitti accuratamente allestite dall’arch.Linari su pareti giallo ocra, in un rapporto ravvicinato quasi intimo, le opere -molte per la prima volta- di artisti che hanno segnato la storia artistica del ‘900 italiano e non solo italiano. Ma, al di là di questi aspetti positivi, c’è da constatare l’insolita presenza (particolarmente in una città come Firenze ripiegata sul proprio lontano passato) di due esposizioni a neanche un chilometro in linea d’aria di distanza, dedicate al Novecento. Casuale? Voluta? Dubbi sui quali si interroga il mondo fiorentino dell’arte.

Luci sul 900 sec

Certo, la Galleria d’arte moderna appartiene allo Stato e il Museo del ‘900 al Comune. Operando ognuno secondo proprie logiche ed esigenze qualche sovrapposizione è inevitabile: e intanto non c’è ancora a Firenze un museo di arte contemporanea ( i progetti per realizzarlo nei padiglioni delle ex officine Galileo, sono del tutto svaniti). Da segnalare inoltre che entrambe le esposizioni appaiono incomplete di opere di artisti che pure hanno lasciato un segno.

Quanto alla Mostra celebrativa dei 100 anni della Galleria, le cui strutture appaiono insufficienti a contenere il ricco patrimonio acquisito (da qui l’ appello della direttrice Simonella Condemi, ai privati affinché intervengano a sostegno degli interventi necessari ), essa non segue un andamento cronologico ma, come afferma Ettore Spalletti, il curatore, ripercorre le vicende delle acquisizioni operate nel tempo. Si comincia dunque con il quadro di Mario Cini di Pianzano (Ritratti di funzionari, del 1912), che per decenni ha sovrastato la scrivania dei Sovrintendenti che si sono succeduti nell’incarico e si conclude con la scultura in marmo di Libero Andreotti, Bambino che prega (1908), opera donata, insieme ad un Paesaggio con nuvole di Telemaco Signorini. proprio quest’anno da Cecilia Negri. Seguendo questo singolare percorso troviamo alcuni dei principiali interpreti della cultura figurativa italiana: Felice Carena, Felice Casorati, Giorgio De Chirico Filippo De Pisis, Gino Severini, Giuseppe Capogrossi,Guido Peyron, Ottone Rosai, che si alternano a quelle, prevalenti per quantità agli esponenti del “Novecento toscano”, Baccio Maria Bacci, Giovanni Colacicchi e altri artisti vicini alla rivista Solaria e al ritrovo canonico della cultura fiorentina: il Caffè delle Giubbe Rosse, che resero la città negli Anni Venti un fertile centro di incontro dei maggiori intellettuali italiani.

Seguono le opere acquistate alle varie edizioni delle Biennali veneziane tra il ‘25 e ‘45, alla quadriennale romana del ’35 e quelle molto più numerose comprate presso la società di Belle Arti di Firenze ma soprattutto alle Sindacali toscane, dedicate alla cultura figurativa regionale. Fra queste troviamo le opere di Giovanni Colacicchi, Alberto Magnelli, Oscar Ghiglia, Achille Lega, Ardengo Soffici, Lorenzo Viani, Italo Griselli ed altri ancora. Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati da una stasi nelle acquisizioni  c’era ben altro cui pensare e destinare risorse!), ma a partire dagli anni ’50 si avverte un certo risveglio che coincide anche con la ripresa delle attività culturali nel Paese e a Firenze, ove si inaugura il Premio del Fiorino, che lo statuto della stessa manifestazione destinava al Museo. E le opere esposte sono una testimonianza pressoché unica della cultura figurativa italiana di quegli anni: qui incontriamo con piacere opere di Casorati, De Pisis, Primo Conti, Fausto Pirandello, Corrado Cagli, Massimo Campigli, Carlo Levi, Morlotti, Carrà, e insieme a loro artisti che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea a Firenze, come Fernando Farulli (del quale è esposta una grande tela ad olio – Piombino, spazio per un’autobiografia – primo premio al Fiorino del ’64, dedicata alle acciaierie al quale l’artista dedicò un intero ciclo), quest’opera figura accanto alla grande tela di Vinicio Berti dal titolo Racconto nell’utopia H3, primo premio al Fiorino dell’anno precedente, un’ opera concepita nel decennio successivo a quello dell’Astrattismo classico, il movimento innovativo e dirompente di cui è stato uno dei padri. Davvero singolare che la sua città non abbia ancora dato ancora dato il giusto riconoscimento (diversamente da Roma che gli ha dedicato una strada).

L’altro grande promotore e rappresentante di quel movimento nato negli anni Cinquanta, è Gualtiero Nativi, di cui è esposto il dipinto “Possibilità relazionale”. Nella stessa sezione troviamo anche Sergio Scatizzi, artista di fama internazionale (rifiutò di vendere una sua veduta di Venezia a Michel Jackson, poi l’accordo fu trovato su un altro dipinto) al quale la stessa Galleria d’arte moderna dedicò una Mostra sul suo “barocco informale”, nel 2009, anno della sua scomparsa. Rilevanti anche gli acquisti alla II esposizione internazionale della Grafica del Fiorino del ’70: Burri e Jasper Jones. Di particolare interesse le opere frutto di donazioni a testimonianza di un rapporto sempre più stretto tra la città e la Galleria: tra queste quelle di Elisabeth Chaplin, che dispose di suo pugno – era il 1974 – la donazione di opere sue e dei suoi familiari, dipinti teneri e raffinati che, nella particolarità del loro linguaggio ben si inseriscono nella tradizione figurativa toscana.

Luci sul 900

Il percorso della Mostra termina con le ultime acquisizioni volute dalla Commissione che ha operato dall’85 ad oggi: tra queste Confidenze di Armando Spadini, la Mascherata di Mario Cavaglieri e una bellissima Veduta di Grizzana di Giorgio Morandi. Una Mostra, dunque, tutta da scoprire, che getta nuove luci sul ‘900, “un secolo – ricorda Cristina Acidini di fervore innovativo, di strappi culturali ( e non solo), di tragedie e ricostruzioni, un secolo che nelle arti ha indirizzato una contemporaneità, la nostra del XXI secolo, profondamente modellata da quelle esperienze“.

Come si è accennato la Mostra celebra i 100 anni della Galleria d’arte moderna di Firenze. La sua nascita era stata preceduta nel 1896 dal lascito del critico Diego Martelli, sodale del movimento dei macchiaioli delle opere degli stessi per avviare un museo dedicato all’arte del suo tempo. Tre i momenti della sua nascita e crescita: il primo nel marzo 1913, quando nelle sette sale della Galleria dell’Accademia, il direttore generale del ministero, Arduino Colasanti, inaugurava una prima modesta sezione degli spazi museali dedicati all’arte moderna. Un segnale importante, in un periodo difficile, con il governo Giolitti alle prese con la Turchia e dopo l’attentato anarchico al Re Vittorio Emanuele III. Il secondo, fondativo, nell’anno successivo, giugno 1914, con la convenzione tra Stato e Comune di Firenze, una sorta di patto non solo giuridico amministrativo, ma che indicava anche una strada da percorrere, metodo e modalità di accrescimento del patrimonio museale fiorentino, assai lungimirante per il tempo in cui fu sottoscritto. Il testo, infatti, osserva la direttrice della Galleria Simonella Condemi, “oltre a determinare le regole per la proprietà delle opere d’arte, la direzione degli ambienti, la cura e la gestione del personale di sorveglianza e le spese per i restauri, ritiene indispensabile la nomina di un organi preposto alla scelta di nuove opere d’arte per un accrescimento del patrimonio del museo“. E’ una commissione ( tuttora vigente) composta da sette membri, cui venivano affidate le opzioni critiche in materia di acquisti, lasciti o doni, dopo averne giudicato la correttezza stilistica.

Un terzo importante momento si ha nel giugno del 1924, quando la galleria si trasferisce a Palazzo Pitti, attuale sede : qui le diverse provenienze delle opere che allora la componevano, consistenti nei premi accademici e nelle raccolte lorenesi e sabaude, si arricchiscono di donazioni e acquisizioni. Dunque il Polo Museale con questa rassegna chiude praticamente la propria attività: il mandato della responsabile Cristina Acidini, dimissionaria a seguito della riforma Franceschini, scade il 6 novembre prossimo. Cosa avverrà dopo è ancora da decifrare: e le risposte fornite dallo stesso Ministro ad alcuni partecipanti al tavolo culturale della Leopolda che si interrogavano sul futuro relativo alla gestione del patrimonio museale si sono attenute alle linee generali basate sull’idea di un coordinamento o meglio di una unica gestione del patrimonio museale comunale e statale. Quali i criteri di gestione? Saranno salvaguardate le funzioni di tutela di recupero e restauro delle opere d’arte? Il coordinamento sarà affidato ad un manager? Che ruolo avranno gli storici dell’arte? Beh, lo sapremo forse tra pochi giorni. La Mostra, aperta al pubblico da ieri, resterà aperta fino all’8 marzo 2015.

 

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