domenica, Ottobre 24

Firenze festeggia Antognoni field_506ffb1d3dbe2

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Antognoni foto

“Il ragazzo che corre guardando le stelle”, compie 60 anni.  Quel “ragazzo” è Giancarlo Antognoni,  il mitico Antonio per il popolo viola e tutti i  fiorentini (e non solo, dato che la sua fama ha varcato abbondantemente i confini nazionali). Questo particolare compleanno, Antonio lo  festeggia il prossimo 1  aprile, con i tifosi, gli amici e la città,  nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Un evento insolito per uno sportivo, un calciatore, sia pure Campione del Mondo nell’82.

Ma per Firenze Antonio è assai di più di un campione. E’ un simbolo, di bellezza, di coraggio, di  modestia, di fedeltà ai colori della maglia e della città come pochi altri contemporanei. «Tu sei il vero Sindaco di Firenze!», gli ha detto Matteo Renzi, l’ultima volta che l’ha incontrato. «E per il tuo anniversario ho idea di organizzare una bella cerimonia,  una sorpresa, qualcosa di grande e significativo. E la  sorpresa  è maturata qualche giorno fa quando da Palazzo Vecchio si sono fatti  vivi per proporre  questa cerimonia  nel Salone più prestigioso e significativo di Firenze».

Per saperne di più e riflettere su questi suoi primi 60 anni, incontro  Giancarlo nel suo ufficio di Coverciano, il Tempio del Calcio e sede della Nazionale, di cui per ben 73 volte ha indossato la maglia (“le ho donate tutte, tranne una che mi è rimasta, neanche azzurra ma bianca”). Una stanzetta, pochi metri quadrati, come tutte le altre, una scrivania, due poltrone, un mobile, tante targhe e riconoscimenti da ogni parte del mondo, posters dei Mondiali e foto  con i tifosi, gli amici i personaggi dello spettacolo, e anche un dipinto che lo raffigura biondo, con i riccioli al vento e la maglia azzurra. Come i tanti che gli sono stati dedicati nel corso della sua lunga carriera. Sul tavolo, ordinatissimo (“ordinato in campo e nel privato”  disse di lui “Ciccio” Graziani che ai Mondiali dell’82 divideva con Antonio, la cameretta), un blocco per gli appunti, l’agenda, e alcuni libri, l’ultimo dei quali  è dedicato al CT della Nazionale,  Cesare Prandelli.

Raccontami un po’ di questo insolito evento…. Io non volevo celebrare proprio niente, neanche la ricorrenza. Poi, è arrivato questo invito e ne sono onorato. E’  giusto allora organizzare al meglio la serata”. Infatti, ci stanno lavorando  d’intesa con  gli uffici comunali,  la moglie Rita, la sua prima fan,  sempre bella e combattiva e l’amico e collaboratore volontario Michele Fratinitalent scout di giovani calciatori.  Lui, Giancarlo, non  sa neanche quale riconoscimento gli verrà assegnato. Ha la testa altrove. E’ in partenza per Bucarest con gli azzurrini. Nell’organigramma della FIGC riveste infatti il ruolo di accompagnatore ufficiale delle nazionali giovanili.

Ma come si è realizzato questo legame indissolubile con Firenze? Forse ci aiuta a capirlo  la sua vicenda umana e professionale, iniziata peraltro, come quella di tanti ragazzi del suo tempo. Nato il 1 aprile del ’54 a Marsciano,  un paesino in provincia di Perugia,  comincia a tirar calci ad un pallone fatto di stracci nel casale in cui vive la sua famiglia, poi il nonno decide di cessare l’attività agricola e trasferirsi nel capoluogo, ove suo padre Gino prende in gestione un bar, che è sede del Milan Club. Il ragazzino comincia a tirar calci nella locale parrocchia e cresce nel mito di Rivera (“da lui ebbi  il mio  primo autografo”). Studia  di malavoglia e gioca con entusiasmo ed eleganza,  calzini abbassati e corsa snella.Viene presto notato e a 15 anni lo “strappo” da casa. Destinazione Asti. Lontano la vita è dura, la mamma   vuole che ritorni, suo padre ed il fratello Viscardo  lo incoraggiano ad inseguire il suo sogno, a stringere i denti.   E’ gracile ma è già un campioncino e a 17 anni, è l’ unico giocatore della serie D ad essere  convocato con la nazionale juniores a Coverciano che, evidentemente, è nel suo destino. Valcareggi lo nota: “ Si muove armoniosamente e tocca la palla  con l’eleganza innata del campione”.

E’ conteso da varie società, ma alla fine prevale la Fiorentina. E Firenze è  più vicina a casa. Il Presidente Ugolini s’indebita personalmente per averlo. E Liedholm, l’allenatore, a seguito dell’ infortunio di De Sisti, il capitano, lo fa esordire a Verona. E’ il 15 ottobre 1972. Un cronista scrive: “oggi si è visto un ragazzo che corre guardando le stelle”. A 18 anni diventa titolare fisso, anche  con il nuovo  allenatore Radice. E nel ’74, Bernardini, chiamato a compiere la rivoluzione azzurra dopo il disastroso mondiale di Germania, inaugura la linea verde, facendolo esordire a Rotterdam contro l’Olanda di Cruiff. Per anni, quel biondino sarà l’unico viola nel team azzurro, dominato dai bianconeri. L’altro “fiorentino”  Moreno Roggi, suo inseparabile amico,  dovrà abbandonare a seguito di un grave infortunio. La stampa del Nord lo contesta,  Bernardini e poi Bearzot lo difendono. Antonio affronta i Mondiali  del ’78, in Argentina con  grande sofferenza per una tarsalgia. Ma quella squadra sarà la grande rivelazione e costituirà la base  per il  successo ai Mondiali dell’82 in Spagna. Intanto, nel ’75, conquista con la Fiorentina la quarta Coppa Italia e nel ’77 corona il suo sogno d’amore con Rita, conosciuta a Roma.  

La Fiorentina viaggia tra alti e bassi, soprattutto bassi, l’unico faro è lui. Comincia a diventare un simbolo. Un elemento di orgoglio di una  città ferita e di una società  che cerca il suo riscatto contro  lo strapotere delle grandi società del Nord.  Giancarlo  è il Capitano, colui che trascina e illumina con la sua  corsa elegante, i suoi lanci precisi di 40 metri, le sue millimetriche punizioni, il gioco della “Viola” : memorabili il 4 a 1 sulla Juventus o il 3 a 0 sulla Roma (tripletta di Antonio). Lui non gioca per sé, ma per la squadra. Su di lui si scrivono libri ( il primo è del collega Marcello Giannini, l’ultimo, recente, di Luca Calamai) e iniziano le sponsorizzazioni. La stagione  calcistica ’81-82’ è cruciale nella vita della città. I Pontello costruiscono una squadra ben amalgamata ( Galli, Ferroni, Contratto, Casagrande, Vierkhowod, Galbiati, Bertoni, Pecci, Graziani Antognoni ,Massaro, Monelli,  Miani, ecc.) che  Antonio sta trascinando alla conquista del possibile 3° scudetto della sua storia (a 13 anni di distanza  dal secondo nel ‘ 69, a sua volta conquistato   13 anni  dopo il  primo, nel ’56). Tutto lo fa presagire. Ma il 22 novembre dell’81, durante un Fiorentina-Genoa (finita poi 3 a 1 per i viola),  Antognoni lanciato a rete da Bertoni s’invola verso la porta avversaria, è solo, il portiere Martina esce a valanga con il ginocchio alzato ed impatta sulla testa del capitano viola.  Antognoni cade, immobile, non dà segni di vita. Un giocatore del Genoa, Onofri, fa segni disperati e si copre il volto con le mani. Il  Capitano viola ha la bava alla bocca. Il suo cuore è fermo. Il dottor Anselmi gli pratica il massaggio cardiaco, “Pallino” il massaggiatore gli fa la respirazione bocca a bocca. Lo stadio è ammutolito. Antonio viene portato d’urgenza in ospedale, assistito dalla moglie. Due giorni dopo è operato alla testa dal neurochirurgo prof. Pasquale Mennonna. Il pericolo è scampato ma la morte lo ha sfiorato. Firenze (e non solo) si stringe intorno al suo Capitano, la cui immagine  (senza la fluente chioma bionda) rivela  sofferenza. Ma nel processo giudiziario che seguirà contro il portiere Martina, Antognoni lo scagionerà, sostenendo l’involontarietà del suo sciagurato intervento. Un gesto di straordinaria  generosità e di grande lealtà sportiva.

L’assenza dai campi dura 13 settimane. Dopo la caduta è il tempo della rinascita. Per guidare la Fiore verso il rush finale. All’ultima giornata viola e bianconeri hanno lo stesso punteggio. Lo scudetto è  a portata di mano. La Fiorentina gioca a Cagliari, la Juve a Catanzaro.  Ma un discutibile giudizio arbitrale nega ai gigliati la validità del gol di Graziani. Finisce zero e zero. E  i bianconeri per un punto (successo contestato il loro), si aggiudicano lo scudetto. L’avversione del tifo gigliato verso i bianconeri diviene storica. Ma Antognoni, sarà uno dei grandi protagonisti al Mondiale di Spagna. “La mia più bella partita? Quella contro il Brasile di  Zico, Socrates, Falcao, Junior…Vincemmo  3 a 2, e fu la svolta del Mondiale. Segnai anche il 4 a 2, gol valido, ma l’arbitro mi negò questa soddisfazione fischiando un inesistente fuori gioco. Tentai di riscattarmi con la Polonia, ma il mio piede fu infilzato dai tacchetti  di Matysik, fui uno stupido a contendere quel pallone, avrei evitato la ferita e avrei preso parte alla  finale di Madrid. Un’altra soddisfazione negata. E tuttavia, più tardi, Gentile (colui che aveva bloccato Maradona e Zico), dirà che Antognoni è stato uno dei migliori in tutto il torneo. La rivincita se la prende nell’ ‘83 a New York, nello stadio dei Giants, ove guida una rappresentativa europea contro i brasiliani del San Paolo. Finisce 5 a 3 e Giancarlo segna il gol del 3 a 1. Platini è in panchina. E lui viene dichiarato il miglior giocatore del torneo.  “Una delle migliori partite della mia lunga carriera.  Si rinnovano le lusinghiere richieste.  C’è quella del Cosmos e quella di Gianni Agnelli ( durante un pranzo nel quale Antonio siede tra il Presidente della Juve e Kissinger).   Ma lui rifiuta. “Mi spiace.  Firenze l’ho dentro il cuore”.  La squadra è ancora lanciata verso lo scudetto. Memorabile il 3 a 3 contro la Juventus al Franchi: “segnai un gol di testa, ed è uno dei più importanti perché di testa ne ho realizzati soltanto tre”. Per Firenze è ormai l’idolo assoluto. C’è chi lo paragona al David, chi  lo chiama la “Luce” altri,  più modestamente

“ Enel”.  Un raffinato intellettuale lo definisce l’Arcangelo Gabriele, Pupo gli dedica una canzone ( S.Maria Novella:….”quest’anno è forte la tua Fiorentina, la colazione con i bomboloni e guai a chi parla male di Antognoni…”), anche Rino Gaetano lo cita nella sua Nuntereggae più), si scrivono altri libri e altri ancora ne usciranno dopo il suo addio al calcio (1989: 40  mila al Franchi, l’abbraccio di una città).   E tra un libro e l’altro,  viene realizzato anche l’unico documentario sull’idolo viola  ( Antognoni e Firenze: una storia d’amore, curato dal sottoscritto).   

Ma la sfortuna è ancora  una volta dietro l’angolo. E’ il 12 febbraio 1984, al Franchi si gioca Fiorentina-Sampdoria. Finisce 3 a 0. Segnano Antognoni, Oriali e Pecci. Ma in uno scontro con Pellegrini, la sua gamba destra si spezza. Un urlo di dolore, lo stadio ammutolisce di nuovo. Il Capitano esce ancora una volta in barella. Ormai si pensa solo alla sua sorte. Chi scrive aveva  accanto, in cabina Rai, per un collegamento con Blitz di Gianni Minà, Dario Fo e Franca Rame. Li invitai  a tornarsene in città  in taxi. Noi giornalisti ci dovevamo occupare solo  del dramma umano del Capitano. Tutta la città è in apprensione. Seguono vari interventi chirurgici, a Firenze e a Torino, dal prof. Gallinaro,  suggeritogli dal calciatore Mariani.  Dopo vari  mesi, il rientro. Ma gli ostacoli non mancano e allora decide di chiudere la carriera a Losanna, dopo 15 anni in viola. E qui avviene un fatto unico:  millecinquecento tifosi  lo seguono vennero in Svizzera per la partita d’esordio. L’esodo da Firenze continuerà tutti i sabati per seguire il proprio  campione in campo a Losanna, dove nasce RubiniaSotto i Cecchi Gori torna come dirigente. Suo il merito di aver  scoperto un campione come Rui Costa. Poi il rapporto s’interrompe di nuovo.

Hai scelto Firenze per sempre. Nessun pentimento?  

No, anche se le amarezze, qui a Firenze, non mi sono mancate. E le occasioni di andare in club importanti non sono mancate.” E qui racconta due episodi inediti:  Durante la mia degenza  a Torino  vennero a farmi visita Scirea, con il quale avevo un bellissimo legame e Tardelli. E mentre erano lì, l’infermiera mi passò una telefonata:  “E’  l’avvocato”. “Quale avvocato?  Gianni Agnelli. Mi telefonava per farmi  gli auguri. Vedessi le facce sorprese di  Gaetano e Marco, eh.eh…”.  

Recentemente Andrea Agnelli, incontrandolo ad un torneo, gli ha ricordato, salutandolo,  che i suoi  lo  hanno sempre corteggiato. Invano. Rita aggiunge che anche Viola, Presidente della Roma, lo voleva in giallorosso. “Per voi – mi disse – c’è una casa con terrazza che dà la vista su Piazza di Spagna….Anche allora Giancarlo rifiutò”.

“Ciò che ha valore per me e mi ripaga, è l’affetto della città e dei tifosi”. Lui, Antonio, non ha cercato  il successo ad ogni costo, ma l’amore di tutta  città che lo ha adottato con un affetto inestimabile. Tanto che per scongiurare la sua cessione, l’intero consiglio comunale, votò all’unanimità un appello  affinchè restasse in viola. E quest’  affetto continua  ancora, immutato, come gli è stato tributato  in occasione dell’Antognoni Day al Mandela Forum. E che si ripete  anche oggi ad ogni partita della Fiorentina, ove campeggia uno stendardo con la sua immagine e la scritta: “Onora il padre“.

“Ovunque, per la strada, nei ristoranti anche i ragazzi  che non mi hanno visto giocare intonano il solito coro: “Unico dieci”! Segno che  le varie generazioni si sono tramandate qualcosa. Il calcio è anche questo. E’ passione e ricordi. Fantasia e geometrie, competizione leale,  classe e godimento estetico”.

E’ questa la tua idea del calcio? 

Sì.

Sai che un mio amico, noto vignettista, Giuliano, mi disse una volta che  che Antognoni è un’opera d’arte che dovrebbe essere esposta agli Uffizi?

Ma dai!

Quanto è cambiato il calcio di oggi?

Molto. E non sempre in meglio. In Italia si dà poco spazio ai giovani, diversamente da ciò che avviene altrove. A 18 anni sei quasi sempre in Primavera….a volte negli Allievi. Occorre un’inversione di tendenza.

Vorrei  chiedergli anche del suo non rapporto con l’attuale  Fiorentina, la sua squadra del cuore, alla quale ha dato tutto, fino a rischiare la vita. Ma il tempo stringe, ma  deve partire per Bucarest e dal suo sguardo capisco che la ferita è ancora aperta. Ma forse ciò che brucia di più, è  sempre l’impressione di chi scrive,  è l’assenza  di dialogo, di motivazioni,  al di là dei saluti di circostanza, con la società dei Della Valle.  Peccato. E sì che la Fiorentina avrebbe bisogno di una figura  così rappresentativa e compente. Una figura nella quale la città si identifica. Una bandiera come Totti  per Roma o, Maradona per Napoli ( non a caso citato da Sorrentino nel suo discorso per l’Oscar).

Ma lasciamo Giancarlo e Rita  ai loro pensieri  ed agli  impegni familiari  (hanno due figli meravigliosi, Rubinia, neolaureata in giurisprudenza e Alessandro, che gestisce un albergo sui Lungarni) . L’appuntamento è per il 1 di aprile, per vivere insieme a tanti,  questo Amarcord. “Marcello, sono Sessanta. Roba da non credere! ”. E’ vero, è difficile crederci tanto più che ne dimostri assai meno  ma, come dice Shakespeare, “la falce del tempo è spietata e puoi salvarti soltanto se hai creato qualcosa” : e tu, alla città, ai tifosi, agli sportivi hai creato bellezza e dato molto, emozioni e gioco,  e tanto continuerai a dare. 

 

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