mercoledì, Settembre 22

Firenze: dai Ponti distrutti alla Liberazione

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Ma il tema di questa serata-evento, è stata la vita dentro Palazzo Pitti. Il perché di questo ricordo lo sottolinea anche  Matteo Ceriana  (Curatore Arte Contemporanea – Gallerie degli Uffizi): “Abbiamo voluto dedicare ancora una volta una notte della memoria in ricordare di quella notte d’agosto quando l’esercito tedesco in ritirata tentava di rallentare l’avanzata degli Alleati distruggendo dietro di sé le vie di comunicazione, compresi i ponti di Firenze. Cadeva, vittima illustre tra tutti, quello a Santa Trinita, opera di straordinaria qualità architettonica ideata da Michelangelo e realizzato per ordine di Cosimo I da Bartolomeo Ammannati. In quella notte i fiorentini d’oltrarno sfollarono dalle loro case distrutte rifugiandosi a Palazzo Pitti e a Boboli: il palazzo poderoso era apparso subito come luogo sicuro e aveva aperto le sue porte per accogliere tutti i fuggiaschi allestendo letti, e pasti di fortuna. La rappresentazione di quest’anno ha inteso evocare le presenze di quella notte, risvegliandone le immagini e le voci. Il racconto è potuto rivivere attraverso le testimonianza di chi lo ha vissuto così come attraverso le immagini fotografiche e cinematografiche realizzate per documentare quel dramma. Insieme a frammenti del War Requiem di Benjamin Britten – realizzato per celebrare la ricostruzione della gotica cattedrale di Coventry distrutta durante la seconda Guerra Mondiale – quelle voci e quelle immagini hanno riempito  di nuovo il cortile di palazzo Pitti per risvegliare in tutti noi la memoria di quei fatti, una memoria viva per prendere coscienza di una tragedia storica della quale la distruzione dei ponti fiorentini, seppur sia solo un episodio parziale, assume però valore simbolico e universale. Per questa ragione il cortile è stato aperto gratuitamente alla città, a tutti coloro che hanno voluto conoscere e testimoniare il proprio impegno affinché  simili tempi di odio e di guerra non tornino più”.

 A far rivivere quei giorni ( e quelle notti) è stata chiamata la Compagnia delle Seggiole che, fra le tante rappresentazioni nei palazzi storici e nei principali musei e gallerie, vanta  quella  ormai celebre all’interno del Corridoio Vasariano, nella quale un partigiano ricorda come il percorso del Principe che corre sopra il Ponte Vecchio, divenne, proprio in quei giorni, sede di passaggio di una linea telefonica  che consentì di mettere in comunicazione forze del  Cln ( che si trovavano in Palazzo Vecchio) con le Special Force Alleate che avevano  raggiunto l’Oltrarno. Un episodio importante della Resistenza, sul quale sono stati scritti vari libri, tra cui quello del dirigente comunista Orazio Barbieri  ( I ponti sull’Arno, Editori Riuniti ), sarebbe stato lui insieme al comandante  partigiano Enrico Fisher   a stendere i fili del telefono lungo il Vasariano,  e quelli  dello storico  Carlo Francovich (La Resistenza a Firenze, Ed. Nuova Italia) e di Paolo Paoletti (Giorni di guerra, Ed Ponte alle Grazie). “Sono orgoglioso e commosso di aver  dato voce, con gli attori Sabrina Tinalli e Luca Marras“, mi dice Fabio Baronti, direttore della nota compagnia teatrale, “alle  testimonianze di Anna Banti, Nello Baroni e Piero Calamandrei, commosso come il numerosissimo pubblico presente che ha potuto apprendere dalla testimonianza di chi ha vissuto  le difficoltà, i dolori ma anche le speranze e le gioie della libertà riconquistata, uno spaccato di vita fiorentina senza retorica ed enfasi, un affresco colorito di quel periodo  e di quelle notti durante le quali la popolazione condivise,  tra le mura del palazzo, disagi e difficoltà in un clima di straordinaria solidarietà, che trasformarono persone di diverso ceto ed estrazione sociale, in comunità. Finita la guerra finì anche quella che la scrittrice Anna Banti   chiamò Repubblica  di Pitti,  che fu solo un sogno”.

Ma il centro distrutto fu ricostruito, a cominciare dal Ponte  di S.Trinita, la cui opera di ricostruzione  – com’era e dov’era – fu opera nel 1952 dell’architetto Riccardo Gizdulich, un funzionario della Soprintendenza ex partigiano della Brigata Rosselli confluita nella Divisione Arno guidata da Potente, che ne diresse i lavori, insieme all’ ingegnere Emilio Brizzi. Per la ricostruzione di questo ponte, Com’era e dov’era, si tenne conto anche delle tecniche usate nel XVI secolo e si seguì il principio del ripristino filologico indicato da Bernard Berenson.  La testa della Primavera di Pietro Francavilla, fu ritrovata nel fiume nel 1961. E grazie a quella ricostruzione, il celebre Ponte, realizzato fra il 1567 e il 1571 da Bartolomeo Ammannati su disegno di Michelangelo ( sua l’idea delle tre arcate) e per incarico di Cosimo I,  ci appare  nel suo elegante splendore che ne fa uno dei ponti più belli d’Italia, che anticipa la moda del barocco. Le altre statue decorative ai lati, installate nel Seicento,  sono opera di Taddeo Landini (Inverno) e  Giovanni Caccini (Estate e Autunno) e celebravano le nozze di  Cosimo II con Maria Maddalena d’Austria.

Nella notte dei ponti, uno solo si salvò: il più celebre di tutti, il Ponte Vecchio. La storia ufficiale  attribuisce alla sensibilità del console tedesco Gerhard Wolf, un uomo estremamente colto e raffinato, studioso di filosofia, lettere e, soprattutto, storia dell’arte, l’intervento sul comando tedesco per salvare il celebre Ponte dalla distruzione, tant’è che dopo la Liberazione  gli fu conferita la cittadinanza onoraria. Ma ultimamente, a sfatare la leggenda della grazia hitleriana,  è venuta alla luce una testimonianza, riportata nel volume Di pietra e d’oro (Maria Cristina de Montmayor editore), quella di una donna, Lucia Barocchi esponente di una delle più importanti e antiche famiglie di gioiellieri,   posta a conoscenza da una sua aiutante, tale Enrichetta, che a salvare il celebre ponte dalla furia nazista sarebbe stato un certo Burgassi,  che tutti sul ponte Vecchio chiamavano Burgasso. Un uomo piccolo di statura, storpio, devastato da una tremenda poliomielite, che sorvegliava le gioiellerie godendo della fiducia dei titolari che gli lasciavano perfino le chiavi dei negozi in custodia. Ebbene, in quei giorni di posizionamento delle mine  lui si aggirava   tranquillamente  poiché  i  tedeschi lo consideravano un innocuo vecchio malato. Vecchio e malato certamente, ma  attento a ciò che vedeva e sentiva. E così, venuto a sapere dove si trovavano gli allacciamenti delle mine, e sapendo che la notte prescelta per far saltare i ponti  era quella del 3-4 agosto, decise a rischio della propria vita di tagliare i fili disinnescando così le mine destinate al Ponte Vecchio.

Il segreto di Burgasso, è rimasto tale per molti anni, fino a quando la Barocchi non lo ha rivelato in una lettera indirizzata ad un’amica – Dora Liscia –  e da questa resa nota. La confidenza di cui era depositaria  Lucia si è arricchita ultimamente di nuovi particolari forniti da Luciano, marito di Enrichetta che, gravemente malato,  ha ritenuto di render noto il fatto di aver accompagnato lui stesso,  quella notte il Burgasso nel punto esatto dove i fili delle mine erano stati allacciati: in via dè Ramaglianti, dietro Borgo San Jacopo.  “Luciano, e noi non s’ha da fare nulla per la nostra povera Firenze”? Poi, davanti agli occhi di Luciano, rischiando la vita, Burgasso li staccò. Oggi, è lei, Lucia a dire: E noi non s’ha da fare nulla per ricordare quell’eroe? E a chi dice che questa non è verità, io rispondo: la verità si riconosce. Sempre”. E’ così che uno dei Ponti più celebri  al mondo, ricostruito dopo varie distruzioni nel 1345 ad opera di  Taddeo Gaddi, discepolo di Giotto e di Neri di Fioravante  è rimasto in piedi reggendo l’urto delle alluvioni e della guerra.

A chiusura di queste testimonianze che guardano al futuro, vogliamo ricordare le parole lungimiranti parole scritte da Ferruccio Parri  al termine della sua prefazione al libro di Orazio Barbieri, riferendosi ai giovani martiri di Figline:  «Sono figli di popolo, modesti, quasi anonimi, ma gridano, col cappio al collo : ‘Viva l’Italia libera’. Il grido di disperata difesa del loro sacri­ficio traversa il tempo e ferisce le nostre coscienze…. Figli e nipoti, lontani da queste prove, devono sapere. Non abbiamo il gusto dei rituali commemorativi, non ci erigiamo a custodi da museo di venerande memorie. Ma questo nostro Paese è facile all’oblio, ha scarsa ed incerta difesa dalla pigrizia di spirito e dalla ipocrisia, che ne è l’altra faccia : bisogna che questo antico grido di un popolo in­sorto, possa sempre raggiungere  le energie gene­rose, gli spiriti giovani, che sono la forza di una società e la garanzia del­l’avvenire».

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