mercoledì, Ottobre 20

Firenze: dai mosaici del Battistero alla Giornata della Memoria La riapertura dei Musei si svolge agli Uffizi nel segno dantesco delle ‘terre d’esilio’ e coincide con l’opera di restauro del ‘mio bel San Giovanni’ come Dante definì il più importante tempio della sua città natale

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La riapertura dei Musei nelle aree gialle è stata accolta con grande favore sia dai primi visitatori (circa 800 il primo giorno agli Uffizi) che, ovviamente, dal personale e dagli operatori  culturali, studiosi, guide turistiche, agenzie di book shops. Non tutti erano pronti all’appuntamento del 18 gennaio scorso, nella stessa città di Firenze i primi sono stati il Giardino di Boboliil Museo Nazionale del Bargello e il Museo del ‘900 (Museo comunale con una bella Mostra sui disegni di Henry Moore, il grande sculture inglese, la cui grande Mostra antologica di 50 anni fa al Forte di Belvedere ha lasciato un segno nella storia culturale della città), gli Uffizi sono arrivati  giorni dopo, ma in tempo per riproporsi come  il primo Museo italiano che, pur con tutte le limitazioni, è stato in grado di accogliere il giorno della ripartenza circa 800 visitatori.  

E  nella mattinata di oggi, in occasione della Giornata della Memoria che si celebra domani 27 gennaio, il Direttore della Galleria degli Uffizi Eike Schmidt ha ritenuto di dedicare una mattinata di studio  in diretta Facebook al tema ‘Terre di esilio, terre di confino’: ovvero – ricorda Schmidt  – alla storia di donne e uomini,  interi gruppi sociali, fedi, popoli… che per dissidenza, per improvvisa disgrazia agli occhi del regime di turno, sono stati costretti a vivere (e sovente a morire) altrove.   Una mattinata che ha abbracciato idealmente Ovidio all’Olocausto, passando da Guinizzelli a Dante a Carlo Levi. All’ incontro sono intervenuti  il Presidente della Comunità ebraica fiorentina Enrico Fink, Silva Rusich. vicepresidente dell’ANED, Claudio Di Benedetto (organizzatore e coordinatore del Giorno della Memoria per gli Uffizi), Alessia Cecconi, Direttrice della Fondazione CDSE di Prato, l’italianista Riccardo Bruscagli e il presidente del Circolo fratelli Rosselli Valdo Spini. Come nelle edizioni precedenti  hannofatto da sottofondo alle parole opere delle Gallerie, utili a comprendere l’intreccio fra memoria storica e memoria artistica. Ancor più  significativa la riapertura,  sempre a Firenze, del Memoriale italiano di Auschwitz, opera d’arte contemporanea collocata nell’ex campo di sterminio e poi smantellata, che qui ha trovato una nuova casa, nel quartiere periferico di Gavinana

Il Memoriale degli Italiani fu voluto, progettato e collocato nel Blocco 21 del campo di Auschwitz dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) grazie alla collaborazione di un eccezionale gruppo di intellettuali tra i quali spiccavano i nomi degli architetti Lodovico e Alberico Belgiojoso, dello scrittore Primo Levi, del regista Nelo Risi, del pittore Pupino Samonà e del compositore Luigi Nono che produssero una delle prime installazioni multimediali al mondo.

Allestito nel campo di concentramento nel 1979 e inaugurato nella primavera successiva, dopo 40 anni al termine di una lunga e dolorosa vicenda che ne determinò prima la chiusura poi il rischio di smantellamento da parte della direzione del museo, il Memoriale è potuto rinascere a Firenze grazie a un complesso progetto che ha visto lavorare fianco a fianco Comune di Firenze, Regione, Ministero per i Beni e le attività culturali e la stessa Aned, proprietaria dell’opera, con il sostegno decisivo di organizzazioni come la Fondazione Cr Firenze, Firenze Fiera, Unicoop Firenze, Studio Belgiojoso, Cooperativa archeologia. K-Array, Tempo Reale.

Finalmente, in questi giorni, il Memorial di Firenze    ha potuto riaprire i battenti e oggi riapre anche il Museo della Deportazione di Prato. “Non per celebrare”  – dichiara Ugo Caffaz, della Comunità Ebraica – “perché non c’è niente da celebrare, ma per ricordare, conoscere, meditare sul genocidio  prodotto dall’odio razziale e dalla ferocia nazista nei riguardi di 6 milioni di vittime finite nelle camere a gas e nei forni crematori dei lager nazisti: ebrei, comunisti, dissidenti politici, rom, omosessuali, minoranze etniche, uomini, donne e  bambini, 1  milione e 200 mila i bambini uccisi, non dimentichiamolo, perché è un modo per respingere ogni forma di negazionismo, ogni rigurgito nazifascista.”          

Ma al di là dei momenti espositivi, con il doveroso richiamo alle tragedie vissute dall’umanità, l’evento culturalmente più rilevante della vita artistica storica culturale e religiosa di Firenze di questi giorni è dato dalla conclusione della prima fase dei lavori di restauro di ben quattro pareti  interne del più antico monumento della città del Fiore, ‘il mio bel San Giovanni’ così lo definì Dante Alighieri, che  vi fu battezzato nel 1265. Ora, i ponteggi saranno smontati per essere rimontati sugli  altri quattro lati dell’ottagonale edificio, la cui edificazione avvenne nel VII secolo con la volta aperta al cielo come il Pantheon romano  sui resti di un tempio pagano. Ma fu intorno al 1290 che l’edificio fu rivestito di marmi bianchi e verdi ad opera di Arnolfo di Cambio, il grande archistar del tempo. Ebbene, questa prima  fase di lavori di restauro  iniziati nel 2017 con un investimento da parte dell’Opera del Duomo, sottolinea Vincenzo Vaccaro, di oltre 1 milione e mezzo di euro, ha riportato all’antico splendore  il più celebre  monumento fiorentino, tempio religioso e civile. Un restauro   curato  dalle restauratrici e  dai  restauratori di Claudia Tedeschi e dell’Impresa Cellini, che ha riguardato i trecenteschi mosaici parietali, raffiguranti profeti, vescovi e cherubini. Uno splendore che richiese 70 anni di lavoro ( tra il 1240 e il primo decennio del Trecento)   e investimenti straordinari, per rivestire da tessere musive di vetro gli otto spicchi della grande  cupola, composte per  rappresentare il Giudizio Finale con i cicli di storie della Genesi, di Giuseppe Ebreo, del Battista e di Cristo:  mille metri quadrati di mosaico abbagliante per l’oro dei fondi e la vivida policromia dei soggetti raffigurati, ai quali lavorarono tre generazioni di artisti, tra cui Cimabue e lo stesso Giotto. Un’impresa  unica, per quel tempo,   tanto da arrivare fino a noi, la cui bellezza ci è ora restituita con l’uso di tecniche innovative, ricostruzioni in 3 D di resina, ‘appoggiate’ alle pareti con piccole calamite e quindi agevolmente sostituibili. L’opera di restauro architettonico, diretta dall’arch. Beatrice Agostini,  e accompagnata da campagne diagnostiche e studi iconografici e storici a cura dell’Università di Firenze e del CNR, con i successivi interventi sulla volta, restituirà al mondo, quel “prezioso scrigno marmoreo”  che, ricorda Anna Maria Giusti, consulente storico-artistica, già il Vasari riconduceva ad un esempio di misura e perfezione d’arte,  che quei  fortunati che hanno avuto la possibilità – parliamo di giornalisti e operatori – di salire sulle  impalcature,  trovarsi faccia a faccia con le figure che popolano l’Inferno e    avvicinarsi come  non mai  al Cristo risorto del Giudizio universale,  hanno accolto con stupore, sopraffatti dall’ incanto  di questa meraviglia che da secoli  segna la vita  la storia religiosa civile e artistica di Firenze.  «Qua –  si legge entrando attraverso la Porta del Paradiso, nello zodiaco di marmi intarsiati sul pavimento – vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili». Ed è proprio così. «Il Battistero di San Giovanni, il tempio dedicato al Battista – spiega l’architetto Samuele Caciagli, responsabile dell’Area tecnica dell’Opera di Santa Maria del Fiore – è il capolavoro dell’architettura fiorentina che più di ogni altro domina nella storia della civiltà e illustra al meglio la grandezza storico-artistica di Firenze.  La  sua struttura ottagona policroma, caratterizzata dall’alternanza di marmi bianchi e serpentinite, suscita ancora oggi grande interesse per la straordinaria ricchezza di particolari decorativi e per le sue eleganti geometrie classiche».

Dunque, dal fronte museale non solo fiorentino  ma dell’intero Paese (ha riaperto al pubblico anche l’Antiquarium di Pompei, che accoglie con un allestimento permanente i reperti provenienti dal sito archeologico della città distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.), arrivano segnali positivi per il prossimo futuro che vedrà ancora la chiusura nei fine settimana per evitare  mobilità e assembramenti. Restano invece  ancora inspiegabilmente chiusi teatri, luoghi di  musica e spettacoli suscitando mugugni e vistose proteste di quanti vivono di queste attività altrettanto vitali per il nostro Paese.

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