martedì, Maggio 17

Firenze celebra Michelangelo: dal David 140 alle Tre Pietà Ha preso il via alla Galleria dell’Accademia il programma per ricordare gli anni della presenza della celebre icona, trasferitavi nel 1882. Grande interesse per le Tre Pietà esposte al Museo dell’Opera del Duomo. Un’occasione per ammirare i capolavori di questo straordinario artista che il Vasari considera ‘mandato da Dio’

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Fra le varie mostre che Firenze ospita in questi giorni, sono ancora i grandi protagonisti dell’arte rinascimentale a dominare lo scenario espositivo. E, obbiettivamente, non potrebbe essere che così di fronte a geni assoluti come Michelangelo e Donatello. Perciò è di loro Michelangelo che l’Indro si occupa questa settimana, le cui opere sono l’attrazione principale di due fra i più significativi  musei al mondo: la Galleria dell’Accademia e il Museo dell’Opera del Duomo, che fortunatamente – ci informano- non ha subito alcun danno dal  terremoto  di pochi giorni fa, avvertito sensibilmente anche a Firenze ma con epicentro Impruneta, nei colli d’intorno.  

Alla Galleria dell’Accademia, sono iniziate le celebrazioni, con una serie di iniziative artistiche e culturali, di David 140, attraverso le quali si ricordano i 140 anni della presenza dell’opera  michelangiolesca l’icona maschile più celebre al mondo, all’interno della Galleria. Al Museo dell’Opera del Duomo, sono esposte invece le tre Pietà del Buonarroti:  ovvero la pietà Bandini, di cui è da poco terminato il restauro e i calchi della Pietà Vaticana e della Pietà Rondanini. Dunque, questi due grandi musei racchiudono sia un’opera giovanile, il David che l’artista realizzò quando aveva 26 anni, che opere della tarda età, come la Pietà Rondanini realizzata all’età di 77 anni. Cominciamo dal David.

Si tratta della scultura originale, che fino ad allora – era il 22 luglio del 1882 –  era stata esposta sull’arengario di Palazzo Vecchio, così come stabilito nel 1501, da un Comitato di esperti, piuttosto divisi tra loro: Botticelli l’avrebbe voluta collocare sulla scalinata del Duomo, Leonardo ed altri sotto la Loggia dell’Orcagna.  Fu scelto l’arengario.

Era il 22 luglio 1882 quando la Tribuna della Galleria dell’Accademia di Firenze aprì al pubblico, concepita appositamente dall’architetto Emilio de Fabris per custodire e preservare dalle intemperie il David di Michelangelo, collocato, fino a 9 anni prima, sull’Arengario di Palazzo Vecchio. Sono passati 140 anni da allora e la Galleria dell’Accademia di Firenze ha deciso di celebrare questa ricorrenza con DAVID 140, un programma denso di eventi.  A partire da lunedì 9 maggio musicisti, storici dell’arte, intellettuali, italiani e internazionali, si alterneranno sotto il lucernario della Tribuna, per celebrare con un loro personale omaggio un’opera iconica, conosciuta in tutto il mondo. Patti Smith, Cristina Acidini, Aldo Cazzullo, Cappella de la Torre, Théotime Langlois de Swarte e Violaine Cochard, Felipe Pereda e l’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino sono gli ospiti della prima parte di DAVID 140 che proseguirà anche dopo l’estate, per tutto il 2022.

Abbiamo invitato personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo per festeggiare il David e i 140 anni dallo spostamento all’interno del nostro museo, intervento che è stato uno dei primi esempi di tutela e conservazione di un bene culturale –  spiega Cecilie Hollberg, direttore della Galleria dell’Accademia di Firenze – il personaggio biblico, scolpito da Michelangelo, l’eroe David, giovane Re di Giuda e di Israele che vince il gigante Golia, è una figura leggendaria, simbolo del bene che lotta contro il male, che nei secoli ha affascinato tanti artisti, così da essere oggetto di molte sculture del Rinascimento e non solo. Ognuno dei nostri ospiti racconterà e approfondirà aspetti della storia dell’opera e dell’artista che l’ha creata; dialogherà in forma di spettacolo con una delle statue più amate in assoluto. Se nell’immaginario collettivo  il David michelangiolesco rappresenta “l’uomo più bello del mondo”, per i fiorentini e gli esperti e storici dell’arte, riveste anche un altro  significato: commissionato all’artista dalla Repubblica fiorentina il 16 agosto 1501, in cambio di 6 fiorini al mese per un periodo di 2 anni, l’artista  impiegò 2 anni e mezzo per lavorare  su un marmo già scalpellato da Simone da Fiesole, e realizzare un David più adulto rispetto al giovincello biblico. Si narra  che durante gli ultimi ritocchi alla statua il Gonfaloniere Pier Soderini la trovasse perfetta tranne che nel naso, a suo dire, troppo lungo. E allora Michelangelo prese lo scalpello  con una mano e senza farsene accorgere prese con l’altra polvere di marmo, che lasciò cadere mano a mano che fingeva di scalpellare. Adesso che ve ne pare? Chiese sornione l’artista  al committente. “Adesso è perfetta, gli avete dato la vita!” Ciò che l’artista  non poteva cambiare era la qualità non eccellente del marmo. Fin da subito il popolo fiorentino fece del David  il simbolo delle riconquistate libertà repubblicane.

Come David aveva difeso il suo popolo, così avrebbe difeso la città di Firenze e la sua libertà. Laborioso e complesso il suo primo trasferimento, in piazza Signoria,  altrettanto il secondo nel 1873 nella Tribuna dell’Accademia. Scelta assolutamente necessaria per sottrarre la statua  alle aggressioni del tempo  alle ingiurie  e agli atti vandalici degli uomini: preso a sassate nel 1504 (ferite alla schiena), colpito il basamento da un fulmine  (1512), oggetto di scontri fra giovani della fazione medicea e repubblicana ( 1527: frattura del braccio sinistro in tre parti), danni al dito medio della mano destra ( 1813), restauri sbagliati (1843 e 1873), assalito da un folle (1991) che gli rompe l’alluce del piede sinistro), la celebre statua ne ha subite non poche  nel corso della sua vita. Ma David ( quello di Michelangelo) è un ragazzo forte, imponente e fiero. La testa si volge a sinistra di scatto e lo sguardo si ferma verso il nemico: egli è colto nel momento in cui fissa l’avversario e si prepara a sferrare il colpo mortale. David è nudo. Il suo corpo è bello come quello di una statua antica ed esprime la sua forza fisica e morale.Tutto il peso del corpo è sulla gamba destra nella quale si contraggono  per lo sforzo i muscoli  , mentre la gamba sinistra si flette in avanti. Il braccio sinistro si piega a reggere la fionda sulla spalla e quello destro è disteso sul fianco, ma pronto allo scatto. Un’opera di straordinaria bellezza, un’icona che tutto il mondo c’invidia. Ora, è oggetto di nuove celebrazioni che vanno sotto il nome di David 140. Celebrazioni iniziate il 9 maggio con un concerto de ‘la Cappella de la Torre’, uno degli ensemble più importanti al mondo per gli strumenti a fiato, fondato nel 2005 e diretto da Katharina Bäuml,   conosciuta soprattutto per la sua ricerca della musica dal XV al XVII secolo, un arco di tempo importante dove le sonorità medievali antiche sono ancora presenti e convivono con quelle del rinascimento. Seguiranno il 16 maggio Théotime Langlois de Swarte, giovanissimo musicista francese, virtuoso del violino, poi  Cristina Acidini, storica dell’arte, con un intervento dal titolo Travi e rotaie. Il trasporto del David alla Galleria dell’Accademia nel 1873, narrando il complesso “traslocamento” della scultura, da piazza della Signora fino al suo trionfale ingresso all’Accademia, su un carro in legno, ideato dagli ingegneri Porra e Poggi. Uno spostamento durato ben 5 giorni, dal 31 luglio al 4 agosto, e che, visto il caldo, è stato possibile eseguirlo solo dalle 4 alle 11 del mattino. Il 30 maggio sarà la volta di un altro concerto con l’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino che introdurrà la serata con i Sonetti XVI e XXXI della raccolta Seven sonets of Michelangelo op.22 di Benjamin Britten, mentre Alla figura di Pietro Torrigiano scultore e medaglista della Scuola fiorentina, noto per la sua rivalità con il coetaneo Michelangelo, tanto da sferrargli un pugno che gli ruppe il naso, è dedicato l’appuntamento del 6 giugno. A parlarne sarà Felipe Pereda, storico dell’arte, professore di Arte spagnola presso la Harvard University, che di questo artista ha redatto la prima biografia mai scritta, Torrigiano. L’uomo che ha rotto il naso a Michelangelo.  Firenze patria morale degli italiani è il titolo dell’incontro che avrà come protagonista, il 13 giugno, Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore italiano, autore del libro A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l’Italia, che per il David nutre una particolare passione.

Questa prima parte di DAVID 140 si chiude il 27 giugno con un’altra icona contemporanea, Patti Smith, straordinaria autrice e interprete, una delle figure femminili più carismatiche e dirompenti della storia della musica dalla fine degli anni Sessanta ad oggi:  Patti si esibirà in uno speciale reading musicale, omaggio al genio di Michelangelo Buonarroti. Veniamo ora alle Tre Pietà. In occasione dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace 2022”, che ha visto riuniti  a Firenze i Vescovi e i Sindaci del Mediterraneo è stata aperta al pubblico nel Museo dell’Opera del Duomo la mostra: LE TRE PIETÀ DI MICHELANGELO. Non vi si pensa quanto sangue costa. Per la prima volta un’esposizione mette a confronto, vicina l’una all’altra, l’originale della Pietà Bandini, di cui è da poco terminato il restauro, e i calchi della Pietà Vaticana e della Pietà Rondanini provenienti dai Musei Vaticani. La mostra è un progetto che vede coinvolti i Musei Vaticani, il Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Novecento di Firenze, il Castello Sforzesco di Milano e le istituzioni dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Comune di Firenze, Comune di Milano e Fabbrica di San Pietro. Collocate una vicina all’altra, le tre Pietà offrono l’opportunità al pubblico di vedere l’evoluzione dell’arte di Michelangelo nonché la sua maturazione spirituale, dalla prima giovinezza – quando a Roma scolpì per la Cappella dei Re di Francia nell’antica San Pietro l’opera ora nella navata laterale nord della Basilica – alla sua ultima stagione, quando, ormai vecchio, mise mano alla Pietà oggi a Firenze e poi alla Pietà Rondanini conservata a Milano. Si tratta di un percorso lungo più di cinquant’anni, che conduce dall’ambizione del giovane che scolpì il proprio nome sul petto della Madonna della versione vaticana,  all’ immedesimazione personale dell’anziano artista, che in quella del Museo dell’Opera raffigura se stesso nelle sembianze di Nicodemo. Vicino alla propria morte, Michelangelo meditava profondamente sulla Passione di Cristo, come egli stesso fece capire in un disegno della Pietà, donato alla marchesa di Pescara Vittoria Colonnadove scrisse la frase dantesca: “Non vi si pensa quanto sangue costa” (Paradiso XXIX, 91). Risultato finale di questa meditazione spirituale fu l’esecuzione della Pietà Rondanini, la cui estrema bellezza rifulge nel tramonto della figura. Nel prossimo autunno i tre calchi in gesso delle Pietà originali saranno esposti a Milano nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale in un nuovo allestimento appositamente progettato. Ma intanto, godiamoci l’esposizione fiorentina che ruota intorno al recente e delicato restauro della Pietà Bandini  a confronto con i due calchi conservati nei Musei Vaticani. Calchi che non sfigurano accanto all’originale fiorentino – spiega Barbara Jatta, Direttore dei Musei Vaticani – non solo perché condotti a regola d’arte ormai qualche decennio fa da maestranze competenti, ma soprattutto perché, in un’epoca di grandi discussioni sulle riproduzioni NFT (Non Fungible Token) e DOC (Digital Original Copy NFT), testimoniano della necessità che si è sempre avuta di riprodurre capolavori universali della fede e dell’arte per la loro divulgazione ad un ampio pubblico. Il confronto tra queste tre opere per Timothy Verdon, Direttore del Museo dell’Opera del Duomo: “ Permette di misurare la crescita stilistica del Buonarroti nei cinquant’anni che separano la Pietà giovanile dalle altre due, e l’evoluzione assai più concentrata ma anche drammatica tra la Pietà fiorentina e quella milanese. Consente inoltre di cogliere la maturazione del pensiero di Michelangelo intorno al soggetto sacro tra la fine del Quattrocento e la metà del secolo successivo, mettendo a fuoco il nesso tra vita ed arte nello scultore credente che, per buona parte della sua carriera, era al servizio dei papi e quindi interprete privilegiato delle istanze di una Chiesa in dinamico cambiamento”.  In un momento così drammatico per  il mondo, il Mediterraneo e l’Europa, questa mostra – è stato osservato da Sergio Risaliti, direttore del Museo del Novecento – intende essere un segno di speranza e di misericordia:  come non riconoscere nelle tre Pietà il dolore degli altri, degli ultimi che cercano un porto sicuro, giustizia e fratellanza”?

Per il Cardinale Giuseppe Betori, “ tra le immagini più significative che lungo i secoli hanno dato forma alla figura di Maria nel cuore dei credenti c’è senza dubbio la Pietà, il corpo di Gesù deposto dalla croce accolto dalla Madre tra le braccia. Di questo gesto non v’è traccia nei racconti della passione del Signore che ci offrono nei Vangeli e di esso non fa menzione neanche la letteratura apocrifa. “ Il Sindaco Dario Nardella invita a lasciarsi emozionare dalla possibilità di mettere a confronto le tre Pietà di Michelangelo, sublimi incarnazioni del suo genio, della sua potente immaginazione e profonda spiritualità. Vederle accanto, in una sorta di dialogo ‘impossibile’, è un’emozione senza pari”.Infine, per Luca Bagnoli, Presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore: “La mostra è un progetto di alto valore spirituale e artistico che ha un particolare significato nel contesto in cui l’Italia e il resto del mondo si trovano adesso, costretti a un periodo prolungato di sofferenza.”  Da sottolineare, infine, ed è Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Milano a farlo –  la collaborazione  tra le due istituzioni civiche ( Firenze e Milano e il Vaticano, generando  occasioni di confronto e dialogo e  contribuendo a stimolare nuovi spunti di lettura per queste opere che rappresentano un patrimonio artistico e poetico che va ben oltre i confini nazionali. Infine, qualche cenno alle tre Pietà.

La prima Pietà di Michelangelo fu realizzata a ridosso del giubileo del 1500, quando il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas commissionò al giovane Buonarroti “una Vergine Maria vestita con Cristo morto, nudo in braccio”. Il committente era a Roma dal 1491, come capo di una delegazione inviata da Carlo VIII di Valois presso la corte papale per preparare la riconquista francese del regno di Napoli.  Con la Pietà Vaticana (1498-1499), il giovane  artista fiorentino impressionò il suo tempo: tale era la bellezza di quel Cristo nudo sorretto amorevolmente dalla Vergine, una giovanissima ragazza umile e casta, avvolta in un profluvio di panneggi.  Quella giovinezza venne criticata dai più, sembrando poco consona alla Madonna. Michelangelo si difese dalle critiche spiegando che la verginità e la purezza mantengono giovani e belle le donne. Il capolavoro venne collocato nella cappella di Santa Petronilla poco prima del 1500, anno del giubileo,  poi spostato in San Pietro.. Cristo appena deposto dalla croce pare dormire in seno alla giovane madre.  La morte non oltraggerà quel mirabile uomo: il più bello tra gli esseri viventi. Nel corpo intatto, senza segni di violenza subita, si legge già il risorto, colui che vince la morte.  

Molti anni dopo la Pietà vaticana, Michelangelo tornò a scolpire lo stesso soggetto. Nel frattempo, Roma era stata saccheggiata, La Repubblica di Firenze era crollata e i Medici erano rientrati in città. Michelangelo ha lasciato Firenze nel 1534 e si è stabilito per sempre a Roma. Dopo la morte di Alessandro de’ Medici, ucciso dal cugino Lorenzo, il duca Cosimo I comanda come un principe assoluto. Nel 1547 muore Vittoria Colonna alla quale l’artista era legato spiritualmente. Michelangelo è un artista ormai anziano sempre più concentrato sul destino umano, sulla morte e resurrezione di Cristo, lavora in preda a frequenti crisi depressive. Comincia a temere la propria morte, il giudizio divino. Fa voto di povertà. Si aggrappa infine alla croce e mette al centro della sua esistenza e della sua ispirazione Cristo, salvatore dell’umanità. L’esecuzione della Pietà Bandini è lunga e difficile, la datazione controversa. Di sicuro il maestro cominciò a lavorare il blocco intorno al 1547. Tuttavia, Michelangelo non portò a termine il lavoro, e la statua, prima di essere venduta nel 1561 a Francesco Bandini, fu conclusa in alcune parti da Tiberio Calcagni, principale assistente del Buonarroti. La statua avrebbe dovuto essere collocata in Santa Maria Maggiore a Roma, probabilmente per la sepoltura di Michelangelo. L’artista, irritato per la durezza del marmo,  la prese a martellate, rompendola in più punti. Acquistata da Cosimo III dei Medici fu destinata ai sotterranei di S.Lorenzo, poi in Duomo e ora  al Museo dell’Opera del Duomo. L’ultima Pietà detta Rondanini, fu rinvenuta nello studio di Michelangelo dopo la sua morte, vi lavorò fino all’ultimo.  Nell’inventario redatto in quei giorni la Pietà è descritta in questi termini: “Statua principiata per un Cristo et un’altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite”. Secondo il critico siamo già  in una esperienza di notte oscura. Acquistata dai marchesi Rondanini nel 1744, la Pietà è arrivata a Milano dove si conserva nel Castello Sforzesco dal 1952.

Un’occasione dunque, per ammirare alcune tra le più straordinarie opere di questo  immenso artista  che, secondo Giorgio Vasari, fu un “esemplo mandato da Dio agli uomini dell’arte nostra, perché s’imparassi da lui, nella vita sua i costumi e nelle opere, come avevano a essere i veri et ottimi artefici…”

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