martedì, Ottobre 26

Firenze: amarezza e proteste per il ‘caso Antognoni’ La società costringe all’addio il mitico Capitano, figura-simbolo della Fiorentina e della città. Immediate le proteste di buona parte della tifoseria che riconosce nel Campione del mondo dell’82 la sua Bandiera. Intanto l’ex dirigente viola va in piazza S. Croce a sostenere la lotta dei 422 operai della GKN ‘crudelmente’ licenziati da una multinazionale inglese

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Che lo sport in generale e, in particolare il gioco del calcio, assumano significati simbolici  più generali, è cosa assai nota, come si è visto con le reazioni al successo degli azzurri in Europa: dalla piazza al Quirinale al parlamento europeo.  Per giorni non si è parlato d’altro e la festa continuerà in altre forme, non essendo molte le ragioni per cui gioire in questo  dannato periodo  segnato duramente dalla pandemia (che purtroppo dà segni di risveglio), dai licenziamenti, dai disagi della  crescente povertà, dalle violenze e dalla solitudine. Che poi queste  esplosioni d’entusiasmo siano seguite da una scia di polemiche  e di scaricabarile (come quelle seguite alla sfilata del pullman con gli azzurri per le vie di una Roma festante con e senza mascherine ) è cosa altrettanto scontata.  Non stupisca  perciò il fatto che una città  – Firenze – sia in agitazione in questi giorni per il licenziamento del suo campione-simbolo, del suo ‘eterno e unico Capitano’Giancarlo Antognoni da parte del padrone della società, l’imprenditore  calabro-americano Rocco Commisso.

Un atto ai più incomprensibile, ma non alla ‘bandiera’ viola che, dopo aver assistito ad un suo graduale allontanamento dalle decisioni riguardanti la prima squadra attinenti al suo ruolo di Club Manager, si è trovato di fronte ad una proposta di declassamento (selezionare  al video le giovani promesse), che non poteva accettare. Nessun altra proposta è stata accettata dalla proprietà irremovibile nei suoi propositi. “Purtroppo” – ha scritto Antognoni – “non ci sono stati margini di discussione, prendere o lasciare. La Proprietá mi vuole fuori dalla prima squadra, questo è il punto. Giá prima di incontrarci ero stato invitato a lasciare il mio ufficio, cosa di per sè abbastanza eloquente.” Di questa vicenda che lascia l’amaro in bocca – soprattutto per le modalità con cui è stata condotta – il Campione non ne vuol più parlare. “Quello che avevo da dire, l’ho già detto. Ora basta, capitolo chiuso.Come vivi questo  momento? Normalmente.

Ciò detto se n’è andato in piazza S.Croce , dov’era in corso la grande manifestazione sindacale per il brutale  licenziamento (via email) dei 422 operai della  GKN, che produce componentistica per auto nella zona di Campi Bisenzio,  da parte della multinazionale inglese Melrose: Mi dispiace per quello che è accaduto alle famiglie – è il suo commento  – sono stati licenziati da questa azienda in modo crudele. Sono qui a dare il mio sostegno e presenziare qui con loro”. Riguardo alle cose già dette, c’è la dura critica per l’atteggiamento del Presidente:  neanche una telefonata. “Non pensate che avrei meritato un po’ di rispetto?” ha detto il Campione.

Era inevitabile che una rottura così traumatica provocasse sconcerto e anche spaccature nella tifoseria viola, in questa città che lo ha visto maturare, crescere, prendere per mano la squadra e portarla sempre più in alto, fin quasi allo scudetto, mancato d’un soffio per  sospette e discutibili circostanze ( era l’82). Per comprendere ciò che sta accadendo, le proteste, gli striscioni, le polemiche sarà bene inquadrare questa vicenda  professionale e  umana nella recente storia fiorentina.  

Vale a dire di una città, in cui il colore viola avvolge tutto e, in particolar modo i suoi simboli, come  appunto quel ‘ragazzo  che corre guardando le stelle’,  come lo definì  il giornalista  Vladimiro Caminiti, quando lo vide nella partita d’esordio a Verona nel  1972. Da allora, quel ragazzo biondo, mingherlino, nato a Marsciano in Umbria, diverrà il simbolo della Firenze sportiva. Non solo per la falcata ineguagliabile, la visione del gioco, l’eleganza e la correttezza in campo e nella vita, ma per quella che per gli amanti di uno  sport fondato sui sentimenti identitari, insomma, per l’attaccamento alla maglia, costituiscono valori di fondo. E lui, lo sottolineano in molti in questi giorni amari per  buona parte della tifoseria viola, quella maglia ce l’ha attaccata sulla pelle. Come pochi altri, più di altri. Totti ? Maradona? Riva, Rivera, Facchetti? Tanto da rifiutare le offerte  di grandi club ( Juventus e Roma).  Gli amanti di un calcio che guarda ai sentimenti più che al business, capiranno.

La tifoseria – e lo si è visto in queste ore in cui le testimonianze di stima e d’affetto, i ricordi allagano i social –  non dimentica che quel ragazzo biondo la pelle l’ha messa a rischio ben due volte: la prima nel novembre dell’81, quando una ginocchiata del portiere del Genoa ( Martina) lo colpì alla tempia, tanto da farlo restare immobile sul terreno di gioco in uno stadio ammutolito,  con arresto cardiaco in atto. Salvato dalla respirazione bocca a bocca del massaggiatore viola ( il “mitico” Pallino, Ennio Raveggi) e dall’intervento chirurgico alla testa da parte del prof. Pasquale Mennonna, dopo lunga degenza a neurochirurgia e la faticosa preparazione atletica, quel ragazzo, nel frattempo divenuto Capitano, tornò  in campo per guidare la squadra verso il terzo scudetto, mancato per un soffio. E soprattutto, per rappresentare nella mitica nazionale di Bearzot che vinse il Mondiale dell’82, i colori di Firenze. Per lunghi anni è stato l’unico giocatore viola nel panorama degli azzurri d’Italia. La seconda volta che rischiò la fine della carriera alla guida della sua amata Fiorentina, fu nel febbraio dell’84, quando un giocatore della Sampdoria ( Pellegrini) gli frantumò in un duro intervento tibia e perone. Anche quella volta, dopo lunga e sofferta degenza e vari interventi chirurgici,  rialzò la testa, per guardare quelle ‘stelle’ che non gli avevano portato  fortuna. Eppure, in quelle cadute e risalite, c’era un che di biblico che resero indissolubile il suo legame  con la città, i suoi simboli, il suo popolo. Qualcuno lo paragonò al David, altri  – come un raffinato intellettuale di sinistra, Massimo Ghiaraall’Arcangelo Gabriele. Per tutti era semplicemente Antonio, o simpaticamente Enel, ovvero la luce. Ne da un’idea il  bel brano  musicale di Pupo, dedicato all’amata Firenze, dal titolo S.Maria Novella: La colazione con i bomboloni /E guai a chi parla male di Antognoni/
Raggio di sole arriva il nuovo giorno/Gente che va giurando un ritorno…..Per tutto questo ed altro ancora, lo strappo operato dal patron americano e dal suo staff, è considerato  qui da buona parte della tifoseria viola,  un’ingiuria alla sua storia recente, al suo glorioso passato, alla sua identità. E anche ai suoi tifosi,  a coloro che considerano indissolubile il legame tra il Campione e la squadra del cuore.

No, non è la prima volta che ciò accade. Accadde anche alla fine della gestione Pontello e allora intervenne l’intero Consiglio Comunale  a sostegno del Capitano. Poi fu lui ad evitare le polemiche andandosene in Svizzera a finire la carriera di calciatore. Anche mio figlio Luca, oggi giornalista, ricorda come Antognoni fosse fin da piccolo il suo idolo. E in particolare sottolinea  un momento nella vita del campione, quasi dimenticato, eppur unico nel suo genere, in quanto  non ha eguali nella storia del calcio. E cioè per un intero campionato prima 1500, poi un po’ meno, tifosi viola e  fans del loro Capitano,  se ne partivano il sabato con treni e mezzi privati per andare a vederlo giocare nel Losanna….oltre mille chilometri per seguire il loro beniamino: “ non possiamo vederlo giocare a Firenze, veniamo perciò qui in Svizzera”. “ Per loro, per noi – è ancora il commento di Luca – era un godimento degli occhi e dello spirito, ed  è qui – aggiunge – che la sua immagine si sposa con  i valori artistici ed estetici della nostra città, patrimonio culturale mondiale. Dotato di una classe raffinata, di un gesto atletico  puro e corretto, di una falcata elegante, di una visione del gioco a tutto campo, nonché di lanci  lunghi e millimetrici, era un’estasi vederlo. Noi, ancora ragazzi, andavamo allo Stadio non tanto per i risultati (se c’erano tanto meglio) quanto per vedere il nostro campione in azione, cui poi si aggiungeranno negli anni ’80, altri grandi, tanto da fare di quella Fiorentina un team  stellare, apprezzato in Europa e nel mondo.

La stampa si sbizzarriva a coniare immagini con cui identificarlo: chi il Bell’Antonio, chi “Il puttino”. Addirittura il vignettista Giuliano, dichiarò che Antognoni doveva stare….agli Uffizi. Un’esagerazione? No, a sentire l’ex Direttore degli Uffizi Antonio Natali, il quale, in un convegno cui prese parte anche Antognoni dal titolo ‘Campioni dell’arte e artisti del pallone. Poesia del lancio lungo’ l’illustre studioso paragonava il campione a Leon Battista Alberti. “ Lui, l’Alberti, è l’architetto dell’armonia, rigoroso fino ad un certo punto poi una levata inaspettata…un colpo di genio. E anche Giancarlo è un architetto, un costruttore di gioco, tessitore di trame e geometrie precise che si sviluppano con un lancio inatteso, un’invenzione suprema….” Ecco dunque spiegata l’arte del calcio, di quel gioco che in forme assai più rudimentali,  piaceva  ai Medici tant’è che il Duca Alessandro aveva voluto un affresco per la villa di Poggio a Caiano raffigurante una partita di calcio, perché – diceva – “il gioco porta armonia”. Che si trattasse di Una storia d’amore quella tra Antognoni e Firenze, era  il tema di un docu-film, realizzato tra gli altri  da chi scrive, che si è snodata negli anni, fino ad investire  nonni e nipoti che hanno avuto il privilegio di vederlo giocare o di vederne le gesta in tv.  Anche ora allo stadio, nell’amata curva Fiesole, vi è un poster fisso con la sua immagine: Onora il padre. Resta da vedere cosa accadrà quando gli stadi  ( e quindi anche il Franchi)  torneranno a popolarsi e il mitico 10,  non sarà in tribuna (“non ci andrò per non creare imbarazzi, ha detto).  Naturale che una buona parte della tifoseria  si senta ferita e tradita da questo strappo.  

Basta scorrere alcuni dei  numerosi social: Non c’è Fiorentina senza Antonio” , Antonio non si tocca! Noi  sappiamo chi è Antognoni: la nostra bandiera, il nostro capitano, il nostro unico 10,. è quello con la maglia cucita addosso che ha scelto sempre di rimanere con noi e non ci ha mai traditi. Antonio è la nostra storia”. Alcuni sfiorano l’Amarcord, come Fabio Detti:  “ Un’altra delusione da questa società, che non capisce il tuo valore assoluto come persona e come uomo di calcio….. Venivo con mio babbo allo stadio che ero un bambino… la mia prima maglia viola aveva il numero 10… Iil tuo numero 10! Sempre dalla tua parte! “ Altri danno un senso più preciso alla protesta, come Barbara Pacini, che si rivolge alla moglie del campione del mondo:  “Rita, io ho cambiato l’ immagine del profilo perche’ la bandiera viola con stelle e strisce non mi rappresenta piu’”.  

Ci sono ovviamente  anche voci di segno opposto, che sostengono il diritto della proprietà di fare ciò che vuole, che il calcio è cambiato e non è il caso di tenere in vita  sentimenti che appartengono ad altre stagioni. Sta di fatto che la  tifoseria è divisa. E nella parte ferita e amareggiata si comincia a dubitare dei metodi padronali della società americana, cui non si perdona l’ignoranza  della storia calcistica di questa città.  Del resto, lo stesso Presidente aveva già dato dimostrazione della sua indifferenza verso un patrimonio architettonico e culturale come lo Stadio Franchi, l’opera di Pier Luigi Nervi, considerata un monumento nazionale, una preziosa testimonianza  del razionalismo architettonico degli Anni ’30, che aveva  manifestato l’intenzione di ‘distruggere’ per dar vita ad un nuovo stadio e ad operazioni  edificatorie che potevano snaturare il quartiere. La ferma protesta di Italia Nostra, dell’Ordine degli Architetti, della stessa Fondazione Franchi, trovarono però un riscontro nelle decisioni Ministeriali di stoppare questo tentativo, indicando al Comune ( che ne è proprietario) l’unica ragionevole strada da seguire: quella di un intelligente restyling. Il pericolo di un mutamento del volto e del carattere del quartiere del Campo di Marte sussiste tuttora, ma il Franchi resterà in piedi, profondamente rinnovato. Quanto alla Fiorentina, intesa come società, dovrà fare i conti con la figura incombente Giancarlo Antognoni, insomma una sorta di Convitato di Pietra.

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