lunedì, Settembre 20

Fine pena mai per il premier image

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Anche Scelta Civica alza la testa e attacca il governo (esattamente un giorno dopo aver parlato con Enrico Letta del “patto di coalizione alla tedesca” che dovrebbe garantire pace e serenità al cammino dell’esecutivo). Il motivo ufficiale è l’ennesima modifica all’imposta sulla casa. Il governo ha presentato, infatti, un emendamento al decreto legge Enti Locali, in base al quale i Comuni potranno decidere un aumento dell’aliquota massima delle imposte ma saranno obbligati a usare il ricavato per concedere detrazioni per le famiglie e i ceti più deboli. 

«C’è una contraddizione», spiega il senatore di Scelta Civica, Gianpiero Dalla Zuanna. «Da un lato, il governo afferma di rispondere, con questo meccanismo, alla richiesta dei Comuni di coprire il buco di due miliardi di euro aperto dall’abolizione dell’Imu. Dall’altro, afferma che questa misura “non prevede un incremento della pressione fiscale”, perché si tratterebbe di una redistribuzione della pressione fiscale a favore delle famiglie povere». «Ma allo stato dei fatti, – continua il senatore –  questo rischia di trasformarsi in un semplice aggravio della tassazione, in quanto non si capisce se e come si intenda controllare se il maggior aggravio per tutti si possa tradurre in benefici a favore delle famiglie povere».

Per questo, spiegano in una nota il segretario del partito Stefania Giannini e i capigruppo di Camera e Senato Andrea Romano e Gianluca Susta «Scelta Civica chiede che il pagamento della Tasi venga differito a giugno, e che nel contempo si riordini tutto il sistema di tassazione della casa. Se su questo non ci sarà ascolto, è chiaro che dovremmo riflettere tutti». Scelta Civica, quindi, si accorge soltanto ora, dopo la trentanovesima modifica alla tassazione sulla casa, che il governo è in stato confusionale sul tema. Difficile non associare l’attacco a Letta al mancato rimpasto più volte chiesto da Scelta Civica e mai accordato dal premier.

Il quale premier oggi ha dovuto perfino leggere gli elogi al “Job act” di Matteo Renzi da parte del Commissario UE per il lavoro, Lazlo Andor secondo il quale il piano rappresenta «un nuovo programma» e sembra «andare nella direzione auspicata dall’Ue in questi anni» e cioè «rendere il mercato del lavoro più dinamico ed inclusivo, affrontando i temi delicati della disoccupazione giovanile e dell’occupazione delle donne». L’intervento non dev’esser stato molto gradito da Letta se, subito dopo, il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, è intervenuto per smorzare gli entusiasmi. «La proposta di Renzi va dettagliata meglio, molte misure in essa contenute richiedono risorse ingenti». Tradotto dal politichese: si tratta di aria fritta. Poco lusinghiero anche il commento di Alfano («sempre la stessa vecchia zuppa»). Non proprio i presupposti migliori per far partire  il “patto di coalizione”.

Per completare la giornata, l’ex vice-sindaco di Firenze e fedelissimo di Renzi, Dario Nardella, ha attaccato a Radio 24 il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni prendendo come spunto il caso-insegnanti. «Penso sia grave quando un ministro così importante come Saccomanni dica “sono un esecutore” o “nessuno mi ha istruito”. «Penso – ha aggiunto – che il Ministero dell’Economia debba essere guidato da un politico, come regola generale perché abbiamo visto che l’esperienza dei tecnici non ha funzionato bene». Nonostante la successiva smentita («Non ho mai chiesto le dimissioni del ministro Saccomanni»), l’attacco politico rimane per intero e serve a sopire sul nascere qualsiasi tentativo di Letta di contrattaccare ai progetti e ai piani del segretario del Pd.

Il quale sindaco oggi segna un’ulteriore punto: l’approdo della legge elettorale in Aula alla Camera a partire dal 27 gennaio. Alfano ha tentato fino all’ultimo di spostare in avanti di qualche settimana la discussione ma contro la furia Renzi ha dovuto chinare la testa tentando, inutilmente, di farla sembrare una sua vittoria politica («E’ la nostra apertura a Renzi – ha dichiarato – ci fidiamo di lui, non la userà per andare alle urne»). 

 

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