domenica, Maggio 16

Fine dell’embargo russo al Pakistan Mosca elimina buona parte delle restrizioni all’export militare verso Islamabad

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Pakistan_Mil_Mi-35

I più sorpresi, naturalmente, sono gli indiani. New Delhi deve alla Russia il 75% dell’arsenale militare acquisito dall’estero tra il 1999 ed il 2013. Una cooperazione proseguita anche dopo la fine della Guerra Fredda e della speculare ‘special relationship’ URSS-India forgiata da Indira Gandhi. Ma anche i rapporti più consolidati dalla Storia, nel magmatico scenario geo-strategico asiatico, sembrano dover adattarsi ai tempi.

Apparentemente senza alcun annuncio pubblico preventivo, lo scorso 1 giugno il Cremlino ha improvvisamente annunciato l’eliminazione di buona parte delle restrizioni all’export di tecnologia militare verso il Pakistan. Le restrizioni rimangono, ovviamente, su tutta la tecnologia militare ‘sensibile’ di problematiche per la sicurezza globale, come la componentistica nucleare, chimica e dei missili balistici. Ma d’ora in avanti, elicotteri e tank Made in Russia potranno affluire dietro lauti compensi anche negli arsenali di Islamabad.

Non solo l’abolizione dell’embargo si è consumata letteralmente dal mattino al tramonto, ma nei giorni successivi si è immediatamente palesato agli osservatori esteri anche il primo dei contratti di fornitura che seguiranno. Il colosso para-statale Mikoyan Gurevich  -meglio noto per la sigla che denomina i suoi prodotti aerei, MIG-  ha annunciato, infatti, di essere già in trattativa con il Ministero della Difesa pakistano per la consegna di una partita di elicotteri da attacco Mil-Mi-35 ‘Hind-II‘. Le dimensioni della commessa ed il numero di velivoli non sono ancora stati resi noti, ma è fuori discussione che la svolta di Mosca sia del tutto riscontrabile nella realtà dei fatti.

La decisione di Mosca ha naturalmente scatenato un acceso dibattito sul significato strategico di questa mossa, che potrebbe generare effetti a catena sulle relazioni internazionali dell’Asia Meridionale, a partire dall’India.

Chi guarda la questione da un punto di vista russo-centrico mette l’accento su due possibilità: le motivazioni economiche e commerciali e la preoccupazione russa per l’Afghanistan dopo la fine dell’intervento NATO e statunitense. L’export di armamenti è forse la terza voce più importante dell’attivo commerciale russo dopo l’energia e le materie prime, uno dei pochi settori nei quali la Russia può vantare una alta specializzazione tecnologica, che al tempo stesso vende a prezzi molto competitivi rispetto ai competitor occidentali. Mentre la crisi ucraina ed i gasdotti cinesi in Asia Centrale mettono a repentaglio anche l’export energetico, sul versante asiatico questa voce non indifferente dell’economia russa è minacciata dalla sempre maggiore autonomia industriale delle grandi Nazioni asiatiche sul fronte della Difesa.

Per anni dipendente dalle forniture russe, la Cina produce ora in proprio oltre l’80% degli armamenti di cui è dotata. La vittoria di Narendra Modi alle elezioni politiche indiane mette ora a repentaglio per lo stesso motivo la lunga stagione delle forniture a New Delhi. Il nuovo Premier indiano, in campagna elettorale, ha infatti insistito molto sulla realizzazione di una grande industria degli armamenti nazionale, in grado di emancipare l’India dal tipico ruolo di compratore in via di sviluppo. Una situazione sempre meno sostenibile dal punto di vista finanziario, vista la svalutazione della rupia. L’embargo contro l’Iran e l’esaurirsi prossimo dello sbocco siriano stanno dunque mettendo l’industria degli armamenti russa di fronte ad un esaurirsi degli sbocchi di mercato, un incentivo più che sufficiente per Mosca per eliminare una barriera legale a relazioni commerciali di questo tipo con un grande Paese asiatico come il Pakistan.     

Il secondo driver è l’incognita afghana dopo il ritiro statunitense e delle truppe NATO, già ampiamente avviato e destinato a concludersi definitivamente entro il 2016. La poco allettante prospettiva di vedere la guerriglia dei Talebani non solo riprendere il controllo di vaste aree del Paese, ma anche rinsaldare i legami con il fondamentalismo islamico nel Caucaso e in Asia Centrale, può aver spinto Mosca a riprendere le forniture militari ad Islamabad per cautelarsi contro un simile scenario.

Il bando del Premier Nawaz Sharif contro i raid dei aerei telecomandati Usa e le infruttuose trattative avviate con parte della guerriglia islamista sul suolo pakistano, hanno ridimensionato notevolmente i rapporti tra il Pakistan e gli Stati Uniti, che si fidano sempre meno dell’entourage militare di Islamabad per gli ambigui rapporti con l’integralismo della stessa Intelligence militare locale (ISI). Mosca cerca dunque di sopperire al gap creatosi fornendo al Pakistan i mezzi adeguati alle operazioni contro-guerriglia. La fornitura degli elicotteri Mi-35 appare in effetti quanto di più appropriato a tal fine: agili, potentemente armati e ben corazzati contro il fuoco di terra, gli aeromobili della Mikoyan Gurevich sembrano l’ideale per pattugliare le strette valli del Waziristan infestate dalle bande armate tribali ed islamiste.  

Quantunque possano essere ben motivate da ragioni di sicurezza e lotta al terrorismo, la decisione di Mosca ha verosimilmente gettato scompiglio nella diplomazia indiana. Mentre l’appena insediato nuovo governo di Delhi si è chiuso in un silenzio assordante sulla vicenda, fonti non ufficiali parlano di colloqui tempestosi tra le capitali dei due Paesi. Le relazioni con la Russia sembravano ben avviate con la nuova leadership di Narendra Modi, autore di già tre viaggi in Russia quando era ancora governatore del Gujarat. La mossa del Cremlino appare ancor più incomprensibile alla luce della posizione recentemente assunta dall’India sulla crisi Ucraina: Delhi, pur auspicando una risoluzione diplomatica della crisi, aveva pubblicamente sottolineato l’importanza che anche i diritti e l’auto-determinazione della popolazione russofona venissero rispettati.

Ancora più bruciante è il confronto tra il nadir attuale e quanto accaduto nell’ottobre 2012 durante la visita dell’allora vice-Premier russo Dmitry Rogozin, il quale aveva assicurato all’allora Premier M. Singh che fornire armi ad un nemico dell’India sarebbe equivalso ad “uno sputo in faccia” dal punto di vista diplomatico. Mosca ora insiste sul fatto che le limitazioni agli armamenti strategici rendono la svolta sull’embargo del tutto innocua per la sicurezza di New Delhi, e che la cooperazione militare con Delhi non verrà abbandonata.

È però chiaro che la decisione potrebbe influire notevolmente sull’orientamento della politica estera della nuova leadership indiana. Nella migliore delle ipotesi, l’India potrebbe riconoscere che la priorità in materia di sicurezza è la lotta al terrorismo, ed archiviare gradualmente la rivalità con Islamabad, cooperando essa stessa alla stabilizzazione dell’Afghanistan; un riavvicinamento da molti auspicato, e palesatosi per ora con la presenza del Premier pakistano Sharif alla cerimonia di insediamento di Narendra Modi. In caso contrario l’India, già in relazioni difficoltose con la Cina per le controversie territoriali e la crescente influenza di Pechino nell’Oceano Indiano, potrebbe compensare il doppio allontanamento da Mosca e Pechino con un brusco ri-avvicinamento agli Stati Uniti, a loro volta però sempre meno presenti nella regione.

 

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