martedì, Settembre 28

Fine dei blocchi alla produzione petrolifera libica? Si apre spazio per la ripresa dell’esportazione dai porti dell’Est libico

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L’est libico, cuore della produzione del petrolio del Paese, è da mesi bloccato da milizie separatiste, gruppi tribali e scioperi dei lavoratori che stanno bloccando gli impianti di raffinamento e i terminal di esportazione, riducendo al minimo gli introiti legati al commercio di idrocarburi, vitali per la poco diversificata economia libica. L’esportazione petrolifera, che costituisce la quasi totalità degli export nazionali, è crollata da metà 2013, in seguito all’aggravamento delle tensioni che lacerano il Paese e all’impossibilità delle autorità libiche di tenerle sotto controllo; dal totale di 1,4 milioni di barili di petrolio esportati quotidianamente nel giugno scorso, il livello è sceso notevolmente, oscillando oggi tra i 150mila e i 200mila barili al giorno.

La produzione nell’est cirenaico è oggi in mano alla milizia delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che avrebbe dovuto agire a protezione degli impianti energetici del Paese), guidata da Ibrahim Jadhran. A novembre, il gruppo armato ha annunciato la formazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato Governo regionale di Barqa. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (una forma di Governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi, comandante delle Forze aeree libiche che alzò le armi contro Gheddafi), Jadhran aveva promesso che la sua Libyan Gas and Oil Corporation avrebbe agito «con trasparenza e senso di giustizia», contrapponendosi a un Governo centrale libico screditato e sordo alle richieste dei suoi cittadini. La notizia della nascita della compagnia giunse a pochi giorni di distanza dall’ultimatum del premier libico Ali Zeidan, che aveva annunciato che qualora entro 7-10 giorni non fossero stati interrotti i blocchi alle esportazioni petrolifere, il «Governo avrebbe esercitato le proprie funzioni».

Il culmine delle tensioni con le milizie di Jadhran è stato raggiunto nel mese scorso, quando una nave battente bandiera nordcoreana ma probabilmente appartenente a una compagnia egiziana ha iniziato a esportare petrolio estratto nella regione della Cirenaica, trattando direttamente con il Governo separatista di Barqa e senza passare da Tripoli. Fu proprio il clamore prodotto da quell’evento che causò la fine dell’esperienza da Premier di Ali Zeidan, sfiduciato dal parlamento e costretto all’esilio per evitare di finire incriminato per una serie di capi di imputazione. L’avvenimento venne preso ad esempio per dimostrare quale sia l’entità del potere di cui dispongono oggi le forze miliziane libiche che stanno bloccando la transizione del Paese e del disinteresse che nutrono nei confronti delle ammonizioni del governo centrale.

Nei giorni scorsi, è giunta notizia di un possibile accordo tra le forze di Governo e Ibrahim Jadhran, che potrebbe gradualmente porre fine all’attuale situazione di stallo e garantire una progressiva ripresa delle esportazioni. Jadhran ha annunciato a un canale televisivo di proprietà dei gruppi ribelli di aver raggiunto un accordo di cui avrebbero beneficiato sia i cittadini libici che le genti della regione della Cirenaica. Al-Barassi, Premier del Governo di Barqa, ha fatto eco alle parole di Jadhran, assicurando che “il problema relativo al petrolio verrà risolto in pochi giorni”, in seguito all’accordo raggiunto con il Governo tripolino; nessuna comunicazione riguardante un accordo raggiunto è stata invece rilasciata dalle autorità di Tripoli, con il portavoce del Premier al-Thinni che ha annunciato che le trattative per lo sblocco son ancora in corso e che ci si augura che le esportazioni possano riprendere il prima possibile. I porti presi dalle forze di Jadhran esportavano prima del blocco circa 600mila barili di petrolio al giorno.

Mentre nell’Est si tratta per giungere a un accordo per la ripresa della produzione petrolifera, a Tripoli si discute sul caso di Nuri Abu Sahmein, il Presidente del Parlamento libico. A fine marzo, è stato reso pubblico un video del gennaio scorso in cui Abu Sahmein, in mano a un gruppo miliziano, veniva interrogato dal capo di una brigata per accuse legate a un suo presunto comportamento immorale: uomini della milizia avrebbero infatti visto Abu Sahmein accogliere due donne in casa propria; Abu Sahmein, che a gennaio negò con forza di essere stato sequestrato e interrogato, si è discolpato affermando che le donne erano impiegate governative che gli stavano portando documenti di lavoro. Le relazioni extraconiugali sono bandite in Libia, secondo i dettami della legge coranica. «Stiamo investigando la detenzione illegale di Abu Sahmein, così come il suo potenziale crimine etico» ha affermato il procuratore generale di Tripoli a fine marzo. «E’ probabile che il caso danneggerà il Comandante Abu Sahmein, che ha attualmente poteri semi-presidenziali in una fase di crescente tensione in Libia».

Il disordine imperante nel Paese consente ai miliziani di prendere in mano il sistema della giustizia e amministrarlo in completa autonomia, senza rendere conto alle autorità ufficiali e gestendo casi di varia entità e portata nella totale informalità. «La Libia sta fallendo nell’istituire lo stato di diritto e proteggere i diritti dei cittadini, mentre il Paese scivola più a fondo nell’illegalità» scrive l’Organizzazione Human Rights Watch nel suo World Report del 2014. «Mentre il governo ha limitata abilità per mettere sotto controllo le centinaia di milizie armate che portano avanti abusi e operano al di fuori del controllo governativo, è necessario effettuare progressi nel riformare le repressive leggi che violano i diritti umani e mettono a rischio la transizione verso la democrazia del Paese».

 

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