domenica, Settembre 19

Finché la qualunque non ci separi Affetti e famiglie, caotiche e comiche

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Germania famiglie

Da una accurata lettura dei pamphlet sociologici più superflui del mercato editoriale planetario esce quasi sempre fuori che gli italiani amano ritrovarsi in famiglia. C’è evidentemente un errore. L’ipotesi corretta è che gli italiani amerebbero ritrovare una famiglia. Prova del fatto che se la siano persa, sono le inscrizioni sui citofoni condominiali. Dal nome unico del capofamiglia con tanto di titolo puntato, maschilisticamente tipico degli anni Cinquanta, si è transitati per la formula doppia (in omaggio al nuovo diritto di famiglia) talvolta estremizzata da criteri alfabetici, sino al delirio attuale.

Ormai gli spazi citofonici non bastano neanche più: tripli e quadrupli cognomi si affastellano in quattro centimetri quadrati. Come minimo in quell’appartamento si attesta la contemporanea presenza di lei, che ha orgogliosamente ripreso il cognome nubilare, di suo figlio, che con immensa vergogna porta ancora quello paterno, e del nuovo lui di lei, che da quindici anni gira case di donne separate ed è ormai irrintracciabile da equitalia.

Quanto ai momenti importanti, al di là delle straripanti pubblicità di torroni e pandori, c’è gente che ignora dove abbia trascorso l’ultima notte di Natale. «In casa di chi sono finita? Del padre della prima moglie del mio terzo marito? E chi sarebbe costui? Ma non dovevo andare da mia madre? Già, ma all’ultimo momento lei è stata invitata dallo zio di Antonella, perché lì c’era suo nipote, sì, Luca, il figlio di Giorgio, mio fratello, che stava con quella ragazza di Brescia, separata… com’è che si chiamava?».

Un caos che tende a peggiorare a ogni sposalizio, allorché si complicano ancora di più nuclei famigliari già intricatissimi, all’interno dei quali si scindono e si ricompongono nuove dinastie. In base a queste elementari osservazioni il matrimonio ha mutato il proprio senso originario: da sacramento a mistero della Chiesa.

Cosa spinga infatti coppie di parrocchiani assenteisti a dichiarare indissolubilmente unite le loro vite dinanzi a un sacerdote ebbro di idealismo e a invitati che non la buttano sul ridere giusto perché hanno sprecato soldi nell’ennesimo regalo, non è più dato sapere. Al di là di ogni eterna promessa, un matrimonio italiano è ormai considerato riuscito se dura tre anni, e felice se tocca i cinque. Inoltre gli ospiti non ne possono più di banchetti presso ville subaffittate a gang in disarmo, di pranzi di minimo tre ore dai frittini di carota in pastella di sedano a una torta psichedelica con foto dei due pazzi e infine di appesantire l’arredamento del salotto con l’ennesima bomboniera originale, equa e solidale.

Più logico sarebbe, dati alla mano, introdurre il sacramento del divorzio: «Valeria» – domanderebbe il sacerdote – «Vuoi tu non aver più nulla a che fare con Massimo, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia?». Da dietro, altro che l’applauso dei parenti! Partirebbe una sfiatata di vuvuzela con ola a seguire!

Ma un ricevimento, si sa, è anche un’ottima occasione per conoscere altra gente. Qualche decennio fa, a questo tipo di riunioni convenivano coppie ben stagnate e un single, che era osservato con curiosità. Era il simpatico del party, sulle cui preferenze sessuali si chiacchierava non poco. «Ma non è che il Pietro…?». Ad allusione seguivano due possibili risposte: o il Pietro era in grado di certificare un clamoroso ormone steroideo, o era subissato di aneddoti coloriti, tutti rigorosamente leggendari. Le sue vicende tenevano banco in ogni caso. Circondato da cinque paia di coniugi devastati dalla noia, il Pietrone era ammirato come una promettente eccezione statistica.

Il panorama sentimentale oggi è più complesso, e in una festa di matrimonio potreste imbattervi in quanto segue: una coppia ancora felice che si muove tra l’invidia generale, alla quale vengono formulati complimenti e questioni di ordine tecnico (Da quando siete insieme? Ma allora posso sperarci anch’io? Vi dividete spesso per lavoro? E i figli a chi li lasciate? E il desiderio?  Non mi dire che c’è ancora? Ma quindi ci state dicendo che dipende tutto da un progetto?).

Una coppia felice e militante nel volontariato, dove si adopera alacremente. La muove un impressionante ottimismo nei confronti di una società dei valori che pare la citazione di un libro di Terzani. In genere agglomerato prolifico con figliolanza variamente esemplare, esso suscita una generica, falsa ammirazione in chi ha trasformato il laicismo in una furbata esistenziale e finge di non avere cinque minuti di tempo al giorno per dedicarsi al prossimo, mentre per giustificare la propria inerzia basterebbe argomentare che ormai siamo tutti ‘prossimi‘ (al crollo).   

Una decina di coppie palesemente infelici sulle cui rispettive parabole discendenti sono dettagliatamente a conoscenza cani e porci (compresi il numero di adulteri e dei rientrati tentativi di separazione). Ufficialmente, marito e moglie stanno sacrificando il loro destino sull’altare dei figli, che a loro avviso si dispiacerebbero infinitamente a sapere i genitori l’uno lontano dall’altra, senza la  concreta possibilità che continuino a scannarsi a vicenda.

Una coppia di divorziati amici più di prima che raccontano ridacchiando i loro trascorsi coniugali e ogni cinque secondi ammiccano vicendevolmente come due ex tossicodipendenti usciti illesi da una comunità di recupero.

Quattro single nati, due per sesso, che si sono rassegnati al fato. Né più brutti né più stupidi degli accoppiati, pagano lo scotto di non essersi incastrati al momento giusto. Nei periodi di edonismo sfrenato, frequentavano monasteri o comunità buddhiste. Nelle fasi di riflusso familista, erano a Mikonos o a Formentera.

Quattro omosessuali di cui tre dichiarati e uno in incognito. I tre non fanno riferimento ad altro che non sia la loro esperienza e/o consapevolezza gay, condendo ogni frase compiuta di vezzeggiativi come «Tesoro! Amore! Stellina!». Più l’interlocutore è imbarazzato, più loro esagerano in confidenza (chiaramente sono forme di autoeccitazione). Il quarto del gruppo è di una discrezione cardinalizia, omette qualsivoglia accenno alla sua vita privata, parla quasi sempre di lavoro e dice che non va mai in vacanza (non è vero, ha una multiproprietà in Corsica e vi trascorre tutto luglio con Gervais, il suo convivente mauriziano).

Una quindicina di cani sciolti che formano un’avanguardia di pervertiti, spretati e ninfomani in costante tira e molla tra loro. In pratica sono coloro che scrivono la classifica su clips4sale e dettano al web le casistiche dei nuovi costumi sessuali degli italo-maniaci. Pur rappresentando un esiguo 0,2% della popolazione, sono talmente invadenti e rumorosi da dare l’impressione che l’Italia sia il paese più arrapato del mondo.

Otto divorziati, che erano gli inguaribili smargiassi di cui sopra e ora sono oppressi da una lista infinita di rimpianti. Non solo hanno invariabilmente perduto il partner giusto, inanellando una serie devastante di sbagli imperdonabili, ma soprattutto sono finanziariamente sul lastrico, dovendo staccare un assegnone mensile e vivendo in pianta stabile nello stesso sordido residence dove prima andavano con l’amichetta.

Sei divorziate che cominciano a litigare con gli otto sopracitati non appena qualcuno, per azzardo, pronunci il vocabolo alimenti. In queste discussioni da party hanno sempre il coltello dalla parte del manico, mentre i loro colleghi maschi, al massimo, rimediano un coltello per tagliare il roast-beef.

Due coppie in odor di matrimonio che chiudono infine il cerchio, e chiudono anche gli occhi, evidentemente, di fronte ai macigni dell’altrui esperienza. Rientrando a casa, abuseranno in autoconsolazione e si prometteranno all’infinito, non solo che la loro vita sarà completamente diversa ma persino che sul citofono apporranno i loro nomi di battesimo: Candy & Candy.

   

 

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