sabato, Settembre 18

Finanza responsabile, tra quaccheri, proibizionismo, ‘68 e apartheid Oggi agisce tramite gli SRI (Investimenti sostenibili e responsabili) e risponde in parte alla domanda crescente di prodotti finanziari che esprimono esigenze sociali. Ma c'è un pregresso storico: ecco quale

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La finanza responsabile agisce tramite gli SRI (Investimenti sostenibili e responsabili) e risponde in parte alla domanda crescente (non celebriamola come enorme) di prodotti finanziari che esprimono esigenze sociali e in parte per un contesto normativo europeo in fieri che pone la trasparenza sulla responsabilità ambientale, sociale e di governance (ESG) come un dover essere per il sistema (Regolamento – UE 2019/2088 -Informativa su sostenibilità nel settore dei servizi finanziari ).

Ma c’è un pregresso storico. Esso parte da dove è nato il capitalismo industriale, cioè in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, e si sviluppa di pari passo con l’affermazione del modello della società per azioni (spa). L’atto di nascita può essere fatto risalire al 1758, quando, nella loro riunione annuale, svoltasi a Philadelphia, i Quaccheri decisero di proibire ai propri membri ogni forma di partecipazione economica nella tratta degli schiavi. Anche i Metodisti fissano alcuni principi di comportamento nel campo dell’economia: il famoso sermone su ‘L’Uso del Denaro’ del reverendo John Wesley stabiliva il divieto di esercitare o sostenere imprese che danneggino il prossimo (e già a quel tempo parlò esplicitamente di attività pericolose per i lavoratori come le concerie o le imprese chimiche) o che fossero contrarie alla morale cristiana.

Ma la svolta è all’inizio del novecento quando le industrie, favorite dall’aumento della produttività consentita dalla meccanizzazione dei processi produttivi, richiedono capitali sempre più ingenti per far fronte alle necessità di un mercato in espansione. L’ imprenditore-manager ante litteram gestisce un’organizzazione complessa, finanziata, oltre che attraverso i suoi capitali, anche attraverso la partecipazione di altri azionisti.

New York, all’inizio del novecento, è una piazza finanziaria già paragonabile, nei meccanismi fondamentali, alle borse attuali, con centinaia di società quotate.

Grandi banche d’affari , grandi finanzieri,ma anche un mercato di piccoli risparmiatori, che investono averi in borsa (il ‘retail’ odierno).

Questo fenomeno è azionariato diffuso, cioè la distribuzione della proprietà delle grandi società quotate tra un pubblico potenzialmente molto vasto di cittadini.

Go public, public listing sono azioni considerate socialiL’investimento azionario risente del clima sociale e religioso. Per esempio, della cultura proibizionista che si andava affermando negli Stati Uniti nei primi decenni del secolo scorso e che portò, tra il 1919 e il 1933, al divieto della fabbricazione e della vendita di acolici.

La disapprovazione verso il consumo di alcol era profondamente radicata in larga parte della società americana, soprattutto di matrice protestante. Il proibizionismo creò le prime forme di investimento etico, cioè orientato da fattori non strettamente finanziari. Alcune tra le Chiese riformate americane, infatti, non si limitavano a richiedere un determinato comportamento ai propri fedeli (per esempio, l’astinenza dall’alcol), ma giocavano un ruolo sociale attivo per influenzare le norme giuridiche (tant’è che il proibizionismo divenne legge con XVIII emendamento e il Volstead Act).

Quindi chi non consumava alcolici, non investiva nelle imprese che li producevano. Ante litteram si realizzò una matrice di screening negativo, che consiste nel considerare ‘non investibili’ i titoli di società appartenenti ad un settore le cui attività sono considerate moralmente inaccettabili (così è anche oggi).

Le prime forme di SRI, quindi, si manifestarono quando corpi sociali ampi hanno assunto valori etici condivisi ed hanno creato un codice di investimento finanziario orientato al rispetto di quegli stessi valori.

Anche il tabacco fu (e peraltro rimane) un altro dei settori controversi insieme al gioco d’azzardo, la pornografia (pratica che riguardava essenzialmente l’editoria) e, soprattutto, le armi. Gli investimenti in attività criticabili sotto il profilo morale erano composti da sin stocks (‘le azioni del peccato).

Fino alla fine degli anni ’60 gli attori di questa salvaguardia erano i movimenti religiosi. L’affrancamento dell’SRI (Investimento sostenibile e responsabile) dal circoscritto universo dell’attivismo religioso arrivò attorno alla fine degli anni ’60, quando i movimenti di protesta e di proposta in materia di diritti civili e di partecipazione democratica presero piede in tutti i paesi industrializzati.

I giovani mostravano i primi segni di insofferenza verso un modello politico e sociale ormai inadeguato a soddisfare le aspettative delle nuove generazioni. Sono gli anni della contestazione studentesca del ’68, dei grandi scioperi, dei movimenti alternativi. Nuovo approccio al lavoro, alla scuola, ala sanità e al welfare.

La protesta contro la partecipazione americana nella guerra del Vietnam rappresenta un altro punto di svolta nella storia dell’SRI: nelle grandi università di cultura liberal, si forma un’alleanza tra intellettuali progressisti e studenti. L’obiettivo è ottenere che le dotazioni finanziarie delle università e dei fondi pensione del personale non vengano investite nei titoli di aziende produttrici di armamenti o fornitrici del Dipartimento della difesa. Anche in questo caso, come in quello dell’investimento etico, l’approccio è del tipo ‘non con i miei soldi’; ma il movente non è religioso, bensì politicoOsmosi: dalle piazze alle istituzioni e si estende ai mercati.

Un altro momento topico di questo fenomeno si verificò in concomitanza con la campagna internazionale contro la pratica dell’apartheid in Sudafrica. Il reverendo Leon Sullivan, un sacerdote battista americano di colore. Grande attivista per i diritti civili, Sullivan entrò nel 1971 nel Consiglio di Amministrazione di General Motors (dove rimase peraltro oltre vent’anni) e da lì avviò un’azione di lobby sulle grandi corporations americane operanti in Sudafrica per convincerle a rifiutare la pratica dell’apartheid. Sullivan nel 1977elaborò una serie di principi (Sullivan principles), diventati noti col suo nome, in forza dei quali le imprese statunitensi operanti in Sudafrica avrebbero dovuto applicare ai lavoratori del luogo le stesse regole adottate per i dipendenti americani. Seguirono vaste operazioni di boicottaggio e massicce forme di pressione, anche attraverso la partecipazione alle assemblee annuali degli azionisti, sui manager e sui board delle multinazionali americane coinvolte più o meno direttamente in pratiche di apartheid (anche azionariato critico) Dal punto di vista dell’approccio, la campagna di Sullivan segna un punto di svolta, perché non si limita al non coinvolgimento, ma propone un atteggiamento attivo. L’esercizio dei diritti degli azionisti (in particolare, ‘il diritto di voce e di voto’), si dimostrò molto più efficace del semplice non-investimento o del dis-investimento. Gli anni ’70 e ’80 espressero l’esigenza della tutela ambientale.

La prevenzione dell’inquinamento, l’uso responsabile delle risorse naturali, la critica ad un modello economico basato esclusivamente sulla crescita quantitativa cominciarono a diventare concetti familiari non solo alle élite, ma alle masse.

Nacquero soggetti di rappresentanza di interessi diffusi non solo nei confronti delle istituzioni, ma anche del mondo delle imprese.

Tornando all’SRI in senso proprio, una data da ricordare è il 1985, quando Friends Provident, (società finanziaria nata come mutua di assicurazione di ispirazione religiosa, la cui partecipazione era inizialmente riservata ai quacqueri, e che poi, in tappe successive, si aprì al mercato ‘laico’) costituì il primo fondo etico in Gran Bretagna, lo Stewardship Fund, basato sulla esclusione dalle aree di business controverse (armi, tabacco, alcol, pornografia, gioco d’azzardo …). Alcuni investitori dicono ancora ‘non con i miei soldi’!

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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