martedì, Maggio 18

Finanza cooperativa come antidoto alla crisi field_506ffb1d3dbe2

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«FATE PRESTO, per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla» titolava ‘Il Sole 24 Ore‘ il 10 Novembre 2011, rievocando un articolo de ‘Il Mattino‘ di Napoli pubblicato il giorno dopo il tragico terremoto dell’Irpinia. Un parallelismo efficace che sottolinea la tragicità di una crisi economica che pare non avere soluzioni.

Purtroppo, oggi come nel 2011, la situazione resta in parte immutata e gli economisti di tutto il mondo, nonostante le svariate interpretazioni, non hanno ancora individuato una via d’uscita convincente. Questa crisi finanziaria scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti e causata dalla crisi dei subprime (prestiti che, nel contesto finanziario statunitense, vengono concessi ad un soggetto che non può accedere a tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore), ha avuto e continua ad avere gravi conseguenze sull’economia mondiale, in particolar modo nei Paesi sviluppati.

Nel libro ‘Fine della Finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirneLuca Fantacci e Massimo Amato propongono un’interpretazione interessante delle cause che l’hanno determinata. In dettaglio, i due docenti della Bocconi di Milano spiegano come la situazione che si è venuta a creare dal 2007 non è frutto di uno svolgersi naturale del cosiddetto ‘ciclo economico’, ma dipende da un «difetto costitutivo dell’attuale configurazione della finanza e del mercato».

La vicenda “chiave” fu il fallimento della banca di investimenti Lehman Brothers, al tempo (nel 2008) il quarto più importante istituto di credito americano. Gli effetti di questa vicenda si sono immediatamente riversati sull’economia reale, scatenando una crisi di fiducia degli investitori e un irrigidimento degli standard bancari. Molti sostengono che quanto sta accadendo in questi anni altro non è che un effetto collaterale della finanza, destinato a ripetersi e che affonda le sue radici nella conferenza di Bretton Woods del 1944 quando venne disegnato il sistema di regole commerciali e finanziarie che costituiscono il cardine del sistema finanziario come è attualmente conosciuto.

Approfondiamo l’argomento con Luca Fantacci, studioso di storia finanziaria e del pensiero di Keynes e docente di Storia economica all’Università Bocconi di Milano che, raggiunto da ‘L’Indro‘, spiega: “Il fatto che le crisi si ripetano con frequenza e intensità crescente è sintomo di una patologia del sistema finanziario che oscilla fra euforia e depressione senza mai trovare un equilibrio. Nel periodo di boom si prestava a tutti, perfino a chi non se lo meritava: i famosi ‘subprime’ che hanno scatenato la crisi. Poi, quasi istantaneamente, si è passati all’estremo opposto, tanto che oggi i prestiti si negano anche alle imprese sane. Nei momenti in cui prevale il panico e la sfiducia, il denaro smette di essere prestato o anche speso – continua Fantacci – per essere trattenuto come baluardo contro l’incertezza. E la crisi si avvita in una spirale. Ma il problema non sta nel comportamento degli individui, bensì nell’istituzione monetaria: il carattere di riserva di valore del denaro”.

La storia della moneta è delineata da due momenti ben distinti: in uno è mezzo di scambio, nell’altro è utilizzata come riserva di valore. In quale momento storico la moneta ha smesso di essere un mezzo ed è diventata un fine? E quali sono le cause di questa inversione di rotta?

Intendiamoci: da sempre esiste la possibilità che una persona, individualmente, scambi la moneta per un fine e non la consideri un semplice mezzo per acquistare dei beni. Già Aristotele metteva in guardia contro questo comportamento vizioso. Soltanto a partire da un momento storico ben preciso il sistema monetario viene costruito in maniera tale da consentire, o addirittura favorire, l’accumulo di denaro come riserva di valore. Questa svolta avviene gradualmente in Europa in epoca moderna, fra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. E’ da allora che quello che prima era un vizio privato diventa una pubblica virtù.

Nel corso degli ultimi anni una delle affermazioni più comuni è stata ‘ciò che stiamo vivendo attualmente è la crisi peggiore dopo quella del 29’. Che cosa differenzia la crisi attuale dalla crisi del 1929? Inoltre, se si trattasse davvero di un problema sistemico, perché non è ancora stato individuato e risolto?

Oggi come allora, il denaro smette di circolare, l’attività economica deperisce e la disoccupazione aumenta. Nella sostanza, tutte le crisi si assomigliano molto. Giustamente lei chiede: perché siamo così diabolici da perseverare? Si dice spesso, in modo un po’ troppo sbrigativo, che non impariamo dai nostri errori. Ma se questo avviene è perché c’è qualcosa che ci acceca. Che cos’è? L’idea che il risparmio monetario debba essere tutelato e addirittura premiato. Facciamo fatica a renderci conto che, finché si risparmia denaro, non si è ancora fatto nulla per assicurare, come si dice, ‘un futuro migliore’. Il risparmio è virtuoso solo quando si trasforma in investimento reale.

Nella conferenza di Bretton Woods del 1944 furono stabiliti accordi che portarono a un ordine monetario totalmente concordato, pensato per governare i rapporti tra stati indipendenti. In quell’occasione vennero presentati due piani: uno ad opera di Harry Dexter White, l’altro pensato da John Maynard Keynes. E’ proprio grazie al Piano White che il dollaro venne scelto come valuta internazionale. Che impatto ha avuto questa scelta sul panorama odierno? Se potesse portare indietro le lancette e immaginare che la scelta fosse caduta sul piano proposto da Keynes, come sarebbe stato il mondo di oggi?

Il fatto di usare una moneta nazionale, il dollaro, come moneta internazionale, ha portato alla crescita degli squilibri internazionali. Quanto più i Paesi emergenti, in particolare la Cina, accumulano riserve in dollari, tanto più gli Stati Uniti s’indebitano: il debito estero netto americano ha superato i 4000 miliardi di dollari. Se fosse stato adottato il Piano Keynes, non si sarebbero creati questi squilibri che minano la stabilità e l’equità delle relazioni economiche internazionali.

Tornando dall’utopia alla realtà, è possibile individuare una soluzione che consenta una via d’uscita alla crisi che stiamo vivendo? E’ possibile pensare ad una nuova idea di denaro? E a quali criteri dovrebbe rispondere?

Il Piano Keynes non era un’utopia, bensì, come egli amava chiamarlo, una ‘eutopia’, ossia un sistema fatto bene. Tale progetto rispondeva a due principi che potrebbero e dovrebbero essere ripresi anche oggi per una riforma del sistema monetario internazionale. Innanzi tutto, ci vorrebbe una moneta internazionale distinta dalle monete nazionali. E poi bisognerebbe che l’aggiustamento degli squilibri fosse simmetrico: così come si chiede ai Paesi in deficit di ripagare i loro debiti, bisognerebbe chiedere a quelli in surplus di spendere i loro crediti.

Come lei ben sa, a Nantes, in Bretagna, sta per entrare in funzione un sistema di moneta complementare voluto dall’amministrazione locale e realizzato grazie alla sua decisiva consulenza e a quella del suo collega Massimo Amato. Il progetto era stato introdotto nel 2006 e poi portato avanti dall’allora sindaco di Nantes, un certo Jean-Marc Ayrault, l’attuale primo ministro socialista francese, nominato l’anno scorso dal Presidente François Hollande. Può delineare brevemente i fatti salienti della vicenda? A che cosa servirà questa nuova moneta locale?

Nel 2011 siamo stati incaricati dalla città di Nantes di condurre uno studio di fattibilità per una moneta locale. Si trattava di un progetto ambizioso che mirava a coinvolgere imprese, cittadini, amministrazione pubblica e organizzazioni no profit. Purtroppo, però, le nostre raccomandazioni sono state largamente disattese: si è perso molto tempo e il progetto è stato molto ridimensionato. Soprattutto, si è mancato di coinvolgere attivamente le parti sociali. Oggi non siamo più coinvolti in alcun modo in quel progetto e non saprei proprio prevederne gli esiti.

Parlando invece di moneta virtuale, il Bitcoin, moneta elettronica creata nel 2009 da un certo Satoshi Nakamoto, è una ‘entità’ incomprensibile ai non addetti ai lavori. Può definire brevemente che cos’è e a che cosa serve? Qual è il suo legame con la moneta reale?

Il Bitcoin è una moneta elettronica creata da computer in rete sulla base di un algoritmo matematico. Non ha copertura né parità fissa con la moneta ufficiale. Essendo creata in quantità limitata e predeterminata, è stata recentemente fatta oggetto di acquisti speculativi, nella presunzione che il suo valore potesse solo aumentare. Ma, proprio perché non è creata con riferimento a scambi reali, è destinata a rimanere uno strumento puramente speculativo, il cui valore dipende unicamente dalle aspettative: finché ci si aspetta che si rivaluti, il suo valore aumenterà; ma non appena si comincerà a mettere in dubbio il valore del Bitcoin, tornerà a scendere.

Continuando a parlare di moneta virtuale, come commenta ad esempio il Sardex, la moneta locale e virtuale inventata da quattro ragazzi a Serramanna in Sardegna, che lavora sulla fiducia reciproca e sulla sussidiarietà?

Il Sardex, a differenza del bitcoin, è una moneta complementare fatta bene. La sua creazione è strettamente legata all’esigenza degli scambi. Le imprese che hanno difficoltà di accesso al credito possono utilizzarla per pagarsi le rispettive forniture. E’, in effetti, una forma di finanza cooperativa che può servire per alleviare la crisi, far ripartire gli scambi e rafforzare la coesione economica e sociale di un territorio.

 

 

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