lunedì, Settembre 27

Festival di Sanremo: la musica in una scatola

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Festival di Sanremo: la musica in una scatola. Quale? La televisione, ovviamente. Dispensatrice di ‘modeassurde, di malcostume persistente, e di una marea di scempiaggini da aver letteralmente rimbambito un Paese intero. Ormai ridotto, per dirla con una delle battute più celebri del cinema mondiale, alla forma ‘tutto chiacchiere e distintivo‘.

Già, perché gli italiani soffrono di gobba. E non perché per la maggiore tifino Juventus. Hanno le schiene curve e l’occhio posato imperturbabilmente sui display dei telefoni, e l’orecchio sempre teso ai risultati delle partite, o a questa o quella App. E in mano? Soldi per nulla. Denaro in giro ce n’è sempre meno. Che cosa stringono fra i pugni? Solo carta. Tanta carta. Schedina o gratta e vinci, mi pare logico!

Mentre Sanremo intanto rispecchia sul pentagramma – quale temibile colonna sonora – il film quotidiano della pochezza di una nazione che sembra evidentemente essersi scordata da dove proviene. Quali sono le sue radici, storiche e culturali. Altro che ‘Antica Roma e Magna Grecia‘!

Ma torniamo alla Musica. Poco meno di 20 ‘Big‘ della canzone in gara: o meglio, alcuni sono dei veri e propri ‘Pig‘: non solo perché infarciscono i propri testi di una sequela di volgarità e parolacce da stadio o piola, bensì perché quando aprono bocca non sono poi tanto meglio del rantolo di un suino al microfono, o del raglio di un asino. Cantare? Chi era costui? Verrebbe ahimé da dire, parafrasando il Manzoni. Carneade, invece, era sicuramente molto più elegante, raffinato, e soprattutto intonato!

Carlo Conti, bravo presentatore che pensa erroneamente di essere il nuovo Pippo Baudo – ma, purtroppo per lui, si sbaglia – appare piccolo e modesto dinnanzi al monolite di classe e successo rappresentato dalle celebri edizioni dei Festival firmati dal grande conduttore siciliano.

Ancora oggi, oltre agli ascolti memorabili regalati a Mamma Rai, tutte le case discografiche – sia chiaro: tutte! Nessuna esclusa – devono a lui parte dei propri fatturati: Giorgia, Nek, Laura Pausini, Andrea Bocelli, Mango, Irene Grandi, Gigi D’Alessio, Mia Martini, Matia Bazar, Antonella Ruggiero, Loredana Bertè e Zucchero sono solo alcuni dei nomi da lui scoperti e che costituiscono oltre l’80% degli incassi della musica italiana, sia discograficamente che live. In Italia e all’estero.

E Conti, invece, triste figlio del proprio mediocre tempo storico, che fa? A parte non aver lanciato nessuno, chiama a raccolta una ciurma di disgraziati e sventurati naufraghi di questo o quel talent. Poco importa se concorrenti o giurati: più semplicemente coach, come fa figo oggi dire in inglese.

Di figli impazziti del divismo da teenager impropriamente detto, con tanto di ciuffone, muscoletto guizzante e tanto di tatuaggio. Ma la voce? ‘Voce’? Che cosa sarà mai, la voce? Canto, questo sconosciuto. Che bisogno c’era di angustiare ancora con le canzoni di Morgan un pubblico prevalentemente di settantenni alle prese con pensioni ridotte oltre i minimi storici e tanto di catetere? Morgan: forse che sia il nome del famoso barcone pirata oscillante tanto in voga nei luna-park?

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