lunedì, Luglio 26

Feste e riti del turismo 40

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Quello delle feste tradizionali e della cultura immateriale è un universo di spiritualità e di materia che si intrecciano in forme variabili. Nell’antica tradizione siciliana il momento festivo e religioso è particolarmente ricco e così ce ne parlava Leonardo Sciascia: «che cos’è una festa religiosa in Sicilia? (…) anzi tutto una esplosione esistenziale… esplosione dell’es collettivo di un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es… I Giudei (di San Fratello) sono gli uccisori di Cristo, perciò nella rappresentazione della passione di Cristo che viene condannato e crocifisso, essi demonicamente si scatenano… e ci chiediamo se alla formazione di una tale tradizione non abbiano concorso più delle ragioni calendariali e liturgiche, ragioni psicologiche, sociali e storiche» (Corda pazza).

Una festa tradizionale può essere un modo per celebrare i cicli della natura, il residuo di antichi omaggi a divinità ancestrali, la memoria della vita e dei miracoli di un santo o un’occasione per divertirsi e mangiar bene. Ma prima di tutto è il modo che le comunità e i singoli si danno per interagire con l’ambiente storico e naturale circostante, cioè per interpretarlo. Poi lo tramandano nel tempo, di generazione in generazione, spontaneamente.

Se il genere umano non avesse sempre fatto così il mondo sarebbe cambiato in modo diverso, forse anche più lentamente. Si sono trasferite in forma orale conoscenze storiche, usi alimentari o igienici, il trattamento degli alimenti, la cura di malattie o la necessità di creare momenti di ‘liberazione’ sociale come i carnevali. 

Nella contemporanea società della conoscenza osserviamo però diverse ambiguità, anche sul modo di trattare le cosiddette culture immateriali. Inoltre confondiamo cultura e erudizione, quantità e qualità di ciò che ‘conosciamo’. Dobbiamo ricordare che non tutta l’umanità è interconnessa e in molte aree del mondo le nozioni essenziali del vivere sociale, forme di sacralità e riti, perfino nozioni e conoscenze di medicina tradizionale si tramandano in forme totalmente orali, cioè senza uso di testi scritti.

Nel riconoscimento del valore della tradizione orale e della complessa fattispecie delle culture immateriali, l’UNESCO nel 2003 ha concluso una Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Il suo secondo articolo definisce il patrimonio culturale immateriale come un insieme che include «le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il saper fare come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale».

Possiamo pensare alla tradizione come ad una pianta fiorita. Fiorirà ancora negli anni a venire, metterà gemme, rami e foglie tanto più rigogliose quanto meglio sarà stata curata, nutrita e innaffiata. Curate male una pianta e la vedrete appassire. Quali sono i nutrimenti necessari per tenere in vita una festa tradizionale?  Cosa rappresenta una festa tradizionale per chi la organizza? «Un punto di riferimento molto importante per le comunità, che attendono una festa quanto più è sentita come propria e rappresentativa». Con queste parole è iniziata una lunga e interessante conversazione con Giovanni Cammareri. Ricercatore e giornalista, Cammareri ha pubblicato un libro dal titolo Hanno clonato San Calò (Dario Flaccovio editore, 2014), nel quale si parla di feste, tradizioni, enti per il turismo e comitati organizzatori (e altro ancora) alla prova del marketing turistico.

«L’uomo – dice Cammareri – ha la sua vita e il suo lavoro. Ciò significa che dedica il proprio tempo alla festa solo se la sente davvero. Se ogni anno la data della festa cambia, se una volta la si celebra di domenica e un’altra di sabato a seconda del clima o a seconda della quantità di finanziamenti ricevuti, non è detto che le persone si ricordino di partecipare».  Ci si riferisce qui per esempio a un fatto successo «vicino Trapani, a Buseto Palizzolo, dove si celebrava la Madonna del Carmelo in una domenica casuale di luglio. Poi si è deciso di riportare il festeggiamento alla data tradizionale, cioè al 16 luglio. Improvvisamente le persone del paese e anche quelle dei paesi vicini hanno aumentato la loro presenza, grazie proprio al recupero del punto di riferimento preciso sul calendario». Il primo punto importante è dunque il calendario. «La Chiesa ne è consapevole e ha preservato le date delle antiche feste -per esempio quella di Elios- innestandovi sopra una festività cristiana -per esempio il Natale. La data resta la stessa, ricordarne la celebrazione è più facile».

La ‘nascita’ di Cristo in effetti fu sovrapposta ai precedenti culti mitraici. Il momento in cui la luce ricomincia a crescere, dopo i giorni più bui dell’anno, per i popoli antichi era un rinnovamento della speranza, qualcosa di non molto diverso da ciò che rappresenta la nascita di Gesù Cristo per i credenti. Un altro esempio, siculo: «A Erice si celebra, a fine agosto, una processione alla Madonna di Custonaci, la cui venerazione fu sovrapposta ai riti pagani in onore della Venere ericina. Tra le motivazioni delle sostituzioni ovviamente c’è anche quello dell’interesse per le offerte in denaro o per i doni che il popolo tributava agli dèi nei riti antichi».

Queste alterazioni sono normalizzate, accolte nella tradizione da secoli e dunque non più percepite come scostamenti da una regole. Esistono alterazioni anche ‘negative’, cioè dannose per la festa in sé. Fino a che punto uno spostamento di data per incontrare le esigenze dei turisti può essere negativo? «Le feste hanno una logica anche temporale. Il Carnevale precede la Quaresima e la Pasqua, si conclude con il Mercoledì delle Ceneri. Nel 2010 a Sciacca si decise di spostare il Carnevale (diciamo che spostarono la mascherata, perché il Carnevale è legato al calendario liturgico) al mese di maggio, per intercettare il passaggio della nazionale di calcio tedesca diretta in Sudafrica per le partite. Ne nacque una polemica, alla quale l’amministrazione rispose accampando scuse; si parlò di una fantomatica frana (della quale non c’è prova) o di un problema legato alla Guerra del Golfo». Cioè si spostò una celebrazione invernale a primavera inoltrata, in modo arbitrario… per intercettare una squadra di calcio? «Esatto. La verità è che a febbraio il clima è aleatorio, fa caldo o freddo a seconda degli anni. Infine l’uomo moderno ritiene di poter manipolare tutto a suo piacimento e convenienza».

Veniamo dunque a un’altra concezione del tempo: il clima. Spostare una festa da un periodo dell’anno all’altro comporta anche una differenza dell’atmosfera «e non si può pensare di celebrare la Pasqua ad agosto. La Pasqua ha la luce della Primavera, non quella della piena Estate. Qualche anno fa è successo anche a Baucina, per la festa di Santa Fortunata, che fu anticipata di due settimane. Un’obiezione su Facebook faceva proprio riferimento al fatto che una festa è anche un contesto di luci e ombre ben preciso». 

Lo spostamento delle date non è un’idea infrequente. A volte sfiora il paradosso, come nel caso di alcune settimane fa, quando il presidente del Venezuela (Nicolas Maduro) ha lanciato l’idea di anticipare la Pasqua di due settimane. «Torniamo al fatto che gli esseri umani si credono onnipotenti, pensano di poter stravolgere la naturale immutabilità di luoghi, segni e tempo che caratterizzano una festa. In Venezuela la Pasqua cade in autunno inoltrato, che va verso l’inverno. Due settimane prima il clima è migliore. Tutto questo, ancora e sempre, è stato pensato per motivi turistici». 

Il dibattito sulla sostenibilità dei flussi turistici in territori ricchi di cultura, specie immateriale, è dunque ancora vivo? Un turismo ‘selvaggio’ rischia di danneggiare le culture tradizionali influenzando la vita delle comunità? «Non è il flusso turistico che modifica la festa. Sono gli organizzatori che la cambiano, per via dei turisti. Questo ha origini recenti: se guardiamo alla Sicilia del dopoguerra, vedremo che le feste erano in crisi. Così, accanto a coloro che storicamente avevano sempre organizzato tutto, subentrarono gli Enti Provinciali per il Turismo. Una gestione malaccorta da parte di chi non era partecipe coinvolto nella cultura festiva dei singoli luoghi ha influenzato gli organizzatori, che hanno cominciato ad andare sempre più in cerca di ‘effetti speciali’ per attirare il turista e alimentare l’economia locale. Il problema arriva quando si stravolgono i riti per attirare pubblico, banalizzando le rappresentazioni e impoverendole, finendo per respingere i turisti -che ovviamente se ne accorgono- e generando un danno per giunta inutile».

Come si fa a trovare il giusto equilibrio tra questi due fattori (attrazione turistica e autenticità delle manifestazioni)?  «Bisogna evitare che le feste vadano in mano a pro loco che non hanno una cultura festiva. Bisogna fare come fanno in Spagna. Classificano la rilevanza degli eventi (locale, nazionale o internazionale), perché sono attenti al mercato. Ma non si sognerebbero mai di cambiare una data di una celebrazione. Alle confraternite della settimana santa non importa che ci siano i turisti e le oficinas de turismo promuovono l’evento muovendosi in parallelo con le confraternite».

Da noi uno dei problemi è anche quello degli innumerevoli comitati organizzatori, spesso conflittuali tra loro. Talvolta si fatica a capire chi organizza una festa tradizionale e chi ne abbia o meno diritto. Come si fa a scegliere chi gestisce le feste? «Difficile gestire e decidere a monte chi organizza. Senza dubbio bisogna fare promozione della cultura intangibile, come fanno comitati senza fine di lucro come ICHNet, comitato di associazioni culturali, gruppi e singoli. Poi troviamo organizzazioni religiose (la Chiesa) che tutelano solo le parti religiose della festa, trascurando però la parte etnica e culturale. Ecco perché ci vuole anche una parte laica. Molte parti ‘barocche’ o spagnoleggianti delle feste siciliane sono state corrette nel loro clamore perché la Chiesa ha incanalato le processioni sui binari di una fede più classica. Questo ha fatto male alle feste. D’altro canto il ruolo della religione è mantenere una festa religiosa nei confini di una maggiore sacralità, il che preserva la festa e la porta a noi dai tempi anche molto antichi. Una questione molto intricata».

Convincere chi non ha questa sensibilità alla cultura immateriale, insomma, non sembra semplice e la questione economica gioca sempre una parte sostanziale. Chi raccoglie i contributi «pensa di avere una parola in più rispetto agli altri partecipanti. Dal canto loro, le Soprintendenze intervengono solo sulle parti monumentali, non sulla cultura immateriale, perché non ci sono sostanziali profili di intervento etno-antropologici per riportare gli eventi alla tradizione».

Continuare a celebrare una festa in modo sempre uguale sarebbe, ovviamente, anacronistico. Gli schemi celebrativi si evolvono con il tempo e con le società. Ma ci sono due rischi ulteriori, che possono intervenire: la censura è il primo. Pratiche ritenute ‘imbarazzanti’ o inopportune possono essere sospese per un certo tempo. Può succedere per mancanza di fondi. L’interruzione celebrativa spezza comunque il ritmo e bastano pochi anni per far ‘morire’ una tradizione.

«Nel 1999 o giù di lì gli Archi di Pasqua di San Biagio Platani non sono stati realizzati per via dei pochi finanziamenti. Non dovrebbe essere così, la festa va comunque fatta se la comunità ci crede: ogni sospensione è un rischio. Chi sospende per mancanza di contributi agisce contro la spinta più autentica alla celebrazione. Anche in questo modo si snatura la tradizione, alterando il rapporto della comunità con essa. Esiste infine la problematica dei voti di scambio».

Possiamo dire che la comunità fa festa, con i suoi partecipanti, finché questi si sentono parte di una cultura. Mantengono un legame con il tempo passato e, per dirla con la citazione di Eliot che apre il suo libro, ‘Nessuno vede il futuro meglio di chi, riallacciandosi al passato, vive nel presente’. Elemento centrale della serenità degli individui è la conoscenza delle proprie radici. «Qualcuno, tempo fa, ha proposto l’abolizione delle feste patronali. Si tratta di un momento identificativo. Un momento nel quale le persone hanno occasione di parlare tra loro, di pensare. Come accadde quando fu vietata la pesca sulla Senna: temo che il vero scopo fosse quello di cancellare un momento di aggregazione utile al risveglio delle coscienze. Irelativismo e la globalizzazione hanno preso il sopravvento sulle feste. Tempo fa sul portone di una chiesa di Trapani fu apposta una cometa durante il Natale. La cometa restò appesa anche durante il Carnevale e durante i dolorosi riti pasquali, poi ancora per un anno intero. I relativisti dicevano ”non fa nulla’. Invece questi cambiamenti, così come altre progressive modifiche nei percorsi, nella durata, in altri dettagli un po’ per volta privano la festa della sua anima».

 

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