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Ferramonti, il campo sospeso field_506ffb1d3dbe2

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Il 30 gennaio scorso Leone Paserman, Presidente della Fondazione del Museo della Shoah di Roma, è stato all’Università Niccolò Cusano di Roma, insieme al professor Gianfranco Bartolotta, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo in questo ateneo, per presentare il documentario ‘Ferramonti, il campo sospeso’ del regista Cristian Calabretta.

Il lavoro di Calabretta racconta, attraverso i ricordi dei sopravvissuti, la storia del campo di internamento per ebrei, apolidi e slavi realizzato per volere del regime fascista tra il giugno e il settembre 1940 nel profondo sud della Calabria. Seppur liberati dagli inglesi nel settembre del 1943, molti ex internati rimasero a Ferramonti anche negli anni successivi e il campo fu ufficialmente chiuso solo l’11 dicembre del 1945.

Il documentario si snoda attraverso un’accurata ricostruzione dei fatti. Dalla scelta del luogo dove far sorgere il campo fino alla sua costruzione, dalla vita regolamentata che si svolgeva all’interno di esso, ai rapporti che intercorrevano tra prigionieri di diverse etnie, passando per le testimonianze di storici, delle persone superstiti e di documenti d’archivio, tra cui il filmato originale del campo girato da un operatore militare inglese oggi in possesso dell’Imperial War Museum di Londra, si è cercato di approfondire l’argomento in tutte le sue particolarità, per dare un quadro il più possibile realistico di un periodo lontano nel tempo e nello spazio, ma che fa parte di una storia che non si dovrebbe dimenticare.

Il luogo dove sorgeva il campo è oggi quasi del tutto indistinguibile, ma rappresenta comunque la testimonianza di un evento emblematico della discriminazione razziale in epoca fascista. È sintomatico il fatto, ci sottolinea Cristian Calabretta, regista e produttore di questo documentario, che, prima di questo lavoro, nessuno storico e accademico abbia voluto cimentarsi nella ricostruzione della vicenda lasciandola ignota a molti, nonostante fossero stati pubblicati sull’argomento i libri di Carlo Spartaco Capogreco, Francesco Folino e Mario Rende. Il documentario serve proprio a rendere partecipi tutti quanti di una porzione di storia contemporanea che deve essere approfondita, per far sì che fatti del genere non si ripetano più.

 

Come mai un documentario su questa vicenda quasi del tutto dimenticata?

Perché è legato ad un ricordo di infanzia. Io sono di origine calabrese e quando da bambino passavo vicino al luogo dove erano i resti del campo d’internamento, mia nonna mi diceva che lì dentro c’erano stati rinchiusi gli ebrei. Si tenga presente che oggi il campo di Ferramonti fisicamente non esiste più. In seguito un produttore mi ha chiesto se da calabrese conoscevo qualche evento storico svoltosi in Calabria e così mi è venuto in mente di approfondire le ricerche su questo campo, ho cominciato ad appassionarmi alla storia cercando di ricostruire tutte quante le vicende di Ferramonti. È stata una cosa abbastanza complessa.

Si può parlare di un viaggio nella memoria per non dimenticare?

Assolutamente sì. Soprattutto un viaggio nella memoria per non dimenticare e per cercare che si tramandi questa stessa memoria. Ho avuto un bellissimo impatto nella proiezione svoltasi pochi giorni fa a Rende (Cosenza) nel liceo classico Gioacchino da Fiore, dove ho visto dei ragazzi molto attenti e incuriositi. Alla fine della proiezione mi hanno riempito di domande e sono venuti a congratularsi.

Il documentario è stato autoprodotto e autofinanziato: come siete riusciti nell’impresa?

Purtroppo per realizzarlo ho dovuto vendere i diritti di una sceneggiatura che praticamente speravo di realizzare un giorno come regista, oltre ad altri lavori che avevo effettuato. C’è stato anche un piccolo contributo da parte di parenti e di amici  e della Fondazione Museo della Shoah di Roma.

È stato difficile raccogliere materiale e testimonianze su questa vicenda?

Questa è una bella domanda: tutto è partito in maniera lenta, poi gradualmente nella comunità ebraica si è cominciata a spargere la voce di un ragazzo che stava cercando di realizzare un documentario, così da tutte le parti del mondo sono arrivate fotografie, documenti, richieste di interviste. Si consideri che all’interno del documentario c’è un’intervista a Leon Alkalay che è uno dei direttori della NASA JPL (Jet Production Led),venuto personalmente in Italia per poter rilasciare la sua testimonianza.

A marzo il documentario sarà proiettato in Parlamento: è un segno di grande riconoscimento

Ho appreso la notizia molta sorpresa, perché mi è stata comunicata mentre stavamo proiettando il documentario. Mi è stato detto che per iniziativa dell’Onorevole Enza Bruno Bossio e dell’Associazione Brutium‘Calabresi nel mondo’, in collaborazione con personalità della comunità ebraica, era stata fatta questa richiesta e subito accolta. Mi fa piacere e spero che da ora in poi questo possa permettere di approfondire tutti quegli aspetti, non solo di Ferramonti, ma in generale della storia dei campi di internamento in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Il giorno della memoria si è appena celebrato. Pensa che lavori come il suo aiutino a non dimenticare quello che è successo?

Le posso raccontare un episodio personale. Il giorno della memoria io ero a Salerno perché il Comune mi aveva invitato, con il il Museo dello sbarco di Salerno  e la Fondazione Valenti e Memoriae, a proiettare il documentario lì. Alla fine della proiezione un signore ha chiesto la parola, è salito sul palco e ha detto: «Io mi chiamo Roberto Modiano, sono figlio di una donna internata ed anche mio zio è stata internato a Ferramonti; tutto quello che avete appena visto è vero!». Poi si è messo a piangere e mi ha abbracciato: credo che questo sia un modo per aiutare a diffondere la cultura della memoria.

Tra le notizie recenti vi è quella degli oltraggi con scritte antisemite sui muri sia a Roma che Milano. Pensa che questo documentario possa aiutare a correggere atteggiamenti scorretti nei confronti della storia?

Si, ma il problema è che bisogna tenere sempre forte e viva la cultura in questo paese. Quando succedono questi avvenimenti, a parte che per fortuna le manifestazioni di solidarietà si moltiplicano, e questo fa piacere, bisogna sempre ricordarsi che ciò vuol dire che la cultura non viene abbastanza utilizzata nel nostro paese e quindi bisogna lavorare ancora di più sulla questione culturale perché questi fatti non si ripetano.

Perché ha intitolato il documentario Ferramonti il campo sospeso? In che senso questo aggettivo?

Si riferisce sia alla sensazione di sospensione che avevo quando stavo facendo dei sopralluoghi per risistemare la cinepresa ed effettuare le riprese su quello che era il luogo dove sorgeva il campo, sia al fatto che, come è stato ribadito più volte anche dall’Ingegner Paserman – Presidente del Museo della Shoah di Roma – e dal Prof. Mario Rende – autore di un bellissimo libro su Ferramonti –  grandi storici di professione non si sono mai occupati di questa vicenda, perciò la collocazione di Ferramonti non è di fatto presente nei libri. Quindi, se vogliamo, è ancora sospesa,. 

Nel documentario vi è una ricostruzione del campo in 3D. Sulla base di quali documenti o testimonianze avete lavorato?

Per questo devo ringraziare tutti i documenti che mi sono pervenuti ed ho avuto, sia dalle ricerche che da ex internati. Vi sono dei modellini; Alessandro Feliciani e Giuliano Apicella che si sono occupati della ricostruzione in 3D, hanno fatto delle prove in scala per fare in modo che ci fosse una ricostruzione accurata del campo e dare la possibilità allo spettatore di entrarci dentro. Alla prima proiezione molte persone ( e anche qualche storico) si sono venute a complimentare perché vi era una ricostruzione veramente accurata.

Secondo lei è ancora viva la memoria dell’Olocausto nei sopravvissuti a tale tragedia?

Questo purtroppo è un discorso abbastanza delicato, perché comunque deve essere viva: Noi ci basiamo soltanto sui ricordi delle persone che ci sono state, o che hanno subito direttamente queste cose; purtroppo il tempo passa e quindi molte di queste persone non ci sono più. Il problema è che bisogna anche fare in modo che questo ricordo non venga manipolato, estrapolato e quindi poi modificato nelle generazioni successive.

Come avete ricostruito nel documentario il fatto storico avvenuto?

In quel caso ci siamo basati su dei libri che erano stati scritti , e poi sulle testimonianze e dei documenti che avevamo trovato nel centro di documentazione ebraica, all’Archivio di Stato di Cosenza, in quello Centrale di Roma e in altri archivi dove erano i documenti originali relativi a Ferramonti. Mi è servito moltissimo il libro del professor Mario Rende, presente nell’intervista al documentario, dove si trovano il diario di Paolo Salvatore e di Padre Callisto Lopinot – il frate che era nel campo -quello di Carlo Spartaco Capogreco, quello di Francesco Folino, i libri di ex internati ed alcuni libri in Inglese . Ciò, accanto alle testimonianze personali di chi era stato nel campo, o era figlio di quelle persone, ci ha permesso di fornire una ricostruzione molto accurata della vicenda.

Il suo documentario può tenere viva la memoria della storia dell’Olocausto?

Si, a patto che si cominci a fare un approfondimento, nel senso che io ritengo che questo documentario abbia come scopo principale proprio l’andare ad approfondire questa vicenda. Molte persone, quando finisce il documentario, mi vengono a fare i complimenti e mi dicono che non sapevano nemmeno che fosse esistito questo campo di Ferramonti, come altri campi di internamento in Italia. L’intento (e l’augurio) è proprio quello di fare in modo che lo spettatore esca incuriosito da tutto quello che ha visto e poi si vada ad informare e ad approfondire questa vicenda.

Qual è il rapporto che unisce quest’opera e la reale storia della memoria?

Domanda interessante, in realtà per me è tutto legato e ha a che fare con il vissuto di tutti quanti, cioè  quello che siamo è legato a quello che siamo stati, soprattutto agli errori che abbiamo commesso come Italiani. Questo paese non può definire la sua identità se non ricorda il passato. Quando lavoravo sui documenti, avevo appeso sul muro una frase di Ugo Ojetti che recita «L’Italia è un Paese di contemporanei, senza avi né posteri, perché senza memoria». Voglio quindi che si inizi a recuperarla, questa memoria.

 

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