martedì, Maggio 11

Ferragosto: pensieri lieti e tristi Una Roma bellissima e semideserta evoca l'elogio del sublime

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 Barbato

 

La tecnologia è ormai diventata una padrona crudele e imprevedibile. La pila del mio modem ha dato forfait ed io mi son ritrovata, nella domenica post ferragostana, a covare pensieri per un articolo che avrei dovuto scrivere. Pessima idea: ti vengono in mente argomenti stuzzicanti, deduzioni incalzanti, battute fulminanti.

E ora che sei rifugiata su un pc di cortesia, ecco il vuoto cosmico nella mente, quasi pari a quelle serate, fra la frescura e le cicale (cicale in città, un vero miracolo…), appena trascorse.

Il magone deriva anche da un piccolo fatto quotidiano che mi proverò a raccontarvi.

Qualche anno fa, nel mio consumo compulsivo di taxi, incontrai un tassista anziano, fragile. Nel percorso tra il quartiere Flaminio e la stazione dei bus alla Tiburtina, mi raccontò praticamente la sua vita.

Ero in compagnia del mio annoiatissimo figlio, sempre critico rispetto alla mia socievolezza.

Giunti all’altezza della fermata dei bus dinanzi all’Auditorium ‘Parco della Musica’, il guidatore rallentò un pochino. Sul pilone della soprelevata, ad altezza d’uomo, c’era una lapide, una foto femminile, dei fiori.
«Era mia moglie – mi disse – stavamo passando di là, uno accanto all’altra, come per quarant’anni della nostra vita; un’auto perse il controllo, travolgendola e uccidendola sul colpo. E’ passato un anno e ancora non me ne capacito».

Fra l’imbarazzo del mio rampollo e la mia commozione, l’anziano tassista ci raccontò della figlia lontana, della sua solitudine; avrebbe potuto trasferirsi in Molise, sua terra d’origine, dove aveva tanti familiari. Ma gli pareva di abbandonare quella lapide, quella foto; di privarle dei fiori freschi che periodicamente portava in quel luogo, per lui insanguinato e disperante.

Da allora, ogni volta che, in bus o in auto, mi capita di passare davanti alla lapide, c’è sempre un pensiero, una preghiera per quella donna molto amata da suo marito, come a noi tutte piacerebbe di essere amate e pensate. Ieri mattina, sul bus 910, come di routine, ho posato lo sguardo e mi è venuto un tuffo al cuore: le foto erano due e la nuova era quella di lui. Il turbamento si è rinnovato.

Perciò, in un’atmosfera di divertimento quasi ‘obbligato’, nell’agosto 2014, così diverso da molti altri, persino per meteorologia, mi è venuto spontaneo seguire riflessioni non ilari… perché l’allegria non si compra a un tanto al chilo.

Il mio antidoto all’atmosfera da vacanze forzate l’ho praticato lanciandomi in un itinerario attraverso alcuni tesori di Roma, che i residenti spesso non frequentano, travolti dal quotidiano.

E in questi giorni, in un quotidiano sospeso dalle ferie, si può recuperare il contatto con la bellezza dei tesori custoditi in mura monumentali e fascinose.

Innanzitutto, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Un Parnaso a Valle Giulia, con il suo sembiante classico, quasi un inno architettonico all’arte.

La mostra temporanea, intitolata ‘La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900’ fungeva da attrattore, ma è l’opportunità di mescolare la visione delle opere esposte in essa con quelle più o meno ‘stanziali’ a mozzare il fiato.

Non sembra di averne mai abbastanza; pare che ci sia sempre una sala che non hai visto e che accoglie ulteriori capolavori. Ti ritrovi con le emozioni a mille e l’assenza di altre urgenze o impegni ti consente di godere pienamente dei messaggi contenuti nelle opere.

Insomma, uno stato di grazia che arricchisce spiritualmente, perché sei vis à vis con gli artisti, senza neanche la distraente presenza della guida che se, da un lato, ti svela segreti e particolari di ogni pezzo esposto, dall’altro non ti consente di sviluppare un dialogo interiore tutto tuo con ciascuno di essi.

L’arte pittorica fra l’800 e il ‘900. La raffinatezza di un Boldini o un de Nittis; e c’è Vincent Van Gogh… e Giorgio de Chirico; Amedeo Modigliani… e Alberto Burri (di cui ricorre il centenario dalla nascita); Carla Accardi, Mario Schifano e Franco Angeli; Gioacchino Toma, Alfonso Balzico – ho sempre in cuore di trovare il modo per organizzarne una retrospettiva a Cava dei Tirreni, sua terra d’origine -, Vincenzo Gemito; e Afro, Getulio Alviani, Sandro Chia… e, ancora Paul Cezanne. Cito senza voler escludere alcuno – a menzionarli tutti, occuperei tre articoli – e nel cuore ho sempre la profonda ammirazione per la ‘Signora della Galleria’, Palma Bucarelli, a cui son talmente devota, da volerla introdurre fra le ‘Madri della Patria’ le cui biografie sono raccolte nel volume da me creato nel 2010, ‘Le Italiane’ (Castelvecchi). Bella e intelligente; piena di fuoco e di cultura. Una donna straordinaria che diede le ali a questo luogo d’arte e di intelletto.

Vi porto con me anche nel successivo luogo che ha riempito di sublime questo mio stacco dalla routine lavorativa.

I Musei Capitolini, affacciati sulla michelangiolesca piazza del Campidoglio, sono davvero un continente da esplorare. Anche qui, una mostra temporanea, ‘Incontrare un artista universale’, un omaggio al Sommo Artista che quivi lasciò la sua impronta: Michelangelo, appunto.

Quel ‘Cristo risorto’ ritrovato in una sacrestia di Bassano Romano, si suppone abbandonato dal Buonarroti per la vena del marmo che ne attraversa un lato del volto, ha l’imprinting inconfondibile del Genio.

E, da bastiana contraria, mi permetto di dissentire col ‘padre’ del capolavoro: Rita Levi Montalcini scrisse un elogio dell’imperfezione e io condivido con lei quest’attrazione per ciò che è non classicamente bello; ho un’estetica tutta mia, nel trovare beltà in ciò che un viso o un’opera sanno muovermi dentro, senza ricorrere a regole auree che fissano in canoni artificiosi e oggettivizzanti la bellezza.

Ora che ho sistemato anche Michelangelo – il mio ribellismo dovrebbe ormai esservi familiare – vi parlerò della ‘Sindrome di Stendhal’ provata di fronte alle collezioni ricchissime e mozzafiato di statue, lapidi, opere d’arte.

Avevo sempre ritenuto un artifizio romantico quello narrato dallo scrittore francese; mi son trovata, invece, stranita e straniata, a riempirmi gli occhi di luce nell’esedra a vetri – progettata dall’architetto Carlo Aymonino, una meraviglia nella meraviglia – che accoglie l’originale della Statua di Marco Aurelio, con la doratura superstite a ricordarmi chi siamo e da dove veniamo.

E l’originale della ‘Lupa’, manufatto etrusco a cui il Pollaiolo aggiunse i gemelli lattanti; e il busto di Cicerone; e Imperatori, Filosofi e reperti preziosissimi…

Il ritorno alla realtà è un vero schiaffo: leggo che il Premier, a proposito della Metro C, catoneggia demagogicamente che i ritrovamenti archeologici non dovranno mai più essere d’intralcio al progredire delle opere pubbliche (come se non fossero la mancanza di finanziamenti e i ritardi nei pagamenti alle imprese il vero ostacolo…) e mi cascano le braccia.

Non ci meritiamo tanta ricchezza o non ci meritiamo tanta incultura?

 

 

 

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