domenica, Settembre 19

Fernanda Contri, diritto e diritti (delle donne) field_506ffbaa4a8d4

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Sorriso contagioso, fare diretto, sguardo scrutatore: Fernanda Contri, la prima donna giudice costituzionale dell’Italia repubblicana  -ma anche la prima donna a diventare Segretario Generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, durante il nevralgico Governo Amato 1, quello del prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani–  può essere descritta sommando queste tre caratteristiche.
Disponibile, aperta, si capisce subito, di primo acchito, che è una persona abituata a dire pane al pane e vino al vino. Da lei nessuna melina o risposte vaghe. E’ così da sempre, da che la conosco, ovvero da venti e passa anni.
E’ reduce da un’esperienza un po’ traumatica, che racconta senza drammatizzare: abitando da un po’ di anni a Chiavari, ha vissuto i tragici giorni dell’alluvione di novembre, prigioniera in casa per alcuni giorni, senza luce, acqua corrente, gas.
Dalle sue parole, emerge un certo disagio per la vita in un centro che d’inverno, pur contando oltre 27mila abitanti, ha una vita piuttosto casalinga, dietro le persiane serrate.
E’ una comunità molto chiusa“, racconta,  “Ad esempio, quando vado a Messa la domenica, mi capita di scambiare con qualcuno il segno della pace.Mi pare naturale, se mi accade d’incontrare quelle stesse persone per strada, di salutarle. Molto spesso il mio ‘Buongiorno’ non viene ricambiato. Colpita da questo strano comportamento, ho chiesto come mai. Ebbene, mi è stato risposto che ‘nessuno ci aveva presentati. Però vivere a Chiavari porta altri vantaggi: una città piccola, a misura di persona“.

Dove ti piacerebbe vivere?
Genova, che è scesa sotto i 600mila abitanti, è bellissima: sarebbe bello ritornarci. Ci ho vissuto per moltissimi anni, arrivandovi da ragazza, con i miei genitori, mia sorella Maria Grazia ed il nostro fratello minore, Alberto, dall’originaria Ivrea. Mamma e Papà hanno avuto una qualche difficoltà ad inserirsi; io, fra la scuola e gli amici, invece, non ricordo particolari disagi. E’ una città in cui vivi bene, non è dispersiva. Sì, ci tornerei proprio volentieri. Napoli mi fa lo stesso effetto, perché amo le città di mare che ti portano a scrutare l’orizzonte infinito. Ma non le spiagge caraibiche: sono attratta dalle cale tutte scogli… oppure, in montagna, dai picchi. La roba piatta non fa per me. Ho un bisogno interiore di elementi sfidanti, di asperità con cui misurarmi. Quelle che comportano tuffi mozzafiato e scalate altrettanto complesse.

Ha funzionato così anche nelle cose della tua vita?
Direi proprio di sì. Ho trovato una sintonia speciale con mio marito, Giorgio Bruzzone, uomo straordinariamente intelligente e bravissimo avvocato. E’ stato partigiano nelle Brigate Garibaldi. Suo padre, Dante aveva a Genova uno studio d’avvocato ben avviato: mio suocero fu grande amico di Sandro Pertini e mancò per pochi voti l’elezione alla Costituente; fu Assessore alle Finanze del Comune di Genova, subito dopo la Liberazione.

Come vi siete conosciuti?
In Tribunale: e dove, se no? Io ero reduce da un matrimonio lampo, durato pochi mesi, ed avevo deciso, a 25 anni, di immergermi nel lavoro.
Eravamo nella vecchia sede del Tribunale di Genova, a Palazzo Ducale, dietro la Cattedrale di San Lorenzo. D’improvviso, i suoni di una processione, quella della Madonna Pellegrina, entrarono dalle finestre, sopravanzando i dibattimenti. Corsi ad affacciarmi; così lui. Ci conoscemmo in questo modo, vicini, allo stesso finestrone. Poiché, però, lui – scoprii dopo – era un mangiapreti, 38enne fascinoso, non so se si sia affacciato per venirmi dietro…

Fu un colpo di fulmine?
Non abbiamo avuto fretta, anche perché c’era quel mio matrimonio precoce che fu poi annullato dal Tribunale Ecclesiastico. Erano i primi anni ’60 e il divorzio era di là da venire. Traumatizzata, mi ero buttata nello studio e nel lavoro: non pensavo che avrei trovato presto un nuovo amore. Mi sono sposata nel ’68 e mia figlia non ha seguito le orme familiari. Fa volontariato da animalista convinta. Ripensandoci, anche lei cerca giustizia, per degli esseri indifesi. Per molti anni ho lavorato come avvocato ma, dopo l’esperienza alla Corte Costituzionale, ossia dalla fine del 2005, non sono tornata quasi mai nelle aule dei Tribunali: esercito attività di consulenza.

Facciamo un attimo marcia indietro. Quando ti ho telefonato per la prima volta, ti ho detto che mi sarebbe piaciuto sapere cosa avresti voluto fare da adolescente…
Ti avevo raccontato, no, che a 14 anni (nel 1949!) ero convinta e straconvinta di voler fare la calciatrice? Mia madre era disperata… Mi considerava una figlia degenere, lei che era stata educata a Torino, nel Collegio che aveva come ‘patronessa’ la Regina Margherita di Savoia! Si chiedeva: «Cosa potrà mai fare, una figlia così, nella vita?». Mi chiudeva nella mia stanza per impedirmi di andare a giocare. Non aveva capito che io avevo trovato un ‘passaggio segreto’ e, scavalcando un cancelletto, riuscivo comunque a scendere in campo… Mio padre assecondava questa mia grande passione per il calcio e mi portava anche allo stadio, a tifare per il mio amatissimo Torino. La tragedia di Superga mi scorò; piansi per molti giorni, e non andai a scuola per il lutto. Da allora non ebbi più il coraggio di tifare per un’altra squadra; oggi, però, vado volentieri allo stadio a vedere giocare l’Entella in serie B.

Lo sport, però, ti piace in tante discipline…
Crescendo, mi son data una regolata. Sostituii il calcio con la pallavolo; mi appassionavano le gare di nuoto… Per due anni sono stata campionessa provinciale di getto del peso. Credo di conservare ancora le medaglie a casa… Col trascorrere degli anni, ho praticato lo sci e poi le arrampicate su in montagna, insieme con mio marito. Frequentavamo soprattutto Madonna di Campiglio: son 52 anni che ci vado. Anzi, le ceneri di Giorgio sono custodite nel cimitero della cittadina trentina: ha così di fronte le sue amate montagne. E sarà così anche per me.

Insomma, una costante della tua vita è la sfida?
Dinanzi agli ostacoli cerco di applicare la ragione, ma sono sempre pronta a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Dopo il Liceo classico, avrei voluto fare il medico. Mio padre mi disse che me lo avrebbe consentito solo se avessi fatto la pediatra; io, invece, volevo fare la chirurga… A casa mia, era assai gettonata una mia iscrizione a Lettere, visto che al Liceo Doria avevo voti alti in Greco e in Latino. Avevo, però, uno zio avvocato, a Ivrea e, pertanto, optai per Giurisprudenza. Devo confessare che al primo anno non frequentai granché. Piuttosto, me ne andavo a seguire le lezioni di Letteratura Latina, dove c’era un professore davvero affascinante… Poi, a giugno, cominciai a fare gli esami e, di fronte al fatto che li superavo senza sforzo, iniziando anche a prendere dei 30, la materia prese a piacermi… Fra le branche del diritto, prediligevo quello pubblico, costituzionale e amministrativo, tant’è che mi sono laureata, appunto, nel febbraio del 1959 con una tesi sulle concessioni amministrative, relatore il professor Roberto Lucifredi.

E’ stato facile l’inserimento?
Ti racconto del mio primo colloquio per il praticantato presso un avvocato amministrativista. Fui accolta dal titolare, molto gentilmente e pensai che la cosa fosse fatta. Anche lui pareva ben disposto. Mi disse, però: «Torni domani, ci sarà anche mia moglie». Ebbene, il secondo colloquio fu fatto nel gelo. Avevo 15 anni meno della signora, che non mi nascose la sua avversione, e l’offerta sfumò. La cosa mi offese e mi rattristò. Avrei voluto fare l’amministrativista, ma, all’epoca era impensabile per una donna seguire quella strada. Mi son dovuta far piacere il diritto di famiglia, dove le cause derivano e si mescolano alle sofferenze delle persone e il legale si porta a casa il fardello di dolore di una piagata umanità. Un’esperienza che segna. Poi la vita mi ha riservato, oltre al CSM e al Governo, la Corte Costituzionale e, pertanto, non posso proprio lamentarmi. Il diritto pubblico è così tornato nella mia esistenza.

Però, così mi salti molti anni della tua vita professionale!
Cercherò di farla breve: sono stata vicepresidente nazionale del sindacato degli avvocati e per nove anni membro del Comitato dei delegati della Cassa di previdenza degli Avvocati ed ho lavorato per la riforma del settore. Nel 1986 il Parlamento mi ha eletta al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), dove sono stata membro del Comitato Antimafia e Vice-Presidente della Sezione Disciplinare, oltre che Presidente della IV Commissione referente. Dal 28 giugno 1992, poi, ho ricoperto l’incarico di Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, su nomina del Presidente Amato (per la prima volta esso era stato affidato ad una donna), sino al 28 aprile 1993. Senza soluzione di continuità, sono stata chiamata dal nuovo Presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, alla carica di Ministro (senza portafoglio) per gli Affari Sociali, cessando nel maggio ’94. Il clou, però, è stato due anni dopo, con la nomina da parte del Presidente Scalfaro a Giudice Costituzionale.

Come avvenne questa tua nomina?
Ero a Milano, a Palazzo Reale, il 24 ottobre 1996, all’inaugurazione di una mostra su Leo Longanesi – che è suocero di mio fratello Alberto – organizzata a 40 anni dalla sua morte. Squilla il telefono portatile: era il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Lo conoscevo sin da ragazza, in quanto era un amico di mio zio, l’avvocato Gianni Oberto di Ivrea che è stato il primo Presidente della Regione Piemonte.
«Dovresti venire a Roma», mi dice, «vorrei dirti una cosa». Mi pareva una richiesta urgente e mi metto subito in viaggio. Arrivo piuttosto per tempo rispetto all’orario dell’udienza e vado a sedermi nei giardinetti fra la Corte Costituzionale e la Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale: non c’è verso che riesca a leggere qualche pagina del libro che ho con me. Ricevendomi, il Presidente prende a dirmi: «Sai, non mi fa velo la simpatia e l’amicizia che ho per te. Ho visto il tuo curriculum su cui non avevo mai riflettuto. Poiché intendo mandare per la prima volta una donna alla Corte Costituzionale, ho pensato di indicare te». Un po’ stordita gli rispondo: «Ne sarò capace?»

Ti ho sempre conosciuta come una donna che, diversamente da altre, aiuta la componente femminile a farsi strada…
Sono stata la prima avvocata in CSM, nell’86. Ero stata preceduta, nel 1981, da Ombretta Fumagalli Carulli e da Cecilia Assanti, ma erano entrambe professoresse di materie giuridiche, non avvocate. Ho sempre avuto a mente il suggerimento che, tanti anni fa, mi diede una femminista francese: «Ricordati di rimandare sempre l’ascensore!». Memore di ciò, da quando ho avuto incarichi di responsabilità, nel momento in cui li ho lasciati, ho suggerito sempre nomi di donne. Così anche per la Corte Costituzionale avevo inviato alla Presidenza della Repubblica un elenco di una quarantina di potenziali candidate  -fra magistrate, avvocate, docenti universitarie- che avrebbero degnamente ricoperto il ruolo. Per avere un’altra donna vicepresidente della Corte Costituzionale, così come lo sono stata io, ci sono voluti quasi 10 anni. E il ruolo che per prima ho ricoperto quale giudice, è venuto a 40 anni dall’inizio della vita della Consulta.

Hai un ricordo che vuoi trasmetterci?
Quando, il 14 dicembre 2004, ho presieduto per la prima volta un’udienza, rompendo una prassi consolidata, ho detto ai giornalisti presenti: «Non vi sfuggirà che oggi, per la prima volta dopo 48 anni, una donna presiede il Collegio della Corte» Mi auguro che non debbano passare altri 50 anni prima che ciò si ripeta. Un collegio privo dell’apporto del pensiero femminile rischia l’incostituzionalità. Ora finalmente alla Corte siedono 3 donne.

Sei stata una grande amica di Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo. Quest’intervista sarebbe stata monca senza parlare di loro…
Ho conosciuto Giovanni in occasione di vari convegni, poi, nel corso della mia esperienza al CSM, fra l’86 e il 90, al Comitato Antimafia. Io, che ho sempre praticato solo il diritto civile, ho capito al volo, con un’intuizione che considero un’illuminazione mandatami dal Padreterno, quale magistrato eccezionale fosse Giovanni. L’ho sempre difeso dalle beghe interne, spesso senza successo. Da lui ho imparato come dev’essere un giudice, in particolare uno che si occupa di penale: rigoroso, severo, ma sereno; capace di sottrarsi al protagonismo delle interviste e alle sirene della mediaticità. Giovanni resta un modello unico, forse inimitabile. Per dirla con Garcia Lorca: «Tarderà molto a nascere, se nasce…»

 

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