martedì, Settembre 21

Fermare i flussi di migranti: tutti i limiti dell’emergenza

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Cosa significa migrazione economica?

L’espressione ‘migranti economici’ è, a dir poco, semplicistica. Per chi arriva dai paesi africani, possiamo parlare di ‘flusso misto’, nel senso che si tratta di soggetti per i quali sono riconosciuti l’asilo, la protezione sussidiaria (riconosciuta a chi rischia, in caso di rientro nel proprio paese, un danno grave, come una minaccia alla vita, trattamenti inumani o una condanna a morte) e la protezione umanitaria.

Per queste persone, il 45% delle domande è accolto. Talvolta lo sono anche i ricorsi, che portano a un riconoscimento in secondo grado e in Cassazione (una volta approvato il Decreto Minniti, solo in Cassazione), facendo aumentare la percentuale dell’accoglienza. Diremo, perciò che quasi metà delle persone che arrivano in Italia ottengono la protezione. L’altra metà dovrà essere espulsa, salvi casi particolari (stato di malattia, un matrimonio con cittadino italiano). Al riguardo, possiamo dire che esiste una coerente chiarezza di tutta la normativa, internazionale.

Invece, per coloro che fuggono da situazioni di povertà estrema, al momento non c’è un quadro giuridico in grado di restituire protezione. Questi soggetti dovrebbero fare parte di flussi migratori diversi da quelli destinatari di protezione internazionale, attraverso l’attivazione di una strategia, da parte dei nostri paesi, di cooperazione allo sviluppo che permetta una apertura agli ingressi per mezzo di modalità diversificate.

La protezione internazionale è, quindi, uno strumento insufficiente?

Si tratta di uno strumento specifico. Se tutto si fa rientrare nella protezione internazionale, essa stessa ne uscirà indebolita. C’è una differenza tra garantire qcuno dal rischio di un danno serio alla propria persona e, ad esempio, offrire possibilità per chi arriva da paesi affetti da situazioni climatiche critiche. Occorrono canali diversi. Quando si parla di situazione ‘invivibile’, è necessario chiedersi da che punto di vista lo sia e in base a quali cause fattuali. Se non si tratta di persecuzioni (ossia escludendo la protezione internazionale), come tuteliamo queste situazioni? Esiste tutto un ambito di flussi che meriterebbero normative di tutela distinte da quella sul diritto di asilo.

Quali potrebbero essere, prevedibilmente, gli effetti di una chiusura effettiva della ‘rotta libica’?

È evidente la volontà, da parte del governo italiano, di chiudere la rotta, in linea con la posizione sostenuta dall’UE . Peraltro, stiamo parlando di flussi: chiudendo un canale, è verosimile pensare che se ne aprirà un altro. La mia prima preoccupazione è rivolta al destino di quel milione di persone chiuse nei centri di detenzione libici in condizioni disumane. Chi se ne fa carico? Qual è l’alternativa ai centri? Dove mandarli?  Questioni improrogabili a cui le autorità libiche, nell’ipotesi di un’effettiva stabilità di governo, dovrebbero rispondere.

Parlando di ‘effetti’, occorre distinguere in base alla ratio della domanda: effetti sull’Italia e sull’Ue o effetti sull’umanità? Nel primo caso, si dispone lo sbarramento al flusso per esigenze di equilibrio, per ‘salvare’ l’economia italiana e il nostro sistema di welfare. Nel secondo, invece, non garantire un’assistenza a chi fugge da situazioni critiche di povertà estrema pur non potendo essere titolare, per varie ragioni, di protezione internazionale, ci pone nell’ottica di un’appartenenza comune allo stesso consorzio umano, a imperativi di dignità che il diritto sarebbe in grado di tutelare.

C’è un soggetto istituzionale che faccia emergere questo discorso?

A livello ufficiale, nessuno lo fa; quantomeno, nessun governo. L’attuale papa è un’eccezione, non solo rispetto alle istituzioni laiche, ma agli indirizzi e alle azioni della stessa Chiesa. Possiamo trovare aperture da parte di speciali agenzie internazionali, come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHCHR) o l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che potrebbero offrire validi contributi di indirizzo agli stati in vista dei percorsi di cooperazione a cui accennavo, per uno sviluppo che riparta dal rispetto dei diritti umani. Forse qualcosa di più, in questo senso, si può fare.

Nonostante la tendenza dei governi ad affermare un’apertura all’aumento numerico di emigrati nel proprio territorio, i fatti mostrano una tendenza alla chiusura. Non dimentichiamo che 3 milioni di Siriani sono confinati in Turchia, oltre al citato milione di persone della Libia; a questi 4 milioni, si devono aggiungere gli altri flussi. Per questo urge la necessità di gestire il problema razionalmente, vale a dire senza paura di utilizzare tutti gli strumenti, anche quelli che, politicamente, risultino più attaccabili.

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