venerdì, Maggio 14

Fenomenologia di Mike Bongiorno 2 field_506ffb1d3dbe2

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La mia infanzia e la mia adolescenza sono state scandite dai quiz di Mike Bongiorno.
Persino la mia passione per il nozionismo più sfrenato potrebbe avere radice in ‘Lascia o Raddoppia?‘, uno dei primi programmi cult per la RAI, che seppe condurre ai massimi ascolti.

Mi pare di ricordare che fosse stata tanta la sua fortuna che il giovedì sera, nei cinema, lo proiettassero, pur di non rimanere vuoti, mentre i bar traboccavano di persone che vi si assiepavano per seguire le vicende dei grandi campioni come Gianluigi Marianini, Maria Luisa Garoppo, Paola Bolognani, Filiberto Menna (sì, proprio lui, il grande critico d’arte) e tanti altri. I tanti che non avevano la TV pietivano inviti dai pochi che la possedevano. Insomma, un successo straordinario.

Nel 1961 un saggio di Umberto Eco, inserito nel volume ‘Diario minimo‘, sancì il successo del presentatore italo-americano: s’intitolava ‘Fenomenologia di Mike Bongiorno‘ e analizzava le ragioni di cotanta popolarità, giungendo alla conclusione che era proprio l’aurea mediocritas del presentatore la sua marcia in più.
Se la trasmissione fosse stata condotta da un sapientone che, con il peso del suo sapere, avesse oberato la scena, non avrebbe riscosso quell’audience che, invece, colse a piene mani.

Riporto un brano del saggio di Eco:

«Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi d’inferiorità, pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione fra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti»

Così fu allora, per ‘Lascia o Raddoppia?‘; così è stato per le tante trasmissioni a quiz che il grande Mike ha condotto nella sua lunga carriera.

Perché vi dico ciò? Spesso le idee mi sfrecciano come velocissimi falchi pellegrini nella mente e da lì nascono, poi, questi miei articoli. Mike Bongiorno, in fin dei conti, è stato il demiurgo della politica italiana. Lui, che si amareggiò per una mancata nomina a ‘senatore a vita’, dovrebbe assurgere a Padre della Patria.

 Seguite il mio ragionamento: chi contribuì a far decollare i programmi di Mediaset se non lui? Dunque, in buona sostanza, è stato l’artefice del salto di qualità fatto da Mr B.: da palazzinaro dalle origini economiche nebulose a tycoon televisivo fino ad approdare al ruolo di premier per autodifesa.
Che poi, alla fine della fiera (‘La fiera dei sogni‘, riprendendo il titolo di un altro vecchio quiz di Mike), Buongiorno sia andato nel dimenticatoio, è ‘in re ipsa’: la gratitudine non è di questo mondo … anche se suppongo che il presentatore, nel corso degli anni, fosse stato largamente retribuito.

Atto secondo: Mike Bongiorno è stato anche, in certo qual senso, il padrino di battesimo della carriera pubblica di Matteo Renzi.
Fra i media da tempo circola la sua foto di scena, che lo ritrae giovanissimo, occhialuto, ma sempre un po’ sbarazzino, nella sua veste di concorrente di un altro programma di altissimi ascolti del presentatore, ‘La ruota della fortuna‘.
Il giovane futuro Premier vinse 48 milioni di lire  -all’epoca non c’era ancora l’euro-  e pare che fu il capitale che consentì all’azienda di famiglia di uscire da certe pesti che attraversava già all’epoca.
Diverte il fatto che persino Bongiorno, punzecchiandolo, allorché depose lo scettro di campione, ammise che non ne poteva più della sua presenza tracimante.
In fin dei conti, per cinque puntate, ci furono le prove tecniche di Leopolda.

 Se rileggete con attenzione la descrizione che Umberto Eco dà di Mike Bongiorno e cambiate i soggetti, vi accorgerete che tale identikit risulta intercambiabile non solo per Berlusconi, ma anche per Renzi.

Insomma, 53 anni dopo, e focalizzandolo su un personaggio TV, il grande semiologo aveva trovato un comune denominatore che avrebbe contraddistinto i Premier che gli italiani avrebbero voluto, per sentirsene eguali, dando loro le chiavi per essere orwellianamentepiù eguali degli altri‘.

Un bel doppio salto carpiato da masochismo politico.

Certo, quella definizione non s’attagliava né a Alcide De Gasperi, né a Palmiro Togliatti (non a caso ribattezzato dai suoi ‘il Migliore’), né a Pietro Nenni, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, persino neanche a Bettino Craxi.

Tutti avevano carisma e, come ha affermato Ciriaco De Mita nel corso dell’evento di commemorazione di Nicola Pistelli , e che ho citatoAllora il ruolo della politica era quello di persuadere per comandare; oggi ci troviamo di fronte a chi comanda per non persuadere». Una definizione che, credo, piacerebbe anche a Eco …

 

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