mercoledì, Settembre 22

Fenomenologia di Marco Pannella .1

0

Marco Pannella, nato a Teramo il 2 Maggio 1930, riceve Venerdì 20 Febbraio proprio a Teramo, nell’Aula Magna, Campus di Coste Sant’Agostino, la Laurea Honoris Causa in Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo. A consegnargliela il Rettore, Luciano D’Amico. Laudatio di Stefano Traini (Preside di Scienze della Comunicazione), Lectio Doctoralis dello stesso Pannella, quindi interventi di Francesco Benigno (Docente Scienze della Comunicazione, Teramo), Luciano D’Alfonso (Presidente Regione Abruzzo), Gianni Letta (professione: Gianni Letta, abruzzese di Avezzano). Iniziamo, cogliendo spunto dall’occasione, a raccontare la sua storia. Provando a decrittarla ed interpretarla. Fosse facile…

Come i selvaggi davanti agli incomprensibili fenomeni della natura, così i politici italiani degli inizi anni ’70 dello scorso secolo dinnanzi all’irrompere di Marco Pannella. Sconcertati, cercavano di comprenderlo, e quindi definirlo. E per quel che non ci riuscivano, lo esorcizzavano. Eppure Giacinto Pannella detto Marco (come scoprirono si chiamasse realmente al momento della presentazione delle liste elettorali per le Politiche del 1976, facendone oggetto di ironia un po’ sciocchina), ce l’avevano avuto tra i piedi da sempre. E ben lo conoscevano. Quando già dagli anni ’60, e ’50, ma anche dalla fine dei ’40, e magari dai ’30 (all’asilo), se lo ritrovavano continuamente in mezzo. Da extraparlamentare, nel senso di fuori dal Parlamento, non di rigetto della democrazia parlamentare: ché, a differenza di gruppi e gruppetti di sinistra marxista, lui cercava di ricondurre tutto alle regole del gioco. Ce lo avevano, per l’appunto sempre avuto come interlocutore, ché la battaglia per l’introduzione del Divorzio, condotta con la LID (Lega Italiana Divorzio, di sua invenzione), ed avendo come sponda il deputato socialista Loris Fortuna, lo vedeva attraversare sedi di partito (altrui), cercando di spronarne i dirigenti a battaglie civili. Ed ancor più frequentare i marciapiedi davanti a partiti ed Istituzioni. Con i quattro gatti del suo Partito Radicale, militanti devoti, e ad alto tasso di ricambio. E lo vedevano flirtare con tutto ciò che era eccentrico rispetto al potere: interloquendo dalle colonne del quotidiano Paese Sera , lui liberale, con il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, schierandosi a fianco degli obiettori di coscienza, scrivendo per il giornale dell’ex Ministro della Difesa (dal 1948 al 1953) del Partito Repubblicano, Randolfo Pacciardi, avendo commercio con extraparlamentari duri e puri ed intellettuali scomodi. Quando c’erano ancora in Italia intellettuali ed erano scomodi. Da Stefano Rodotà a Leonardo Sciascia. A Pier Paolo Pasolini. E proprio PPP, subito prima di andare a farsi massacrare sul lungomare di Ostia, aveva scritto il suo intervento al Congresso del Partito Radicale, che venne poi, lì, letto il 2 Novembre 1975, subito dopo la sua morte, da Vincenzo Cerami. Un lungo Manifesto dell’essere radicale, cioè dell’essere Pannella, che lui (Marco, non Pier Paolo), ancor oggi pone a fondamento dei propri comportamenti. Ed orgogliosamente, giustamente, rivendica. Così si concludeva: “Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare”.

La Laurea Honoris Causa in Comunicazione che ottiene ora a Teramo, ha una storia che si intreccia con la sua Laurea in Giurisprudenza, nel 1955, all’Università di Urbino. Ha varie versioni. Come ha raccontato poco tempo fa, in buona parte gliela redasse Gian Piero Orsello, poi esponente socialdemocratico e Vicepresidente della Rai. Forse c’entravano anche Franco Roccella e Sergio Stanzani. O magari no, ma comunque nella sua vita ci sono entrati molto, specie il secondo.   Comunque è vicenda che trascende nella favolistica. Propenderemmo per la versione che Pannella in sede di esame sostenne il contrario di quello che gli amici gli avevano scritto. Strappando a fatica il minimo dei voti.

In ogni caso le vicende di Marco, come lo chiamano ancora i ragazzi ed i vecchi fermandolo per strada, è quasi irraccontabile. Per eccesso, non per difetto. E lui, in fondo, non vuole che venga raccontata nel senso di definita. Cioè ridotta a religione, religio, reclusione, definizione. Recinto entro cui stanno cose già definite ed immobilizzate. Non a caso non ha mai accolto realmente le non poche proposte di estenderla fattegli da amici, sodali, comunque persone che potevano avere la chiave per farlo, da Renzo Foa, a noi, ad altri ancor più capaci. E l’unica narrazione scritta, tendenzialmente organica, di se stesso l’ha fatta, succintamente, in Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti), in dialogo con Stefano Rolando, edito da Bompiani nel 2009. E nel titolo c’è molto di lui.

Perché la vera storia di Marco Pannella è quella che vuole continuare a raccontare giorno per giorno nel suo divenire, nella feroce aderenza alla propria coerenza. A volte, magari spesso, irritante, ma con rigoroso metodo nella sua follia. E quindi il racconto più vero è quello che va in onda ogni Domenica alle 17 da Radio Radicale, avendo come sparring partner (o badante) l’ex Direttore Massimo Bordin, o, in alternativa e più raramente, Valter Vecellio. Lì Pannella discetta dell’universo mondo, contenendosi in sole due ore. Per lui straordinario sforzo di concisione.

Tra scioperi della fame e della sete, tumori tenuti baldamente a bada ed avversità varie, il Grande Vecchio della politica italiana continua a stare sulla breccia della militanza. In molti sono lì pronti a celebrarne le lodi quando non potrà più far danno. Cioè rimetterli in crisi con le sue spiazzanti iniziative. Come ne La quercia caduta di Giovanni Pascoli: “(…) La gente dice: Or vedo: era pur grande! / (…) / Dice la gente: Or vedo: era pur buona! / Ognuno loda, ognuno taglia. A sera / ognuno col suo grave fascio va”. Ma non ha alcuna intenzione di dare questa soddisfazione, e, nonostante esorcizzi la questione, crediamo sia intimamente convinto che sinché non succede la morte sia solo un’ipotesi biologica. Forse, per quanto lo riguarda, con qualche fondato motivo.

Anche perché sinchè l’abbiamo tra i piedi è, spesso, insopportabile. Ma non avercelo più sarebbe, quello sì, davvero insopportabile.

 

  1. Continua

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->