mercoledì, dicembre 19

Fellini e il poliziotto field_506ffb1d3dbe2

0

Fellini poliziotto

Negli anni 80, vent’anni dopo la Dolce Vita, Federico Fellini aveva progettato un film dal titolo, quasi profetico, La Mala Vita. Il soggetto era stato ispirato dalla narrazione delle straordinarie vicende di un poliziotto, Nicola Longo,  che avevano affascinato prima Tonino Guerra e poi il grande regista. Tutto era pronto, soggetto, contratti con il produttore, risorse. Poi, improvvisamente, quel film non si fece. E quello della Mala Vita è il secondo, grande rimpianto di Fellini, insieme al Viaggio di G.Mastorna, inseguito come un sogno e come tale sfumato nel nulla. Ora, quella vicenda umana e professionale, quella storia di amicizia autentica,  intensa,  tra il regista e il “poliziotto”  ha trovato un primo sbocco narrativo nel libro – appena uscito per l’Editore Castelvecchi – dal titolo “Il poliziotto.” Autore, lo stesso protagonista di quelle storie che appartengono sì al genere “poliziesco”  ma che il regista intendeva utilizzare  soltanto per  quella parte che gli sembrava  – così  recita il suo “discorsetto” introduttivo– “  la più adatta, in tempi come i nostri, a consentire un’interpretazione e, più d’un’interpretazione, una descrizione  della società, della città, della dimensione di violenza in cui viviamo”.

Un libro che fin dalla copertina desta curiosità, poiché mostra il più amato regista italiano nel mondo in sella  ad una motocicletta, una  Kawazaki Z 900, con cui Nicola, l’investigatore si recava  in via Margutta e in Corso Italia, agli  appuntamenti  col regista e lo sceneggiatore, Gianfranco Angelucci, cui si deve la prefazione al libro. Quella moto è l’unica sulla quale sia salito il regista. Un libro che si legge d’un fiato, in cui la concatenazione degli eventi, le straordinarie avventure del giovane poliziotto che operava undercover, si alternano ai dialoghi con il regista, mosso da una curiosità quasi infantile per un mondo lontano, che non gli apparteneva se non nei lontani ricordi adolescenziali e di gioventù quando frequentava a  Firenze  l’editore Nerbini. Allora ( erano gli anni tra il ’37 e ’39), Fellini disegnava vignette per il “420” , firmandosi Fellas. Nerbini aveva introdotto in Italia  le vicende dell’Uomo mascherato e di Mandrake, personaggi mitici  che agivano sempre per il Bene contro il Male, contro le ingiustizie e le malvagità  degli uomini e del potere. E  il giovane vignettista aveva conosciuto anche il loro autore, Lee Falk, il quale si era ispirato, così mi disse lo stesso Falk in una intervista, per il suo Mandrake, alla Mandragola che aveva ispirato lo stesso Machiavelli. Ma questa è un’altra storia.

Che Fellini rivivesse  in Longo quelle lontane  fantasie, quelle emozioni forti e  comuni a tanti giovani della sua generazione? Chissà. Certo è che quella di Nicola Longo è una storia che ha dell’incredibile.  E ora lui è in giro per l’Italia a presentarla. Una storia da film. E allora quale migliore scenario di una scuola di cinema per raccontarla? Dato il rapporto d’amicizia più che decennale  che ci lega, ci siamo ritrovati insieme, a Firenze, presso la Scuola di Cinema Immagina, vicino a piazza del Carmine, con il direttore e regista Giuseppe Ferlito e gli studenti del Corso di regia. Giovani innamorati del mestiere che qui studiano e mettono in pratica: Ferlito, infatti,  ha già prodotto come indipendente vari film nei quali essi stessi sono coinvolti.  Il più recente è  “Ultimo Carico” , una storia che è una fuga verso la libertà di un vecchio insegnante, che dispensa simpatia e saggezza, sullo sfondo di una Firenze  bella, aspra  e surreale. E, davanti a questi ragazzi, Nicola si è raccontato a cuore aperto, suscitando domande, curiosità, ammirazione e momenti di toccante commozione.

Nato in un paesino della Calabria, Polistena, Nicola, poco più che un ragazzo, figlio di un carabiniere, coltiva la passione della boxe, recandosi ogni giorno con la  bici in palestra a Reggio Calabria,  all’insaputa dei genitori. Poi, tornato a casa con un occhio nero, viene scoperto ma può inseguire il proprio sogno a patto d’impegnarsi nello studio. Notato dai tecnici delle Fiamme Oro entra nel gruppo sportivo della polizia. La frattura di una mano lo costringe  a passare al settore della lotta libera, sport nuovo a cui si sottopone con  sforzi e sacrifici inauditi:  “per potenziare i muscoli delle gambe salivo le scale con uno zaino pesantissimo”, racconta. E aggiunge:  “Non divenni un campione ma fui convocato per le Olimpiadi di Messico ‘68. Poi, successe checonclusa l’attività agonistica,  frequentai il corso sottufficiali e poi entrai a far parte della squadra narcotici di Roma. A  quel punto iniziò la mia seconda vita”. Una vita vissuta sottocopertura, faceva l’hippy in  Piazza di Spagna, vendendo  quadretti ai turisti, capelli lunghi e  moto per scoprire gli spacciatori. Poi, assunta l’identità di un nobile siciliano, diviene frequentatore dei night della “Roma bene” bazzicati dai pezzi da novanta del traffico internazionale degli stupefacenti. Il bel poliziotto è ormai un esperto della materia, la Dea lo chiama per occuparsi del fiume di droga che viaggia tra la Sicilia e gli Stati Uniti,  ma le sue gesta diventano famose quando riesce ad infiltrarsi nel clan dei marsigliesi, a prendere contatti con il numero uno Jack Masia, riuscendo a sequestrare oltre 40 chili di eroina.

Nessuno era riuscito prima di allora a farsi consegnare, senza aver pagato in anticipo, un quantitativo così ingente di droga”. Le sue imprese rocambolesche diventano leggendarie: “riuscivo a fare cose pazzesche che oggi non sembrano neppur vere, come saltare da un palazzo all’altro, a decine di metri d’altezza o gettarmi da un ponte nel Tevere, d’inverno, per recuperare una partita di droga….”. Poi, con un pizzico d’ironia,  si definisce un vero e proprio attore. “Come avrei potuto operare sotto mentite spoglie, senza farmi riconoscere, se non travestendomi, truccandomi e camuffando la voce? Anch’io ricorrevo al trucco, al Teatro Sistina. Proprio come gli attori. Con la differenza, che la finzione doveva riuscire, perché in gioco c’era la vita!”.

Nicola si trova al centro di vari conflitti a fuoco,  arresta boss importanti come Piromalli e affronta la Banda della Magliana, ci sono grosse organizzazioni criminali  da sgominare e operazioni da sventare (in una di queste ci sono 600 miliardi di lire in ballo), in un’altra, viene seriamente ferito. La sua vita è a rischio. “Non avevo paura di morire per difendere un ideale di giustizia che sentivo fortissimo in me e che avevo  ereditato da mio padre”. Nicola, non è solo uno straordinario poliziotto di fama internazionale, ma ha anche una spiccata vocazione artistica e letteraria, ereditata dalla madre. Ripensando alla sua vita spericolata scrive  un manoscritto: “La valle delle farfalle”, che è un luogo della sua infanzia e dei suoi ricordi. Lo mostra a Tonino  Guerra, che aveva conosciuto in occasione di un premio che aveva ricevuto per la sua attività di sensibilizzazione  nelle scuole sui pericoli delle droghe (“sono stato il primo ad affrontare questo tema  con i ragazzi”). Tonino vi si appassiona e lo propone a Federico, che non esita a  chiamare  nel suo studio colui che definisce “Il poeta con la pistola”.

“La  nostra grande amicizia è nata così, lavorando fianco a fianco con lui e Gianfranco, nei  torridi  mesi di luglio e  agosto, per mettere a punto la sceneggiatura….e poi le cene, le gite in moto a Fregene, è bellissimo gridava! Fellini, le confidenze…Avevamo già scelto il cast . Dagli Stati Uniti erano giunti per il ruolo del protagonista sia De Niro che Al Pacino e dalla Francia Depardieu.  Un ruolo, secondo Federico, alla Marlowe, un Serpico in versione italiana…lui mi vedeva come Superman e così mi presentò a Pertini, allora Presidente della Repubblica….. ma noi già ci conoscevamo…”

Nicola si  racconta  con la sua voce chiara e calda.  Parla del libro “La Valle delle farfalle” ( uscirà a giugno)  che narra la sua metamorfosi, quella di un  ragazzino cresciuto in un paesino della Calabria, appassionato fin dalla tenera età di cinema, che va nella Capitale  (dove vive tutt’ora e insegna Tecniche Avanzate d’Investigazioni alla “Sapienza”), e diviene un giramondo ( Stati Uniti, America del Sud, Asia, sulle tracce della grande criminalità),  parla  dei suoi figli Jessy, Chiara e Gabriele  cui il libro è dedicato, oltre che alla madre e al padre, poi si sofferma sull’ amicizia con personalità come Guerra, Tarkovskij e, soprattutto di lui, Federico.

 

I ragazzi del corso di regia sono presi per incantamento, come era accaduto al grande regista. La trama sembra proprio quella di un film, con tanto di happy end.

Invece, invece no. Il film non si fece.

Perché?

Perché dopo la firma del contratto con l’Opera Film del produttore Renzo Rossellini, tra lui e Federico scoppiò una lite riguardo al luogo in cui girare il film. Federico desiderava ricostruire alcune ambientazioni dentro Cinecittà, come sempre aveva fatto, mentre Rossellini voleva fossero girate in esterno.

Ma non potevate fare diversamente?

Sì, certo. Federico mi rassicurò: “Nicolino, lui solo mi poteva chiamare così, hai tanto storie da raccontare che faremo un altro film, con altro produttore, non gliela darò vinta!”. Ed in effetti un altro produttore si fece avanti: Alfredo Bini. “Magnifico, splendido, gridò preso da entusiasmo: Ho già trovato lo slogan per il lancio:  1960. Federico Fellini La Dolce Vita; 1980: Federico Fellini, La Mala Vita. Sarà un successo mondiale!”

Aveva già percepito la parabola lungo la quale si era incamminato il nostro paese e non solo il nostro. E che cosa impedì la sua realizzazione ?

Federico non me lo disse mai.  Liquidò la questione con “ Non è più il caso di parlarne”….Si dedicò ad altro film, come  “La Nave va.” E ogni volta che riaprivo il discorso, s’ìncupiva, mi diceva che c’erano dei problemi.

Quali?

Lo seppi alcuni anni dopo. A mia insaputa, i vertici della polizia avevano chiesto a Fellini di non fare il film su di me perché svolgendo indagini delicate per conto dei servizi la sovraesposizione mediatica avrebbe potuto mettere a repentaglio la mia vita. E lui, pur di non farmi correre rischi, rinunciò all’idea del film….

Un film attraverso il quale, c’è da credere, Fellini volesse raccontare alla sua maniera un paese, un mondo imbarbariti, che solo un grande anelito alla giustizia e alla solidarietà umana avrebbero potuto cambiare… E’ cosi? 

Federico arrivava a vedere cose che pochi altri riuscivano a percepire..

Nicola, quante persone hai ucciso negli scontri a fuoco?

E’ la stessa domanda che mi fece Federico: nessuna. Diverse  ne ho arrestate, ma non ho mai infierito sui colpevoli.

Nella prefazione al libro Angelucci sottolinea come questa sua pietas istintiva, avesse colpito il registaNel vostro rapporto di amicizia, come era Fellini?

Sincero, autentico, dolce, giocherellone, curioso di tutto….anche dell’al di là…

E con la morte?

La temeva….non ne voleva sentir parlare. Straziante era per me quando lo andavo a trovare in ospedale…stava davvero male e lo si vedeva…e quando Giulietta mi telefonò, capii subito, prima ancora che dicesse qualcosa…

Se n’era andato?

Giulietta mi disse che Federico voleva che  fossi io ad accompagnarlo in questo suo viaggio, deponendo il rosario e la sciarpa bordeaux sul suo corpo. Vi aggiunsi anche l’effige del  Santo protettore che mi aveva sempre accompagnato…e che lui conosceva, restai solo,  con lui,   più di un’ora, gli parlavo, gli stringevo le mani…. erano morbide. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore