martedì, Agosto 3

FederPetroli: "Non tagliateci l'ossigeno" field_506ffb1d3dbe2

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 Marsiglia

Il luogo comune ‘petrolieri alla J.R. e trivelle’ è un linguaggio obsoleto. Ma questa volta devo fare un Mea Culpa, lo scenario di ostruzionismo che oggi vi è in Italia è colpa della mancata comunicazione del nostro settore, che comprende tutti, grandi e piccoli, da 20 anni a questa parte”. Chi parla è Michele Marsiglia, dal 2006 ai vertici di FederPetroli Italia, Federazione petrolifera indipendente. Un uomo che ilpetrolioce l’ha nelle vene, al posto del sangue, e te ne rendi conto dopo i primi 5 minuti di chiacchierata. Uomo delpetrolio’ (se gli chiedete di scrivere la parola petrolio lui ci mette la ‘p’ maiuscola) che si è messo in testa di comunicare il petrolioall’opinione pubblica italiana, operazione per nulla facile. ‘Operazione trasparenza’, l’ha chiamata, “una missione di FederPetroli Italia di specifico carattere didattico-informativo, per la quale non vi è alcuno scopo economico o industriale. Il contributo di FederPetroli Italia alle amministrazioni e a terzi interessati è di sviluppare l’argomento petrolio e gas in Italia con un dialogo costruttivo e trasparente”.

 

Uno dei temi al centro del problema ‘comunicazione’ del vostro settore è certamente l’ambiente. Idrocarburi e ambiente: connubio impossibile?

Possibilissimo anzi … L’ambiente ormai è solo un pretesto che confonde le idee di chi non conosce la materia. Citare l’ambiente è diventato un modo per coprire l’argomento e incutere terrore. Lo sviluppo sostenibile è il primo argomento all’ordine dei nostri progetti.

Presidente Marsiglia, una delle vostre principali preoccupazioni è la raffinazione. Ci può fare il quadro della crisi?

Dovrebbe essere la preoccupazione di tutto il settore. Spiego il perché. Quando si producono idrocarburi (olio e gas) non sono mai allo stato purissimo (esclusi alcuni pozzi nei pressi di Ravenna con gas puro al 97%), l’idrocarburo per diventare benzina, gasolio ed altro per usi energetici deve essere trattato e dissociato, ovvero raffinato. Cito Cremona (Tamoil), Marghera (ENI), Mantova (IES), Falconara (API-IP), Roma (Erg) per non parlare di quello che sta succedendo sui pochi impianti di raffinazione rimasti, prossimi ad una possibile chiusura. Costo del lavoro alto e processo di raffinazione costoso, in particolar modo in Italia dove mancano tantissimi piani di investimento statali. L’adeguamento degli impianti agli standard europei e mondiali è oneroso. Se si considera che i depositi delle raffinerie sono pieni per minor consumo di carburanti, le rete carburanti è in crisi, si evidenzia che la razionalizzazione sta avvenendo da sola (anche su impianti autostradali). Tirando la linea del totale, arriviamo ad un default ben preciso. Per anni si è riusciti a mantenere un’economicità aziendale, adesso non vi è più ossigeno. 

È possibile evitare la chiusura? E come?

Servono segnali di lunga durata che diano stabilità alla nostra industria ed una certa e precisa Politica Energetica interna. Ormai ci troviamo a dialogare non più con i Moratti, i Garrone ed altri, dialoghiamo con i Rosneft, i Lukoil, posso citarne ancora…  La globalizzazione è il linguaggio che deve prevalere. Gli investitori sono meno campanilisti di noi, profitto e guadagno, altrimenti via su nuovi orizzonti produttivi. Personalmente non sono d’accordo su queste vendite straniere anche di altre aziende patrimonio importante per l’Italia. Sto male quando vedo che negli altri Paesi nascono raffinerie e progetti come oleodotti e centrali di trattamento di enormi dimensioni. Forse siamo ancora troppo superficiali e ne pagheremo le conseguenze.

Se si chiudono le raffinerie, si investirà altrove?

Il problema non è dove sarà focalizzato l’investimento. Il problema è dove si potrà raffinare l’idrocarburo prodotto da pozzi a terra o in mare e dove si distilleranno quei greggi acquistati da produttori esteri. La situazione non è semplice ma piuttosto complicata e, andando avanti in questo modo, la bolletta energetica per le famiglie italiane sarà sempre più alta ed insostenibile. I prodotti derivanti da fonti convenzionali sono ancora parte integrante del nostro sistema di vita e consumi.

La raffineria IES di Mantova è stata convertita in un polo logistico. A che punto è l’operazione e quanti dei 390 lavoratori occupati resteranno a lavorare nella nuova azienda?

Con questa domanda toccate il mio cuore. Sono stato per un po’ di tempo consulente per alcuni Asset (tempo fa strategici) per la IES. A quel tempo la maggioranza azionaria della Italiana Energia e Servizi era del defunto dottor Contini. La mia collaborazione con IES iniziò subito dopo un piano di investimenti finanziari e strutturali derivanti dall’allora Cameli Petroli. Mi piange il cuore per la fine della IES e non sto scherzando. Anche se un famoso Signore dell’indotto petrolifero italiano, qualche mese fa a Milano mi disse: Marsiglia non acquisterei mai la IES perché ha poco Topping (fase di distillazione e lavorazione in raffinazione). Bisogna considerare i punti di vista, questo Signore possiede raffinerie molto più grandi… Da fonti interne sappiamo che gli impianti sono stati bloccati.  Certamente la forza lavoro non potrà essere tutta impiegata come prima, saranno scelte aziendali della MOL. Da fonti a noi pervenute dal MISE circa 90 addetti rimarranno impiegati nel sito adibito a deposito con contratto di 2 anni. Ricordi che la IES non ha sbocco su canali marittimi, per noi questo è un gap e di conseguenza un costo logistico non di poco conto.

Sulla crisi della raffinazione in Italia, quanto conta la concorrenza dei prodotti petroliferi provenienti dall’Asia? Non solo la Cina, ma anche molti Paesi produttori stanno cercando di potenziare la loro capacità di raffinazione in loco. Quali saranno gli effetti nel medio-lungo termine per l’Italia?

Ormai molte aziende stanno diversificando la propria politica di approvvigionamento, ovvero stanno acquistando prodotto già finito. In Italia negli ultimi mesi l’import di prodotti raffinati ha avuto un grande trend. Molti si rivolgono a noi per acquistare il prodotto già diventato benzina o gasolio. Le location di provenienza sono diverse, consideri che la nave più rotta fa e più costa. I Paesi BRICS ormai stanno investendo a ritmi vertiginosi, guardi le raffinerie in India. Rischiamo di rimanere un Paese senza indotto di raffinazione. Non esiste uguale situazione a livello internazionale!

Presidente, lo scorso novembre, disse: «È ora di aprire i nostri rubinetti ed iniziare a produrre i nostri idrocarburi, le Licenze e Concessioni sono già rilasciate, bisogna solo iniziare a produrre. Che il Ministero dello Sviluppo Economico organizzi un Tavolo Energetico mirato. La produzione a terra ed in mare (onshore ed offshore) in Italia è la cura del nostro male, sfruttiamo le nostre ingenti risorse energetiche». Veniamo, dunque, alla possibilità di intensificare le estrazioni nel nostro Paese e delle esplorazioni in località a rischio ambientale (Puglia, Sicilia …)?

L’Italia deve conoscere cosa vuol dire petrolio e gas, bisogna intensificare la comunicazione.  Se guarda le reti televisive italiane vede solo impianti di carburante e fornelli di cucina quanto si parla di energia. Energia è altro, l’energia è conoscenza e la conoscenza è patrimonio culturale. In Italia abbiamo un grande potenziale di idrocarburi da sfruttare. E’ importante una nuova mappa di giacimenti esistenti e nuovi blocchi di possibile esplorazione.  Dobbiamo iniziare a produrre i pozzi già finiti. Lo sapeva che esiste una quantità di pozzi a gas o olio già pronti all’uso (produzione)? Pronti ad erogare ma i progetti sono bloccati per ricorsi al TAR o altro. Questo non è normale.  L’Italia potrebbe diventare nei prossimi anni un Paese produttore di idrocarburi ed essere competitor e leader in Europa nonché nel bacino mediterraneo. Puglia, Sicilia, Abruzzo, Sardegna, ecc.  non sono località a rischio, primo perché vi è un alto grado di sicurezza e tutela ambientale e poi perché anche l’indotto turistico non viene assolutamente invaso. Prossimamente presenteremo dei dati che stiamo studiando su possibili collocazione di idrocarburi nel bacino marino tra Sardegna e Toscana e la possibilità di esplorare rocce con porosità mista. Sono favorevole al Fracking ed a tutte le nuove tecnologie (Shale Oil and Gas), bisogna che iniziamo a parlarne con più trasparenza anche di questo argomento che fa tanta paura.

Quali sono le critiche che sollevate al Piano energetico voluto dal Ministro Passera?

L’ex Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera ha dato un contributo alla sua azione di Governo per quel poco di tempo che vi è stato in carica. Certamente non possiamo dire che tra gli obiettivi abbia favorito l’industria petrolifera. La Strategia Energetica Nazionale (SEN) presenta ancora tanti punti che devono essere sviluppati, chiariti ed altri inseriti perché mancanti. L’indotto petrolifero è grande ed il circuito industriale coinvolto è immenso, Un esempio: pozzi per l’estrazione, logistica di primo livello, deposito, raffinazione, ulteriore logistica, deposito prodotto raffinato, distribuzione canali di vendita. La SEN per essere efficace deve dare un giusto contributo a tutto il Settore. Abbiamo chiesto al Governo e ai singoli Segretari dei maggiori partiti politici italiani di essere ascoltati come nel 2011 dalla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati in merito all’approvvigionamento libico, per la definizione di una nuova Politica Energetica Nazionale.

Qual è, secondo Federpetroli, il mix energetico ideale per l’Italia e quale quello più realizzabile?

Primo punto: investire su risorse umane e giovani in diverse zone d’Italia. Fare Formazione nelle singole zone rurali dove sono gli impianti e occupare nei cantieri almeno il 30% di personale del posto. In questo modo il patrimonio tecnico ed operativo italiano sarà consolidato e sempre maggiore ed i giovani racconteranno nelle proprie case su cosa stanno lavorando.  Il Progetto di un nuovo pozzo deve essere vissuto in loco nello stesso modo di una costruzione di una piscina comunale o una palestra. Secondo punto: ci devono dare fiducia ma è giusto anche che ce la guadagniamo come stiamo facendo. Devono avere fiducia che lo sfruttamento delle risorse minerarie in Italia sarà solo un bene che porterà un grande indotto, occupazionale, industriale e di qualità della vita, a rischio zero. Una cosa importante, per realizzare qualcosa vi è bisogno di cooperazione e condivisione. Quando la stampa parla di ‘lobby del petrolio’ in Italia mi viene da ridere. Non vi è dialogo tra le parti, ognuno per la sua strada, il risultato è lo stallo. Da anni FederPetroli Italia oltre a portare avanti un interesse corporativo è sempre attenta nel creare nuove forme di investimento e occupazione, non solo nel settore Upstream. Nelle prossime settimane verrà presentato un Modulo che sarà adibito a tutto il Non-Oil presente sulla rete di distribuzione carburanti e sarà qualcosa di innovativo, utile e di profitto per gli impianti di carburante privati e delle compagnie petrolifere, un modo per poter dare ossigeno ai tanti Gestori che con la solo e poca vendita delle benzine non riescono più a portare avanti la loro piccola azienda familiare.

Il condotto TANAP connetterà Azerbaijan ed Europa attraverso il ‘Corridoio Sud’, che raggiungerà l’Italia del Sud passando per la Turchia. In quale misura questa fornitura di gas è in grado di fornire sostegno energetico al nostro Paese?

Qualche giorno fa il Comitato tecnico della Regione Puglia ha dato giudizio negativo sulla compatibilità dell’opera in merito alla procedura VIA (Valutazione Impatto Ambientale), ormai un classico in tutti i nostri cantieri. Un gasdotto di oltre 870 chilometri, opera strategica a livello internazionale e la Regione Puglia cosa fa: boccia il tutto, per quel che riguarda la competenza territoriale. Questo vuol dire che andiamo in Turchia e poi ci portiamo il Gas con le bombole in spalla? Una portata di circa 25 miliardi di metri cubi all’anno di gas. Consideriamo comunque che è sempre un approvvigionamento estero, diamo la possibilità alla nostra terra di poterci dare i propri frutti. Iniziamo a sfruttare anche i giacimenti di gas italiani, visto che siamo bagnati dal mare e di gas nei fondali marini ce n’è in abbondanza.

TANAP, con Shah Deniz-II e TAP, prevedono investimenti per 45 miliardi di dollari e 30.000 nuovi posti di lavoro nei Paesi di passaggio del percorso. Quanti posti di lavoro sono a rischio, in Italia, se il settore energetico cede?

Quante ‘aziende’ sono a rischio in Italia e non solo per il TANAP! E’ l’indotto interno che ha bisogno di una regolamentazione. Si deve considerare che la carenza di strutture energetiche interne, porta un deficit strutturale anche su altri indotti industriali che con effetto domino si trovano fuori misura. Il danno occupazionale non è una cosa da sottovalutare, in particolar modo in una situazione congiunturale delicata come quella che il mercato internazionale sta vivendo.

Con quale spirito dovremmo leggere i tagli ai sussidi per le fonti rinnovabili? Dopo l’Italia, anche la Spagna li ha ridotti al minimo. C’è il rischio di una bolla finanziaria? Sono la vera soluzione al problema delle emissioni?

Una bolla annunciata ma cavalcata. Aziende fallite e banche che non rientrano degli investimenti. Tutti gli Stati lo sapevano, ma hanno voluto speculare e adesso basta sussidi. L’energia rinnovabile o alternativa va sfruttata ma con attenzione ed intelligenza. Ancora e, per centinaia di anni, la fonte energetica da idrocarburo soddisferà il fabbisogno energetico mondiale. E’ difficile che degli impianti eolici o fotovoltaici riescano a produrre la stessa quantità di energia delle fonti fossili. Una domanda di questo tipo al sottoscritto, rende non credibile la risposta. Ma quello che ho detto è la verità! Le emissioni si combattono con studi, tecnologia e norme ambientali giuste. Ovviamente questo è un grande costo di investimento per le nostre aziende e lo stiamo già facendo.

Crede che nel periodo di continue scoperte e di ‘rivoluzioni’ come quella dello shale gas il fenomeno ‘peak oil’ sia da ridefinire?

Consideri che sono conosciuto per un grande oppositore del Picco di Hubbert. Questo illustre geologo della Shell più volte ha disatteso le aspettative. Marion King Hubber quando ha formulato le sue previsioni non ha tenuto ben in considerazione che lo sfruttamento delle risorse petrolifere potevano essere ricercate con metodi più efficaci e scientifici nel corso degli anni avvenire, che il gas naturale avrebbe conquistato un ruolo di leadership superando il petrolio, quindi le riserve petrolifere sarebbero state meno sfruttate e pronte all’uso con maggior potenziale. Shale Oil docet!! Con alcuni studiosi ed illustri docenti universitari stiamo mettendo in atto un calcolo di sistema basato su dati reali e non previsioni, delle riserve petrolifere in diverse zone del Globo terrestre che riesca a dimostrare il contradditorio alla teoria hubbertiana e dei suoi seguaci. Sarò ben lieto ed onorato di riprendere il discorso in un prossimo momento attraverso il nascente Osservatorio Petrolifero Mediterraneo, però lasciamo un po’ di suspense.

L’Eni ha scoperto diversi giacimenti nell’offshore russo negli ultimi mesi. Come mai ha considerato queste delle operazioni commerciali e non industriali?

Non saprei, l’ENI è una grande azienda, la valutazione e classificazione dei propri Asset non sta a me commentarla.  Certo, invece di svendere ENI, si dovrebbe provvedere a vendere o cedere asset ormai non più strategici e non più produttivi economicamente dell’ENI.  Ma di questo ne parleremo dopo le nomine per il cambio o conferma dei vertici, previsti nei prossimi mesi. Le strategie commerciali ed industriali dell’ENI, a mio avviso, sono più che discutibili.

Kashagan, in Kazakistan, ha cominciato a produrre petrolio, ma poco dopo le estrazioni sono state sospese nuovamente. Scaroni ha parlato di un rinvio fino al 2015. Cosa succederà al consorzio? Il Governo kazako reagirà con delle multe?

Kashagan è una sfera di cristallo, almeno per l’Italia, ancora non si capiscono quante incognite vi siano. Un grande progetto, un grande giacimento offshore, diverse Major petrolifere coinvolte con partecipazioni diverse ma una pipeline subacquea a temperature che vanno da – 35° C a – 42° C si fora e quindi, si blocca tutto. Il Governo del Presidente Nazarbaev ha tutto l’interesse che Kashagan parta in via definitiva, le clausole contrattuali precise bisogna chiederle a Paolo Scaroni ed a qualche altro ‘responsabile’, meglio, però, chiederle prima del 2015!

A Kashagan è anche legato il destino dell’espansione dell’oleodotto Caspian Pipeline Consortium. Da Chevron dicono che l’espansione di CPC è inevitabile e già in scaletta. Cambierà qualcosa?

Si deve considerare che la logistica mondiale è di principale importanza per le vie del petrolio. Sull’affidabilità della Chevron  non ci sono dubbi. Mi assumo la responsabilità di questa importante affermazione. Chevron: stiamo parlando di tecnica petrolifera, stiamo parlando di America, stiamo parlando di Standard Oil Company, stiamo parlando di storia del petrolio. Per uno come me questa è scuola.

Nel 2013, la Russia ha investito molto in Italia, principalmente con Rosneft, l’ente nazionale di Mosca. Anche LUKoil è presente nel mercato italiano. D’altra parte, la Russia ha anche cominciato a inviare petrolio in Cina grazie al nuovo contratto firmato in estate. Pensa che le forniture russe si riorienteranno verso l’oriente?

L’acquisizione che ha formalizzato Lukoil in Italia era incentrata sulla Rete Carburanti inizialmente, poi, visto che ERG ha diversificato sull’energia alternativa i propri investimenti, Lukoil ha formalizzato l’acquisto della raffineria siciliana Isab. Rosneft è andata diretta nelle attività di raffinazione della Famiglia Moratti-SARAS, leader nella raffinazione europea. L’Asia ormai è un grande consumatore e le infrastrutture per raffinazione, depositi ed altro dell’indotto energetico stanno crescendo, se l’Italia continua ad avere queste difficoltà di sistema, non penso che le aziende sia italiane che estere resteranno a guardarsi negli occhi. Non mi è possibile per questioni di privacy ma sarei ben felice di farLe un elenco di chi vuole seguire l’esempio di British Gas ed abbandonare per disperazione il nostro Paese.

Libia, Iraq e Iran sono mercati che, dopo alcuni sconvolgimenti, si riapriranno agli investimenti esteri e dove l’Italia aveva importanti interessi. Ci sarà un ritorno in questi luoghi delle compagnie petrolifere italiane oppure bisognava intervenire già nei mesi in cui il conflitto o la transizione erano ancora in corso?

A dicembre ho inviato una lettera al Segretario Generale dell’OPEC  -Sua Eccellenza Abdulla El Badri-, con il quale vi è un rapporto ormai da anni di stima reciproca, l’oggetto della missiva e dell’incontro richiesto sarà quello di portare all’attenzione dell’OPEC la manifestazione di aziende italiane ed estere che intendono investire in nuovi giacimenti in Iraq ed Iran (previo verifica sanzioni ONU in quest’ultimo), nonché in altri Paesi che offrano la possibilità con nuovi Bid Round.  La Libia è il petrolio, il problema libico non è chi governa in quel Paese o gli insorti che fanno rivoluzioni, il problema è come si parla e le giuste relazioni, siamo sempre lì, il problema è lo stesso della Basilicata, Campania, Abruzzo ecc., i tecnici devono fare i tecnici, gli accordi li facciamo noi e vedrà che, arriverà tutto il petrolio e il gas, ma diamo tempo al tempo …

 

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